
copincollo schifosamente dalla mia tesi:
Watchmen è una serie in dodici capitoli, scritta da Alan Moore e illustrata da Dave Gibbons. Pubblicata nel 1986 dalla DC Comics, quest’opera non è ambientata, come sarebbe logico aspettarsi, all’interno dell’universo supereroistico DC. Non si tratta della stessa continuity delle avventure di Superman o di Batman, ma si tratta di un universo a parte, un 1986 alternativo, in cui le tensioni della guerra fredda stanno per tradursi nella terza guerra mondiale. Si respira aria di apocalisse quindi e in un epoca priva di ogni certezza neanche gli eroi, i cosiddetti “vigilanti” possono più permettersi di esercitare la loro professione senza essere considerati pericolose teste calde. “Who watches the Watchmen?” è la frase ricorrente, vero e proprio filo conduttore della vicenda. L’attività supereroistica indipendente adesso è illegale, è stato stabilito nel 1977 da un decreto, è finito il tempo degli eroi. In questo scenario turbolento Rorschach, che non riesce ad accettare il cambiamento, indaga sull’assassinio del Comico, il collega mercenario. Le indagini di Rorschach saranno la chiave d’accensione di una serie d’eventi che, ironicamente, porteranno proprio alla catastrofe. Attraverso Rorschach l’intero teatrino di superereroi pensionati sfila in tutta la sua vulnerabilità, e l’indagine sarà il pretesto per decostruire una ad una queste figure, solo apparentemente invincibili.
Non sono d'accordo con chi giudica Watchmen un'opera pessimista. L'ironia della sorte, il senso di "beffarda casualità", che permea i fatti la avvicina più al nichilismo. Tutto volge al niente e niente ha significato, come le macchie sul viso di Rorschac o i precetti morali che ci inculcano fin da piccoli. Questo il punto di vista del Comico, filtrato da ciò che Rorschac pensa di lui.
Il 1985 descritto da Moore è più assurdo che marcio. La vittoria dell'antagonista porta a un lieto (seppur aperto) fine, i governi del mondo per collaborare hanno bisogno di essere ingannati, è necessario uccidere il "buono" per impedirgli di nuocere, la gente comune impara il buon senso solo pochi minuti prima di morire. Vedo molta ironia in tutto questo. Come se Moore dietro la penna se la ridesse dei suoi personaggi, che pure ama. Nessuno infatti muore alla leggera, tutti realizzano i propri scopi. Che poi questi scopi siano discutibili, e che in fin dei conti questi eroi siano da considerarsi dei falliti è un altro discorso, col quale non mi trovo del tutto d'accordo.
Non credo che Moore dia un vero e proprio giudizio negativo su questi poveracci. Si possono compatire, viene messa a nudo ogni loro debolezza, ma il tutto non basta a farceli apparire mediocri.
Si tratta di casi umani, anzi sovrumani, da studiare, compatire, deridere se necessario, ma pur sempre con affettuoso distacco, senza la pretesa di dare loro un giudizio definitivo.
Laurie & Dreiberg: lei, inserita a forza nel mondo supereroistico dalla madre, senza averne mai sentito la vocazione. Le sue esigenze sono quanto di meno trascendente si possa pensare, ed è per questo che la sua storia con Doc Manhattan giunge al termine.
Lui è chiuso in un mondo di nostalgie, incapace di reagire alla situazione che Rorschach cerca di evidenziargli.
Con queste premesse potrebbe sembrare quasi scontato bollarli come due repressi, due esseri umani mediocri, ma sarebbe anche troppo facile.
Laurie e Dreiberg sono il massimo dell'umanità.
Lei capace con la sua fragilità di far cambiare idea a un "Dio", lui capace di essere amico di un essere ripugnante. Verso la fine del libro Gibbsons ce li consegna in tutta la loro deliziosa vulnerabilità. Distesi e abbracciati subito dopo aver fatto la cosa che agli esseri umani riesce meglio: l'amore. Ed è proprio a questa coppia che Moore lascia le chiavi del domani. Laurie e Dreiberg rappresentano l'umanità con tutti i suoi difetti e limiti, ma tutto sommato la migliore umanità in cui si possa sperare.
Doc Manhattan: Non credo che il punto focale della sua caratterizzazione verta sul fatto di essere o non essere dio. Una sola cosa è certa: non è uomo.
E infatti come uomo è un fallito, un inadeguato. I capitoli su di lui, entrambi ambientati su Marte, ce lo mostrano in tutta la sua alienazione. Ma non è detto che alienarsi dal nostro mondo sia una cosa malvagia. Laurie riesce a convincerlo a tornare, sia pur per breve tempo. Riaccenderà in lui l'interesse verso la razza umana, ma non si tratterà di un interesse da pari, da uomo; bensì di un interesse scientifico. Il caos che si traduce in definitezza, l'indeterminato che diventa specifico: un miracolo a cui Doc assiste ammirato, ma senza parteciparvi. Alla fine della storia decide di ripartire, ha visto cose assurde, ne è rimasto affascinato e forse un giorno le riprodurrà. Ma per adesso lascia il teatrino al suo destino. Forse è proprio a questo personaggio che il narratore affida il proprio punto di vista, Doc al termine di tutto non condanna né applaude gli atti di Ozymandias. Li comprende e se ne va.
Ozymandias: Senza dubbio il più complesso di tutti. È il cattivo, a cui però dobbiamo tutto. Un tale rovesciamento di valori coglie alla sprovvista il lettore che si trova a dover fare i conti con il dilemma etico per eccellenza.
Ozymandias è veramente un benefattore? Ucciderne pochi per salvarne molti è logico, certo. Il problema è che fra quei pochi c'è gente che lui conosce, i suoi stessi amici. Può un uomo che uccide i suoi stessi amici o gente conosciuta avere a cuore i destini di perfetti estranei? Vi è una disparità, una differenza di numero tra i due insiemi che gioca a favore dei ben più numerosi estranei, eppure non sembra logico che un uomo agisca così. Lui è il più intelligente tra gli uomini e quindi è possibile che ragioni diversamente, che il sacrificare i suoi stessi affetti sia per lui il vero atto eroico. È anche vero che al cospetto di Manhattan la figura di Veidt sarà ridimensionata non di poco. Il suo desiderio di essere applaudito, la sua smania di sentirsi dire dalla divinità terrena: "hai agito bene", il suo bisogno di giustificare le sue manie di grandezza ce lo consegnano come una figura a suo modo tragica.
Questi due aspetti si compensano perfettamente: Ozymandias vince ma è un uomo solo.
Rorschach: Il nichilismo fatto eroe. Le macchie che sfoggia sul volto, alle quali gli psichiatri attribuiscono varie interpretazioni, altro non sono che la rappresentazione dell'insensatezza. Un personaggio contraddittorio: folle nella sua lucidità, lucido nella follia. Ma soprattutto la sua ostinazione nel proseguire la carriera del vigilante, il suo non voler scendere a compromessi mostra che come uomo ha ancora degli ideali. La sua mente è tabula rasa, non ha preconcetti morali che gli impediscano di spezzare le dita a chiunque lo ostacoli eppure crede nella verità. Un uomo sconfitto? Non ne sarei così sicuro.
Alla fine Rorschach, seppur in maniera del tutto prevedibile, ottiene il risultato migliore: il mondo è in pace e lui non ha peccato di incoerenza.
Non oppone alcuna resistenza quando doc lo fredda, anzi lo incita a ucciderlo.
In cuor suo sa già che Manhattan non lo risparmierà, ma la morte è l'unico modo per mantenere la pace nel mondo senza scendere a compromessi.
La morte fa eccezione, è l'unico compromesso accettato da Rorschach. Non vedo antagonismo tra Rorschach e Manhattan ma un patto implicito.
L'Uomo della Strada: Nelle vicende vengono coinvolti un paio di poliziotti, dei giornalisti, una coppia di lesbiche e uno psichiatra. L'incontro con Rorschach di quest'ultimo lo rende protagonista di una vera e propria psicanalisi all'inverso. Le sue certezze crollano, il suo matrimonio va in crisi e lui diventa un uomo migliore. Prima che la catastrofe lo uccida lo vediamo intento a fermare una rissa.
Vediamo poi l'evoluzione del rapporto tra un edicolante ciarliero e un ragazzo di strada. Il primo parla con chiunque gli capiti a tiro, il secondo legge un fumetto. Tra i due c'è un muro, che cadrà solo pochi secondi prima di morire; solo allora e per pochi attimi tra i due si instaurerà quel rapporto nonno/nipote che sarebbe dovuto esserci molto prima.
I Minutemen: In Watchmen non mancano riferimenti agli eroi del passato o che non agiscono direttamente. Abbiamo Hollis Mason, l'eroe paradigmatico, quello "normale" di cui leggiamo la biografia nelle rubriche tra un capitolo e l'altro. La Madre di Laurie, Silk Spectre, è l'emblema del tramonto degli eroi. Non c'è modo migliore per dipingere la fine di un era se non attraverso una bellezza che l'età fa sfiorire. E infatti le scappatelle e i particolari piccanti che la resero famosa a suo tempo appaiono ora al lettore come grotteschi e perversi.
Il Comico è la chiave d'accensione della vicenda. Un personaggio detestato dalla maggioranza dei personaggi tranne che da Rorschac. Forse perché permeati dallo stesso cinismo i due personaggi sono collegabili. Da un punto di vista il Comico è un personaggio ripugnante, da un altro è uno che ha capito tutto e giustamente non si cura di nulla.
Ma le sue certezze crollano quando capisce che i giochi si sono fatti troppo grandi per lui, si richiude in sé stesso per poi venire tristemente ucciso. Dove finisce il ruolo del Comico inizia quello di Rorschach, che ne completa il percorso. Nell'economia della vicenda Rorschach è l'erede del Comico.





