
In America è già uscito e da noi è una questione di mesi. Il lungometraggio in questione, il secondo dopo la svolta al 3d della Walt Disney Feature Animation, ha dimostrato sin dai primi trailer le debolezze dell'animazione 3d in mano a una casa di animazione abituata a ragionare in 2d. Esteticamente parlando, le meraviglie di un Tarzan e di un Lilo & Stitch, i due estremi stilisitci dell'animazione tradizionale, si sono rivelati non trapiantabili direttamente nella terza dimensione. E l'effetto, presente già in parte nel discusso Chicken Little, era stato quello di un animazione nè carne nè pesce, sospesa tra classicismo e modernismo ma in un modo che non accontentava nessuno. Perdere di punto in bianco l'espressività, la bellezza e la magia del tratto, vero punto di forza della cosiddetta estetica Disneyana, deve aver interrotto l'incanto negli spettatori trasformando quindi il pathos in banalità, lo humor in ingenuità. Insomma, tutta colpa del 3d? A mio parere sì, dato che è una tecnica che nella mani giuste (vedi Pixar) può rivelarsi una cannonata mentre in quelle sbagliate può dare l'effetto opposto (vedi il discusso Polar Express). Lo stile di Meet the Robinson, era fatto per il 2d. Il cattivone, dalle reminescenza dastardlyane, in 2d era fantastico, e si portava dietro tutta l'espressività e l'arte della tradizione Disney. I due protagonisti, Lewis e Wilbur (anzi più il primo che il secondo), portati alla terza dimensione hanno rivelato una pochezza grafica senza precedenti, che in due dimensioni avrebbe anche potuto funzionare. La famiglia Robinson avrebbe potuto fornire una sorta di contrappunto all'equipaggio di Atlantis, eterogeneo e caratterizzato graficamente in modo vario, e invece qui è solo caramellosa. E pensare che il film era stato pensato, progettato e pure iniziato in 2d, prima che Eisner ci mettesse il naso con la sua Rivoluzione. Il film, quando ancora si intitolava A Day with Wilbur Robinson, doveva essee la trasposizione cinematografica dell'omonimo libro per bambini di William Joice, e allo stesso tempo strizzare l'occhio a Tomorrowland, la sezione di Disneyland dedicata al futuro, inscrivendosi quindi nella linea di film/attrazioni insieme a Pirati dei Caraibi e compagnia bella. Se sia ancora così non ci è ancora dato saperlo, pare però che dopo l'addio di Eisner il tutto sia stato portato avanti quasi per inerzia, arrivando senza troppa convinzione ad un risultato altalenante. Questo finchè Lasseter non ci ha messo le mani, e ha invitato il film a Emeryville per una bella rimpolpata pixariana. Pare che in questa fase siano stati aggiunti parecchi elementi che hanno ridato al film lo spessore che gli mancava, come l'orchestra di rane o il dinosauro parlante. E in definitiva? Bè, pare che il film complessivamente parlando non sia neanche malaccio ma che si fregi del titolo di "uno dei più commoventi in circolazione", aggettivo che nell'animazione moderna latita alquanto. Le musiche, inoltre, sono di Danny Elfman, il che dovrebbe costituire un buon incentivo alla visione. Sarà da noi a giugno, pare, mancano un paio di mesetti, e nel frattempo, eccovi la recensione di Ultimate Disney. Speriamo bene.





