
Bè, di sicuro questo film cerca di dare una risposta a questo interrogativo.Gigi Marzullo ha scritto:La vita è un sogno, o i sogni aiutano a vivere meglio?
Dopo il successo mondiale di Eternal Sunshine of a Spotless Mind, Micheal Gondry torna a realizzare un film onirico e visionario. Ma per L'arte del Sogno, nonostante la fama ottenuta, viene realizzato al di fuori dalle major hollywoodiane, per due motivi: innanzitutto, le major si fidano pienamente di Micheal Gondry regista, ma non come sceneggiatore dato che i suoi due film precedenti sono stati scritti da Charlie Kaufman, autore già di Essere John Malkovich
Morto il padre messicano, Stèphane, un ragazzo che confonde sogno e realtà, si trasferisce in un appartamento parigino, e costretto a svolgere un lavoro tutt'altro che entusiasmante, procuratogli dalla madre che gliel'aveva presentato come una mansione artistica. E giunto qui, oltre a ritrovarsi in un ambiente lavorativo a lui non congeniale, troverà una vicina di casa di cui si innamorerà, cercando di creare un legame, nonostante la sua fantasia galoppante gli impedisca di comprendere cosa avvenga realmente, e cosa sia frutto della sua mente. Perchè è nel sogno che Stèphane si rifa' della vita che durante il giorno vive facendo ripetutamente le scelte più sbagliate.
Come nel precedente film di Gondry, anche qui si susseguono due differenti piani: se in Eternal Sunshine il regista giocava con presente e passato, qui sono realtà e sogno a intrecciarsi incontrollatamente. E, in pieno stile Gondry, che possiamo definire "il poeta della pellicola", il mondo del sogno è realizzato con affascinanti espedienti ed effetti speciali, ma soprattutto con idee surreali realizzate in modo divertente e delicato. Il suo modo di mettere in scena gli elementi surreali, potrebbe quasi definirsi un decoupage cinematografico, per i diversi elementi che inserisce nell' immagine: dei batuffoli di cotone diventano delle nuvole, del polistirolo fluisce come acqua fuori dai rubinetti, e un quadrato di stoffa può essere un fondale.
La sceneggiatura è una commedia romantica che profuma di vita reale, nonostante la presenza di elementi assolutamente assurdi, ma sono gli atteggiamenti e le personalità dei protagonisti a renderli non "personaggi", ma più vicini a vere e proprie persone. E non è difficile capire come ciò sia possibile, dato che questo è il film più autobiografico di Gondry, che ha costruito Stèphane come una rappresentazione di sè stesso, e immergendolo in esperienze realmente vissute.
E così, niente retorica da commedie d'amore hollywoodiane, ma due personaggi estremamente credibili: da una parte un ragazzo inguaribilmente sognatore, a tratti illuso, romantico pasticcione, eche prova un sentimento leggero ed ingenuo nei confronti della ragazza amata. Un ragazzo malinconico, con una vita quotidiana abbastanza scarna e oppresso da personalità forti, ma che sa rifugiarsi nella speranza. Stephanie è invece una ragazza dalle diverse sfacettature: spirito infantile, giovane ragazza piena di passione, donna dall'istinto materno. E il rapporto tra i due diverrà ambiguo, senza capire cosa veramente sia sogno, e cosa realtà.
E la domanda con la quale il film ci lascia è: "la fantasia può essere patologica?"
Io dico di sì, anche perchè Sthèphane è il personaggio cinematografico in cui più mi sia mai riconosciuto, anche più di Amèlie Poulin.


