
Quali sono gli elementi che ci spingono a definire un’opera “nerd”? Il problema è annoso visto che, come tutti i termini che da un certo momento in poi iniziano a venire usati spesso e volentieri a caso, ormai anche questa parola a noi tanto cara ha perso di significato, volendo dire tutto e niente.
Certamente la serialità televisiva, intesa secondo la svolta ideologica e programmatica degli ultimi 10 anni, può ben rientrare nella branca di interessi nerd in genere, ma ciò non vuol dire che tutti i telefilm (telefilm, lol, che termine vecchio) siano nerd, essendoci ancora una vasta scelta di progetti che abbracciano le vecchie modalità narrative. I procedurali, per esempio, che presi di per sé senza qualche componente “altra” a rinforzare il tutto (vedi per esempio il buon Life on Mars), non rientrano proprio nelle mie corde.
E allora perché mi sono messo a seguire una serie come Broadchurch, dichiaratamente niente più e niente meno che un giallo classico che più classico non si può? Ebbene, non nasconderò che, come una qualunque fangirl, l’unica molla che mi ha spinto ad approcciarmi a questa serie è che il protagonista è David Tennant
Ad ogni modo, grazie alla presenza del fu Decimo Dottore aka Barty Crouch Junior, ho potuto godere di un mystery davvero ben confezionato. Non c’è niente da fare, gli inglesi sanno scrivere da Dio quando si tratta di serie tv, di qualunque genere si parli, e anche gli sceneggiatori di ITV dimostrano di sapere il fatto loro, quanto quelli in forza alla BBC.
Sì, Broadchurch è un giallo nel senso stretto del termine: non ci sono sottotesti, livelli di lettura nascosti, metafore di altro rispetto a quanto si vede sulla superficie, dimensioni parallele, viaggi nel tempo e quant’altro: si tratta di una pura e semplice indagine. Quello che differenzia Broadchurch rispetto a qualunque altro poliziesco, oltre al non indifferente carisma di Tennant con la barba, è la struttura narrativa. 8 puntate, non 22, e un unico caso che dura per tutta la prima stagione, non un’indagine diversa ad ogni episodio. Questo avvicina molto la stesura della serie a quella di un piacevole romanzo giallo, scritto con mestiere e arguzia andando a prendere quegli elementi classici e conosciuti del genere ma arricchendoli con la qualità della scrittura.
Il presupposto strutturale è simile a quello di Twin Peaks e del recente True Detective, ma se le due serie condividevano un sottotesto esoterico, qui non se ne sente il bisogno e si mette in scena sì un paesello nel quale gli abitanti non sono quello che sembrano (nel corso dell’indagine verranno fuori numerosi altarini su vari abitanti) ma a differenza del progetto made in David Lynch non si giustifica il tutto con misteriose forze ultraterrene che interferiscono nelle azioni degli umani. Sono solo semplici persone, quelle messe in scena, uomini e donne comunissimi che soffrono, rimuginano, si pentono, cercano di lasciarsi alle spalle gli errori e di vivere una vita nuova, migliore rispetto al bruciante passato.
Il tutto non è quindi solo sfondo all’indagine per capire chi ha ucciso un bambino di 11 anni e perché, ma è vita viva e pulsante, importante quanto il caso che unisce il tutto. Collateralmente, poi, anche la vita privata del protagonista è appassionante, dato che il detective esce con le metaforiche ossa rotte da un precedente caso in cui pare abbia fatto un pasticcio non riuscendo ad inchiodare l’assassino. La verità sulla vicenda, quasi un caso nel caso, sarà davvero d’effetto e per niente banale.
Broadchurch è una serie che consiglierei calorosamente non solo agli amanti dei gialli vecchio stampo e di Tennant, ma a chiunque abbia a cuore la buona narrativa (in senso ampio) e a chiunque sia interessato a vedere vite vere, raccontate senza la solita patina finta e ipocrita.
E’ già stata annunciata la seconda stagione, sulla quel vige gran riserbo: in effetti, alla luce della conclusione, non capisco come possa sensatamente continuare, specie avendo ancora Tennant e la sua partner come protagonisti, ma ho fiducia.
Meno fiducia la ripongo invece nel remake americano, che vedrà la luce nel prossimo autunno. La filosofia è la stessa che in passato ha fatto sì che gli USA copiassero un prodotto di successo inglese, così come è stato per Life on Mars e per Elementary, direttamente ispirato allo Sherlock moffattiano. Ma stavolta c’è un elemento disturbante in più: il protagonista del remake sarà sempre interpretato da Tennant, qui nella sua prima avventura importante e di peso su suolo statunitense. Se l’attore britannico ha accettato la parte forse significa che il progetto tanto inutile/una merda non è, o forse non c’entra nulla. Fatto sta che la fangirl che è in me mi costringerà a vedere almeno il pilot anche di questo progetto




