Riletto
Il boia di Parigi. E rigradito. Più della prima volta. E' epichino, a modo suo, ma è anche intimista, più di quanto mi fosse parso ad Ottobre. Sceneggiato con sobrietà e decisione e disegnato in modo fantastico, i volti ripugnanti di Casertano sono proprio quello che sembrano. Rimane un ultimo dubbio, quello che ha rinfocolato la lotta di classe e di ideologie:
Il boia di Parigi è un fumetto reazionario? Ma anche no, io direi. E' sicuramente una apologia contro le rivoluzioni farlocche, e per sapere quante rivoluzioni dal 1789 a oggi siano state reali e quante farlocche basta leggere il libro di Storia. C'entra un cazzo Paola Barbato, che di amore nella morte e morte nell'amore ha parlato anche su Dylan Dog e che mica s'è messa a improvvisare tanto per riempire 110 pagine. Avrà pure la sua opinione, ma in fondo mica è colpa sua se il libro di Storia riporta quel che riporta. Nel 2012-2013 di rivoluzionari è piena l'Italia, che non è la Francia ma poco ci manca. Rivoluzionari "nuovi" e rivoluzionari vecchi. Ecco, noi, nel 2013, stiamo ancora scontando le pene inflitteci dai rivoluzionari di vent'anni fa. Abbiamo più mezzi a disposizione degli analfabeti del 1789: cerchiamo di usarli bene. Anche se sono fumetti.
le Storie #2: La redenzione del samurai (Recchioni/Accardi)
Recuperato il n.2. Siamo da tutt'altra parte rispetto al
Boia, eppure siamo sempre nel magico mondo di
Un uomo un'avventura. Siamo in piena bonellianità, eppure siamo dalla parte opposta nel mondo, dove le cose vanno in un modo che per noi sarà sempre un po' incomprensibile. E giocoforza riadattato.
Bramo ha scritto:
La Redenzione del Samurai non fa eccezione, invero: per quanto sia una storia in cui lo stile peculiare dell'autore non esca particolarmente dagli schemi, la sceneggiatura scorre bene, la storia è infatti costruita in modo tale da intrigare il lettore, da trascinarlo in questo mondo di guerrieri, onore e sangue. E poco importa se alla fin fine la trama non è niente di particolarmente originale, perché comunque viene valorizzata da una scrittura limpida, che non lascia molto al caso, e soprattutto da personaggi capaci di incidere davvero sulla narrazione e nell'empatia del pubblico. Shimada, il vecchio samurai, mantiene quel velo di atteggiamento strafottente tipico degli alter-ego di Recchioni, pur non eccedendo in tal senso, mentre il suo giovane allievo Tetsuo, vero protagonista della storia, incarna perfettamente i valori e il carattere che si addicono ad una figura del genere in una situazione del genere.
Infine, inchino per i magnifici disegni di Andrea Accardi, che offre un lavoro davvero strepitoso: i personaggio ma soprattutto gli ambienti e gli sfondi sono un florilegio di particolari e dettagli curatissimi, che generano un insieme assolutamente vincente e con un'estetica dotata di maggiore appeal della media bonelliana, pur essendone molto debitrice.
Quoto, questo albo è ibridismo spinto, più di John Doe, oserei dire. Ritroviamo la sobrietà e la decisione che la Barbato aveva messo nel
Boia, e anche in questo caso si ha l'impressione che il disegnatore si sia messo particolarmente d'impegno, consapevole che tutto doveva essere perfetto e calcolato a puntino. Ancor più che nel
Boia ritroviamo sequenze d'impatto e crudeltà assortite. Siamo anni-luce dal Bonelli-tipo, eppure siamo in un Bonelli-tipo, dato che di storie così
Un uomo un'avventura e altre testate sono piene. Con la differenza che in quelle il linguaggio non è particolarmente analizzato e ponderato, aspetto che invece fiocca da ogni tavola di questo numero. E no, non è una storia granché originale, questa, anzi, è un vero e proprio concentrato di topoi e cliché nipponici. Sono i cliché e i topoi visti dall'Occidente, e in particolare da Recchioni, che di Oriente è conoscitore, pare, profondo. Ma, per quanto possa esserlo, orientale non è. E deve adattare sé al contesto e viceversa. Così è lui il samurai che pare debba essere redento per forza sulla via della bonellianità? O è il vecchio sòla ardimentoso che fa le mangate buffe? O è l'allievo che prende il meglio da entrambi (da entrambe le prospettive, cioè) e, fatta esperienza, è pronto a diventare il samurai del fumetto italiano? Paola Barbato si prefigurava come colei che compie un mestiere ingrato, lo scrivere, ovvero dare la morte (o, al più, rinunciare a farlo) ai personaggi delle sue storie, come l'artista amata e odiata al contempo, che vorrebbe cambiare le cose ma alla fine dà al pubblico quel che vuole (cioè sè stessa). Recchioni questo discorso lo fa tacendo, senza spettacolarizzarsi troppo, limitandosi ad andare dritto per la sua strada. Ad accomunarli la volontà di lasciar giudicare le proprie azioni ai posteri/lettori. Volontà, appunto, cioè consapevolezza ("non posso certo aver cambiato la Storia!", "andiamo avanti finché non avremo finito!"): entrambi sanno che la ghigliottina è la loro, sanno di avere la katana dalla parte del manico.