
Sam Mendes torna dietro la macchina da presa, dopo il bellissimo "American Beauty" e il deludente "Era mio padre", e lo fa adattando l'autobiografia di Anthont Swafford, un marine di fanteria mandato in missione durante la Guerra del Golfo, per l'operazione Desert Storm. E nel narrare questa esperienza fa l'ultima cosa che ci si aspetterebbe: un non-film di guerra.
In due ore di film ci saranno si e no 5 minuti di scene d'azione. E come si riempono due ore di film sulla Guerra del Golfo senza scene di battaglia? Si mostra la vita dei soldati. Racconta la vita non di un gruppo di G.I. Joe vestiti di verde, ma di ragazzi che hanno scelto di arruolarsi in marina e ora si roitrovano in Kuwait a dover combattere una guerra. E nel fare ciò non da nessun giudizio sulla giustizia o meno della guerra nei confronti degli altri, esprime solo un parere su come l'America tratta i suoi soldati, con lavaggi del cervello che portano alla pazzia i soldati che non hanno la possibiltà di uccidere un uomo come gli era stato promesso nell'addestramento.
L'addestramento, i momenti di scherzo e goliardia, le riflessioni, la schizofrenia e le crisi, la consapevolezza di essere soldatini appiedati in una guerra che si combatte con aerei che sfrecciano alla velocità della luce, il ricordo delle persone lasciate a casa...
E con questa messa a fuoco sull'universo bellico "alternativo", Mendes può concentrarsi su scene come una battaglia a football con le maschere antigas, una passeggiata sotto la pioggia di petrolio, un incontro quasi onirico con un cavallo nel deserto...
Qualche maestria registica e di fotografia abbelliscono il tutto esteticamente, e anche la recitazione degli attori è di nuon livello.
A mio parere, siamo di fronte ad un film migliore di Full Metal Jacket.
E con questo chiudo.


