
Alla fine degli anni '50, un anziano illusionista si rende conto che i suoi spettacoli non sono più apprezzati dal pubblico, catturati dal fenomeno del rock'n roll; per trovare un nuovo mercato si trasferisce a Londra, ma anche nella capitale inglese è costretto ad esibirsi solamente in pub e in piccoli teatri. Un giorno incontra una giovane ragazza che rimane incantata dai suoi trucchi e decide di seguirlo; il mago si prenderà cura di lei quasi come una figlia, accettando anche alcuni compromessi lavorativi pur di ottenere il necessario per mantenerla...
Il copione del film è stato scritto dal celebre mimo francese Jacques Tati nel bel mezzo della sua carriera, ma mai realizzato; un incidente alla mano gli rese infatti impossibile interpretare un'illusionista come il film richiedeva, anche a seguito di un corso di prestidigitazione che aveva seguito appositamente. Alcuni teorici del cinema affermano però che il vero motivo per cui Tati non portò mai sul grande schermo questo film è che sia un'opera troppo personale, con la quale avrebbe esposto pubblicamente i propri sentimenti come non era costretto a fare continuando a interpretare il buffo Monsieur Hulot. Il mimo per coltivare la sua carriera ed esercitare la propria arte aveva infatti dovuto sacrificare tempo alla famiglia perdendosi buona parte della crescita della figlia, cercando di compensare la sua assenza con dei regali; allo stesso modo l'illusionista tenta di conservare la sua relazione con la sua nuova amica, non riuscendo sempre a dedicargli le attenzioni di cui lei necessita.
Il regista Sylvain Chomet ha avuto modo di inserire un suo personale accento autobiografico, che si aggiunge alla lontananza dai figli che condivideva: l'illusionista si trasferisce in Inghilterra, così come aveva fatto Chomet per fondare il suo studio d'animazione all'inizio della lavorazione di questo film. Per il resto il regista francese condivide buona parte delle sensazioni che contraddistinguevano il suo conterraneo, permeando l'intera pellicola con una poesia velata di malinconia che lascia però spazio a diverse risate. L'omaggio a Tati viene addirittura esplicitato quando il protagonista entra in una sala dove stanno proiettando "Mio Zio", il film d'esordio del mimo francese, ma il rimando al cinema del passato non si limita a questo: la regia di Chomet risulta insolitamente piatta (soprattutto se confrontata col dinamismo di alcune sequenze di "Appuntamento a Belleville"), con quasi tutte le inquadrature che mostrano gli ambienti frontalmente, come se si trattasse di riprese in studi di posa, esattamente come avveniva nell'epoca del muto.
Dal punto di vista grafico il film è impeccabile, i disegni a mano sono realizzati con uno stile caratteristico che trasmette alla perfezione l'aspetto più artigianale dell'animazione tradizionale, una tecnica che viene sempre più accantonata in favore della computer grafica. Lo stesso si può dire per la colonna sonora composta dallo stesso Chomet, in grado di sottolineare l'atmosfera malinconica scaturita dal lento declino di maghi, giocolieri, acrobati, ventriloqui ed altri artisti che si vedono accantonati all'improvviso; una tematica che tra l'altro appare quanto mai attuale nella cultura odierna, dove il mondo dello spettacolo è messo in disparte dalle istituzioni.
Si può dire che quanto rimane del film al termine della visione non è la trama, in realtà piuttosto semplice come avveniva nell'epoca del muto, ma i delicati momenti che si riescono a costruire all'interno della vicenda; i due protagonisti non godono di una caratterizzazione che gli permetta di sostenere l'intera pellicola, con molti quesiti che rimangono insoluti sulla loro personalità. In particolare il rapporto tra l'illusionista e la ragazza che lo segue è presentato in maniera ibrida, al punto che non è mai troppo chiaro se si possa considerare una sorta di rapporto padre-figlio o se da una delle parti ci sia un desiderio amoroso nei confronti dell'altro.
Non si può dire che la Sacher Film abbia puntato molto su questa pellicola, nonostante la eco che aveva ottenuto "Appuntamento a Belleville" nel nostro Paese: il film ha potuto contare su una striminzita compagna promozionale cominciata a pochi giorni dall'uscita nei cinema italiani, con una distribuzione limitata a soli 20 cinema su tutto il territorio nazionale. A questo si aggiunge una quasi totale assenza di adattamento: come ormai tradizione per Chomet il film è quasi interamente privo di dialoghi, ma quelle poche battute o singole parole bofonchiate dai personaggi non sono state nemmeno doppiate in italiano. Nulla che danneggi pesantemente la comprensione del film a chi non comprende la lingua, ma è comunque un sintomo di quanto poco impegno sia stato riversato in un'opera che di sicuro si meritava più riguardo.