
C'era una volta un ragazzo cicciotto. Questo ragazzo cicciotto si chiamava John e aveva appreso i rudimenti di quella che era stata la sua passione al CalArts, la scuola fondata dallo stesso Walt Disney. In questa scuola lui si era trovato bene e aveva conosciuto Brad, Tim e tante altre future divinità del panorama animato. Ma un giorno questo ragazzo cicciotto andò al cinema e vide Tron, facendosi folgorare dalle potenzialità della CGI, che tanta parte aveva avuto in quel film, e si mise a discutere con il suo amico Glen per un possibile impiego di questa nuova tecnica d'animazione all'interno di quella tradizionale. I due fecero anche un test per un ipotetico adattamento di Where the Wild Things Are, dopodiché John propose la sua idea di un lungometraggio interamente in computer grafica a quelle che un tempo erano le alte sfere della Disney. Si trattava del Piccolo Tostapane che sarebbe stato poi realizzato davvero, ma altrove e con la tecnica tradizionale: questo perché le alte sfere risero in faccia a quel ragazzo cicciotto, e lo mandarono via. John aveva il cuore spezzato, ma non sapeva che un giorno alla Disney ci sarebbe tornato, e da trionfatore, salvandola proprio nel suo momento più buio, ma per adesso doveva fare esperienza, e doveva diventare John Lasseter.
1984
The Adventures of André & Wally B. (The Adventures of André & Wally B.)

Un signore con la barba di nome George si accorse che il paffuto John aveva talento e decise di assumerlo nella sua microunità informatica alla Lucasfilm. Lì John conobbe Ed Catmull e iniziò a lavorare alla sua amata computer grafica, realizzando animazioni di oggetti, prove per spot e dimostrazioni varie da presentare alle fiere informatiche, ma in tutto questo non riuscì a mettere da parte il suo sogno. Lui sapeva che con questa nuova tecniche era possibile raccontare storie, e voleva provarci. Questo non era il motivo per cui George l'aveva assunto, ma gli permise lo stesso di fare questa prova. Per prima cosa John si scelse una storia semplicissima, lunga meno di due minuti: un ragazzotto viene punto da un'ape, una gag semplicissima, che però lui si sarebbe divertito ad arricchire. Per arricchirla serviva personalità, bisognava lavorare sulla caratterizzazione, o non sarebbe stato convincente. Si trattava di modulare delle figure geometriche tridimensionali in maniera da dare loro espressività: il ragazzotto André infatti era una gocciolona, mentre l'ape Wally B un sistema di sfere. Per dare loro mobilità e delle espressioni convincenti si ricorse quindi all'estetica degli anni '30, quella che agli albori dell'animazione tradizionale aveva permesso tante belle cose. Sfere, tubi di gomma, espressioni semplici e immediate, e poi un setting convincente: un bellissimo boschetto con la musica del Barbiere di Siviglia in sottofondo. Era nato il primo corto in CGI. Corto che attirò l'attenzione di un certo Steve Jobs che in quel periodo era stato estromesso dalla sua stessa Apple, e che propose a George di portarsi via i suoi ragazzi, promettendo loro fama e fortuna. George acconsentì e John, che nel frattempo era diventato John Lasseter, lasciò così la Lucasfilm e iniziò il suo cammino che l'avrebbe consegnato alla leggenda. Qui.
1986
Luxo Junior (Luxo Jr.)

L' ex-sottounità della Lucasfilm era ormai diventata la Pixar, compagnia informatica di sviluppo di hardware e software...con il pallino dei cortometraggi, che Steve Jobs promuoveva pienamente. Due anni dopo il primo esperimento ecco che John Lasseter osservando la sua lampada da tavolo si accorge di quanto antropomorfismo a volte sia celato all'interno di oggetti tridimensionali, anche se di plastica, e si rende conto che potrebbe usare a suo vantaggio la rigidità geometrica di questo sistema di animazione. Ed ecco che il mondo conosce il primo corto canonico della Pixar: una lampada da tavolo bambina che saltella qua e là sotto lo sguardo della madre fino a far accidentalmente sgonfiare la palla con cui sta giocando. Un'altra serie di gag, ma con grande personalità! La gente che lo visiona, anche pezzi grossi del settore, rimangono impressionati dalla cosa e corrono a chiedere a John le cose più inutili tipo se la lampada è maschio o femmina e via dicendo, e John gongola soddisfatto perché capisce che l'illusione è riuscita, e il tutto senza usare occhi, naso, bocca, solo con una lampada da tavolo. Oltre a diventare il logo ufficiale Pixar, Luxo Jr. fornisce uno dei primissimi elementi iconografici pixariani di sempre, che è il disegno della stella rossa su sfondo giallo che caratterizza la palla e che verrà utilizzato spesso e volentieri in seguito. Da notare infine che il corto ha conosciuto un passaggio cinematografico in occasione dell'uscita di Toy Story 2. Qui.
1987
Il Sogno di Red (Red's Dream)

E una volta stupito il mondo bisogna andare ancora avanti, ecco quindi che John e il suo team decidono di osare e raccontano una storia statica e nel contempo molto malinconica. Stavolta il corto dura quasi quattro minuti, ed è un passo avanti considerevole: ci troviamo in un negozio di biciclette chiuso, fuori piove e nell'oscurità abbandonato in un angolo giace un monociclo invenduto, il quale fantastica sui suoi giorni gloriosi che non è chiaro siano avvenuti o debbano ancora avvenire. Parte così una fantasticheria in cui su una pedana da circo (che ha l'aspetto della palla di Luxo) il piccolo "Red" si esibisce, cavalcato da un clown. Il pagliaccio in questione è dai tempi di André il primo tentativo di realizzare una figura umanoide convincente, anche se assai caricaturale, e va detto che è sicuramente riuscito: il clown non appare grottesco come invece sarà il bambino del prossimo Tin Toy, ma va anche tenuto presente che è una figura a metà strada tra un umano e un funny animal. Purtroppo per Red la fantasticheria finisce e ci ritroviamo nuovamente nel negozio al buio mentre la telecamera si sposta all'esterno, togliendo allo spettatore qualsiasi speranza per un domani migliore. Un simpaticissimo esercizio di stile quindi. Qui.
1988
Tin Toy (Tin Toy)

Con Tin Toy abbiamo l'idea base che fornirà in seguito l'ispirazione per Toy Story. La fissa del giovane John per il tema del giocattolo, del suo rapportarsi al bambino nasce qua: abbiamo un giocattolo di latta che osserva un neonato ansioso di giocare con lui, salvo poi fuggire inquietato dalle sue fattezze mostruose. Il neonato infatti è mostruoso ma non solo del punto di vista del giocattolo, ma pure da quello dello spettatore che si ritrova davanti alla prima simulazione realistica di essere umano mai fatta in computer grafica e come tale piuttosto datata. Anzi, diciamo pure che il neonato è inguardabile, assolutamente disturbante e innaturale nei movimenti, un'esperienza che segna lo spettatore e profetizza tutti i futuri problemi che, perlomeno fino a Rapunzel, gli animatori CGI avranno con la figura umana. Questo non impedisce al corto di vincere un Oscar, proabilmente dovuto alla storia, che ha di certo un suo perché: il giocattolo rifugiatosi sotto il divano vede una moltitudine di giocattoli tremolanti e spaventati, la stessa moltitudine che apparirà anche in Toy Story 3 nell'agghiacciante scena dell'asilo, e capisce che volente o nolente è quello il suo ruolo. Solo che tornato dal bambino, lo ritroverà impegnato a divertirsi di più con la sua scatola, a dimostrare quanto sono volubili i bambini. Stavolta il corto dura cinque minuti, in cui viene descritta un'ampia gamma di situazioni, con un pizzico di riflessione filosofica ben celata. Qui.
1989
Knick Knack (Knick Knack)

Con Knick Knack si chiude questa prima fase pionieristica. Si tratta infatti dell'ultimo corto a venir prodotto per un decennio: gli sforzi della Pixar d'ora in poi saranno tutti per Toy Story, un lungometraggio, e ci sarà poco tempo per concentrarsi sui corti, che rimanevano pur sempre una vetrinetta in attesa di questa grande occasione. Knick Knack è comunque una chiusura ottima per questa fase, visto che si tratta di un concentrato di ritmo, allegria e gag ottimamente riuscite. Siamo in uno scaffale pieno di souvenir, e seguiamo i vani sforzi di un pupazzino di neve per uscire dalla sua boccia nevosa e raggiungere invece gli altri orpelli che se ne stanno a prendere il sole, e fra cui spunta pure una bella bambolina di plastica. Le gag che si susseguono sono veramente divertenti, dinamiche e preludono parecchio al delizioso stile slapstick che assumeranno questi corti in futuro, persino il finale infila un paio di svolte inaspettate. Godibilissimo quindi, anche grazie alla colonna sonora, una musichetta canticchiata davvero sfiziosa. Va segnalato che il corto è approdato nel 2003 nei cinema con Alla Ricerca di Nemo, ma per l'occasione il seno fuori misura della bambolina sarà rimosso dandole un'aria più casta (ma pure più armonica). Qui la versione con seno, qui la versione senza seno.
1998
Il Gioco di Geri (Geri's Game)

Quanta poesia, malinconia, nostalgia e nel contempo humor nero, in questa Pixar che torna ai corti dopo quasi un decennio! Era da Knick Knack che non ne producevano uno, e adesso che tornano a farlo sono cambiate moltissime cose. Il ragazzo paffuto si è fatto valere arrivando a realizzare Toy Story, primo lungometraggio in computer grafica della storia, e per di più facendoselo finanziare e distribuire dalla Disney, quella stessa Disney che a suo tempo l'aveva cacciato e adesso con la nuova dirigenza Eisneriana sembra interessata a questa nuova forma d'animazione. Sappiamo purtroppo a cosa questo porterà, ma per il momento sono soddifazioni per un giovane team di artisti che è arrivato al suo secondo lungometraggio. Scritto e diretto da Jan Pinkava, Geri's Game viene infatti abbinato ad A Bug's Life anche se in Italia per vederlo bisogna aspettare la vhs, dal momento che i cinema non sono ancora avvezzi a questa pratica Pixariana e il corto viene tagliato. Intanto però si aggiudica l'Oscar, e per giunta meritatissimo vista la storia che racconta: sulle note di un organetto il vecchietto Geri inizia al parco una partita a scacchi...contro sé stesso. La telecamera inzialmente lo mostra alzarsi e andare da un capo all'altro della scacchiera, togliendosi gli occhiali e cambiando di volta in volta personalità, ma ben presto grazie al montaggio frenetico sembrerà allo spettatore che i vecchietti siano effettivamente due, con un notevole effetto surreale alla fine. Insomma un quadretto sulla solitudine degli anziani, esaltante e esilarante al contempo, e per giunta ben animato! Il modello del vecchietto è il primo essere umano pixariano veramente convincente, e che regge a distanza di anni senza apparire troppo datato, addirittura verrà riciclato l'anno dopo all'interno di Toy Story 2 (al quale tuttavia non verrà abbinato un nuovo corto ma la riproposizione di Luxo Jr.), nei panni del restauratore di giocattoli. La Pixar ha trovato la sua strada nella rappresentazione degli umani, aggirando il problema grazie al ricorso alla caricatura, scegliendo giustamente di rifuggire il fotorealismo che sarà invece alla base dell'orrorifica motion capture. Qui.
2001
Pennuti Spennati (For the Birds)

Dopo i fasti di Geri's Game ci vogliono ben tre anni prima di vedere un nuovo corto Pixar nelle sale in abbinamento ad un lungometraggio. Toy Story 2 infatti ripresentava il classico Luxo Jr. , ma con Monsters & Co. si torna a presentare qualcosa di nuovo, e si tratta di un corto su uno stormo di uccelli appollaiati sul filo del telefono. E' un corto molto interessante sotto diversi aspetti: la grafica è eccellente e gli uccelli/caricature sono modellati benissimo, il sonoro è molto particolare visto che i versi degli uccelli sono ottenuti con dei clacson, inoltre è molto simpatico anche il tema trattato e cioè il mobbing sociale contro un "diverso". Il gruppetto di uccellini si rivela meschino e vile nell'irridere un uccellone spilungone che vuole fare amicizia con loro, ma la cosa si ritorcerà loro contro lasciandoli appunto spennati grazie ad un giochetto di azione e reazione che fa ben intuire che d'ora in poi la strada dei corti Pixar sarà all'insegna della reinvenzione del concetto stesso di slapstick. Veramente godibile. Qui.
2004
L'Agnello Rimbalzello (Boundin')

Dopo un altro periodo sabbatico (a Nemo venne abbinato il vecchio Knick Knack) torna la tradizione di allegare al nuovo film Pixar in uscita un nuovo cortometraggio, e da questo momento in poi verrà sempre ossequiosamente rispettata. Il corto in questione è abbinato a Gli Incredibili, torna a far uso del parlato, tralasciando per questa volta lo slapstick, e il risultato è uno dei più autoriali tra i corti Pixar. Il regista è l'animatore Bud Luckey che infonde nella storia, nel design dei personaggi e nella narrazione il suo personalissimo stile e quel che ne esce è un corto stralunato, una sorta di fiaba minimalista, buffa e sconclusionata con una morale di fondo semplice e sincera. Il povero agnello che ama rimbalzare sui canyon trasmettendo allegria e gioia di vivere si incupisce quando viene tosato, ma un Lepronte (in originale Jack-a-Lope) gli apre gli occhi e gli fa capire che la vita è fatta di alti e bassi e bisogna saperli affrontare saltellando. Può sembrare banale, ma il modo in cui è narrato, l'andamento filastrocchesco, lo stile generale impreziosiscono il tutto rendendolo l'ennesimo gioiello Pixar. Da notare che l'auto che si intravede altri non è che il fondatore dalla Radiator Springs di Cars, successiva uscita Pixar. Qui.
2006
One Man Band (One Man Band)

E si ritorna alla cara vecchia mimica pixariana dopo la parentesi parlato/didascalica de L'Agnello Rimbalzello. Ed è un ritorno in grande stile, che mostra un evoluzione non da poco, nei gesti, nei cenni, nell'espressività che oscilla tra il credibile e il caricaturale. E caricatura è proprio la parola giusta visto che per la terza volta dopo Geri's Game e Gli Incredibili i protagonisti sono personaggi umani, e ben si sa qual'è la (lodevole) strada intrapresa da Pixar per aggirare il solito problema dalla figura umana in CGI. Gli umani di One Man Band non fanno eccezione, il loro essere estremamente irreali li personalizza e li rende simpatici pur non salvandoli da una certa plasticosità di fondo, fortunatamente non fastidiosa. L'ambientazione medioevaleggiante è resa benissimo con una scelta di luci e colori veramente d'atmosfera, per non parlare delle bellissime musiche di Giacchino, che diventa qui il compositore d'eccellenza Pixar anche per i corti. In quanto allo sviluppo della storia, non c'è da lamentarsi, data la narrazione di altissimo livello che vede due musicisti di strada fronteggiarsi per ricevere l'offerta di una bambina. Ultimo corto Pixar ad esser diventato Disney solo retroattivamente, in quanto abbinato a Cars, ultimo lungometraggio Pixar uscito prima della fusione societaria. Qui.
2007
Stu - Anche un Alieno Può Sbagliare (Lifted)

Abbinato a Ratatouille e diretto da Gary Ridstorm, tecnico del suono Pixar, Lifted è stato definito da alcuni poco innovativo. Forse è anche vero, ma ciò non toglie che sia IL cortometraggio perfetto, almeno per quanto riguarda lo stile che la Pixar ha adottato finora nei suoi cortometraggi. Anzi direi che lo humor slapstick, visto fino a questo momento, trova qui la sua celebrazione massima, il suo punto d'arrivo in un corto che fa della causa-effetto, delle gag fisiche e della coordinazione tra musica, effetti sonori e animazione una vera e propria scienza. La scienza del tempo comico, del ritmo. Seguiamo una sorta di esame per alieni in cui il povero Stu è costretto a dimostrare come rapire un essere umano, e ovviamente questo dà luogo a un'infinità di gag basate proprio sugli effetti disastrosi del raggio traente. La musica è ancora una volta di Giacchino che confeziona un tema davvero d'atmosfera e assolutamente epico, pronto a venir interrotto bruscamente e malamente ogni volta che accade una gag inaspettata. Probabilmente il motivo di tanta finezza nel trattare le varie azioni-reazioni sta proprio nel fatto che Gary sa bene come lavorare con i suoni, come disporli in modo da ottenere gli effetti comici desiderati, ed è un vero esperto di tempistiche. Un vero capolavoro. Qui.
2008
Presto (Presto)

Abbinato a Wall-E e primo corto cinematografico Pixar a presentare il logo Disneyano (con tanto di title card fatta di tessuto, omaggio ai classici corti Disney!), Presto, con la sua comicità muta, porta avanti il discorso slapstick che ha da sempre contraddistinto i corti Pixar. E se si pensava che fosse stato già detto tutto su questo campo con Lifted, ecco che qui viene premuto ulteriormente il pedale dell'assurdo, approdando nel territorio dell'impossibile. Tutto grazie allo stratagemma dei due cappelli comunicanti che nelle mani del mago Presto Digiotatone e del suo coniglietto Alec Azam diventano il pretesto per farsi la guerra davanti al pubblico. Il tutto per una carota negata. Si approda definitivamente in campo Warner/Tex Avery, con un cortometraggio che non fa mistero del suo essere una palese dedica all'animazione delirante di quegli anni. Sale anche il ritmo, con le gag che si susseguono con una tale velocità e un tale caos da lasciar spesso e volentieri deliziosamente disorientato lo spettatore. Intelligentissimo è lo sfruttamento massimo che si ha della gag dei cappelli, e come questa assurdità venga applicata pedantemente alle leggi della fisica con uno straniamento sempre nuovo. Ennesimo capolavoro. Qui.
2009
Parzialmente Nuvoloso (Partly Cloudy)

Parzialmente Nuvoloso è l'ennesima perla cortometraggistica Pixar. Ha tutto: la continua ricerca di una comicità slapstick via via più ricercata e intelligente, tratto distintivo di queste produzioni, una resa estetica e musicale da capogiro, una morale di fondo, personaggi meravigliosi, una tonnellata di poesia e un ritmo impressionante. Tutto in cinque minuti, quelli che bastano a trasportare lo spettatore in un mondo meraviglioso dove le cicogne sono amiche di nuvoloni sforna-cuccioli e insieme lavorano per consegnare il carico alle rispettive famiglie. Non si fa a tempo ad abituarsi allo scenario fiabesco e pastelloso che ci si accorge che ci sono pure dei protagonisti, e che sono bei protagonisti, e che hanno una bella storia da raccontare, con gag divertentissime e con molto cuore. Il tutto senza una parola, ma con il bellissimo commento musicale di Giacchino (sempre lui!) e i grugniti camerateschi, piagnucoloni e tenerissimi del nuvolone Gus, che involontariamente crea solo cuccioli pericolosi, con scorno del suo collega volatile. Quello che è forse il più bel corto che abbiano mai prodotto in Pixar è anche quello che pare sia stato maggiormente tagliato dalle sale, ansiose di proiettare unicamente Up senza perdite di tempo, e la cosa non può che fare tristezza. Qui.
2010
Quando il Giorno Incontra la Notte (Day & Night)

Cosa sia passato nella testa di quei geni dei Pixariani quando hanno immaginato il meccanismo alla base di questo geniale cortometraggio non è dato saperlo, fattostà che Day & Night è un po' un punto d'arrivo per quella tendenza filo-2d che si era manifestata sin dai credits di Ratatouille. Abbinato al bellissimo Toy Story 3, e ancora una volta musicato da Giacchino, questo corto è stato davvero un'esperienza sbalorditiva: due omini stilizzati, animati in 2d, si muovono su uno sfondo nero. L'unico squarcio nel nero è all'interno dei loro corpi, che ci mostra il loro personale punto di vista sulla realtà, animata però in CGI. Solo che attraverso un omino questa realtà ha un aspetto diurno, mentre attraverso l'altro è notturno, con tutte le differenze del caso. Inizialmente i due si guardano in cagnesco, litigano, si pestano e fanno a gara a chi mostra le cose nella loro versione migliore, ma piano piano qualcosa in loro cambia e la diffidenza si trasforma in curiosità. Ad un certo punto i loro corpi inquadrano per sbaglio una stazione radio che trasmette un discorso di Wayne Dyer in cui si rimprovera la tendenza umana ad aver paura del nuovo. I due si vergognano di loro stessi e in quel momento i loro punti di vista si invertono e i due personaggi ne escono arricchiti. Morale bellissima unita ad una girandola di gag e situazioni geniali che giocano letteralmente col medium, spiazzando di continuo. In stereoscopia il corto poi è un'esperienza davvero unica, visto che il gioco prospettico/dimensionale e la fusione tra le tecniche raggiunge un livello di metacinema mai visto prima. Wow. Qui
2012
La Luna (La Luna)

Tra un corto di Cricchetto e un Toy Story Toon ormai la Pixar ci aveva disabituati alla tradizione dei suoi corti vecchia maniera, curiosi, sperimentali e collocati immancabilmente prima dei suoi nuovi lungometraggi. Ma dopo due anni ecco finalmente un nuovo gioiello, uscito abbinato a Brave e diretto - udite udite - da un italiano, tale Enrico Casarosa. I Corti Pixar avevano da sempre avuto uno scopo principalmente umoristico: a volte era humor accompagnato ad una punta di amarezza (Geri's Game, Red's Dream), altre volte c'era tenerezza (Partly Cloudy) o saggezza (Boundin', Day & Night), mentre più spesso si trattava di esercizi di stile e sperimentazioni slapstick (Lifted, Presto). Stavolta si cambia musica, perché non è più l'umorismo la finalità bensì la narrazione. Si tratta di un corto muto, che però prende lo spettatore per mano e lo porta in un'improbabile realtà, nella quale tra i mestieri che possono essere tramandati da tre generazioni di bottegai italiani, può esserci anche quello di spazzini della luna. E poi c'è Giacchino che ha capito tutto, e ci immerge musicalmente nella storia con una colonna sonora magica, epica e fascinosa, che ci restituisce tutto il sense of wonder che questo corto ha come motore.
Il protagonista è un bambino che viene per la prima volta portato per mare dal padre e dal nonno, desiderosi di insegnargli la loro professione. E' attraverso i suoi occhi pieni di meraviglia che vediamo accadere ogni prodigio: l'arrivo sulla luna tramite una scala, lo schiantarsi sulla sua superfice di una moltitudine di stelle luminose, e persino i battibecchi continui tra i suoi due maestri, ognuno intenzionato a trasmettergli il suo metodo di lavoro. La cosa geniale è che questi battibecchi avvengono assolutamente senza parlato, ma solo come buffi biascicamenti, e non potranno non stampare un ghigno di soddisfazione nel viso di qualsiasi spettatore. Per non parlare poi della bellissima gag in cui il bambino, più confuso che mai, si accorge che i baffi del padre e la barba del nonno somigliano rispettivamente allo scopettone e alla scopa, loro personali arnesi di lavoro. Insomma, stiamo parlando di un corto che come esperienza somiglia a quella di un piccolo lungometraggio con dentro tutto: un fascinoso universo narrativo, una trama divertente ma anche significativa che parla di crescita, di passaggio del testimone e di come trovare una propria identità, sia pur nel solco della tradizione, e che regala allo spettatore tanto stupore, risate e lacrime di gioia. E come se tutto questo non bastasse c'è persino il colpo di scena finale che spiega il vero motivo per cui la famigliola fa questo lavoro, che è una delle cose più poetiche che si possa immaginare. Capolavoro, insomma, di una Pixar al suo massimo storico.
2013
L'Ombrello Blu (The Blue Umbrella)

Portare la CGI Pixariana ad un livello tale da non riuscire a distinguerla dal fotorealismo. Questa fu la sfida ingaggiata dal team che ha prodotto The Blue Umbrella, la cui idea venne al regista passeggiando per New York e imbattendosi in un ombrello sgualcito. La poetica degli oggetti animati, che vivono una dimensione complementare a quella umana, subendo le avversità del fato, fa parte dello spirito Disney sin dal tempo che fu. Le Silly Symphony e i cosiddetti Special Cartoons erano infatti spesso incentrati su questa tematica, basti pensare a Little House o Susie the Little Blue Coupé, ma di certo è proprio il segmento di Musica Maestro dedicato ai due cappelli innamorati, Johnny Fedora & Alice Bluebonnet, a ricordare maggiormente il corto in questione.
La sfida fotorealistica è vinta, strada che, per quanto riguarda gli scenari, la Pixar aveva intrapreso sin dal principio, e che arriva qui ad un traguardo. Un traguardo che rimarrà una tantum, considerato che presto si tornerà ad atmosfere più cartoon. Però si intuiscono i motivi per cui si è fatta questa scelta, ed è per aumentare lo straniamento nel vedere la città prendere vita durante un giorno di pioggia. Tombini le cui viti iniziano a sbattere le palpebre, grondaie che iniziano a muoversi, l'atmosfera che si respira è a dir poco magica. Meno d'impatto è la scelta di rappresentare i volti degli ombrelli come se avessero degli adesivi in sovrimpressione, cosa che stona un po' col resto della città, ma è poca cosa perché il corto rimane visivamente godibile. Va detto però che la genialità vera e propria termina alle prime scene, perché poi la parabola amorosa dell'ombrello perduto e ritrovato, oltre ad esser stata già vista più e più volte, non viene svolta con la stessa brillantezza dei predecessori. Rimane un esperimento grazioso.







