Arrietty ha quattordici anni, è alta dieci centimetri e vive con i suoi proporzionalmente piccoli genitori sotto il pavimento di una bella casa con giardino nella località di Koganei, presso Tokyo. Hiromasa Yonebayashi ha trentasette anni, anima personaggi a Koganei e non so quanto sia alto, ma artisticamente ha già una statura non da poco. Animatore Ghibli da oltre dieci anni, distintosi per la disinvoltura con cui ha reso certe vorticose invenzioni di Miyazaki nella sequenza dello tsunami in Ponyo, debutta finalmente alla regia con un film di fine eleganza, che si esprime con maestria artigianale solidissima e gentile, al servizio di una storia semplice. Così semplice che sembra di conoscerla da sempre: ma è proprio qui che sta la chiave per decifrare il sottile stupore che trasmette questo film, capace di trovare maniere personali per rammentare un punto di vista familiare alla nostra immaginazione, protagonista di giochi e fiabe di ogni paese: quello di una creatura minuscola ma a noi simile, che si nasconde nel mondo dove viviamo quotidianamente.
A questo punto di vista si arriva senza fretta. Prima, un breve prologo ci introduce nel contesto dove Hayao Miyazaki, co-sceneggiatore con Keiko Niwa, ha deciso di trasportare le vicende raccontate dalla britannica Mary Norton nel ciclo di romanzi
The Borrowers: Koganei, la località nei pressi di Tokyo dove è situato lo stesso Studio Ghibli. La scelta è stata avveduta, poiché ha senz’altro permesso al regista esordiente, grazie a riferimenti ambientali ben conosciuti, di rendere più salda la presa sul mondo immaginario che è stato chiamato ad organizzare. Ma inoltre, un’ambientazione nella Tokyo contemporanea invita suggestivamente e significativamente a ricordare
Whisper of the Heart (1995), titolo evocatore dell’emergere e del subitaneo spegnersi del talento registico di Yoshifumi Kondo, che con la sua scomparsa prematura lasciò lo Studio Ghibli privo di una personalità forte capace di farsi carico dell’eredità di Miyazaki e Takahata. Anche allora, Miyazaki era alla sceneggiatura: i labili ma evidenti paralleli tra i due film sembrano confermare che la ricerca di un erede dei maestri più anziani è giunta nuovamente ad un punto critico.
Yonebayashi non ha deluso le aspettative, primo dopo una serie di esordienti dai risultati talvolta buoni, ma non decisivi.
Lo stile visivo, ad un primo sguardo, è del tutto simile a quello di Miyazaki. Le stesse fisionomie dei personaggi, la stessa ricchezza lussureggiante negli sfondi, persino alcuni degli stessi stilemi di movimento amati dal maestro, a cominciare dai capelli che si gonfiano ariosamente a commentare qualche emozione subitanea di un protagonista. L’inizio della storia, con il dodicenne Sho accompagnato in macchina alla casa d’infanzia di sua madre, pare riproporre l’esordio di
Spirited Away: e, nel corso della vicenda, ci saranno occasioni per vedere fugaci inquadrature memori di analoghi già visti in
Totoro e
Ponyo.
Sembra dunque di essere di fronte ad un omaggio, più che ad un’opera originale. In realtà, non è così.
La storia che il film racconta ha una direzione chiara, grazie anche ad una sceneggiatura decisamente ben scritta. Arrietty e la sua famiglia sono soli al mondo, costretti a vivere nel timore di estinguersi per mano degli esseri umani. Eppure, vivono con ottimismo; Sho, invece, è un membro della razza dominante, che potrebbe in pochi istanti travolgere il piccolo popolo, se lo volesse. Eppure questa potenza, che il ragazzino arriva ad ostentare cinicamente durante un dialogo con la sua piccola amica, non gli è di alcun aiuto: anch’egli è solo, lasciato in balia di una governante impicciona e sporadicamente visitato da sua zia, ed anch’egli vive nella paura. È infatti malato, ed in procinto di subire un’importante operazione al cuore, che tuttavia non crede avrà successo. Ha perso dunque fiducia nell’avvenire, e trascina i suo giorni apatico e disincantato. È ovvio, con simili premesse, dove la storia condurrà. L’incontro tra i due mondi dovrà portare un nuovo equilibrio, regalando al piccolo popolo fiducia negli umani, e coraggio al solitario ragazzino.
Quel che non è ovvio è la maniera in cui questi sviluppi vengono narrati. Anche senza le inarrivabili bizzarrie miyazakiane, o le raffinatezze intellettuali di Takahata, Yonebayashi trova una sua via personale al racconto animato: e questa passa per un uso tutto particolare di espedienti non verbali per condurci attraverso la storia. Per farci percepire il nascere dell’intesa tra Sho e Arrietty, ad esempio, Yonebayashi si limita a far aumentare di frequenza le occasioni in cui i due appaiono contemporaneamente ed armonicamente all’interno della stessa inquadratura; il che non è affatto scontato, considerate le notevoli differenze di dimensioni tra i personaggi. Ma poi, a parte simili numerose finezze nel
layout delle scene, sono da citare doverosamente i giochi di sguardi muti che talvolta s’instaurano, quando il tratto chiaro di stampo miyazakiano diventa base per animazioni dove volti e posture, con pochi e studiati dettagli, si comunicano sfumature emotive delicate e credibili. Resta in mente, ad esempio, la coinvolgente scena in cui Sho scopre Arrietty durante il suo primo tentativo di “furto” di piccoli oggetti nel mondo degli umani. Lo sguardo quieto e a suo modo terribile di Sho, che trafigge malinconico la terrorizzata Arrietty, innesca un silente scambio di occhiate tra la ragazza e suo padre Pod, in un lento e teso trascolorare di stati d’animo contrastanti che accompagna la lenta fuga dei due “borrower”, a culmine di un’articolata sequenza d’esplorazione tutta giocata sulla presentazione di un normale spazio domestico come una distesa sterminata, pericolosa e affascinante.
I dialoghi, di conseguenza, tendono ad essere pochi e sporadici: uno solo, al centro del film, è di fondamentale per la vicenda. Negli spazi che rimangono, si crea tuttavia del posto ulteriore per qualcosa di fondamentale importanza per il cinema, di cui Yonebayashi pare aver compreso appieno l’importanza: il rumore. Alle forme imponenti e sfumanti in lontananza di frigoriferi, rubinetti e frullatori si uniscono i cupi ronzii e i sordi boati dei motori elettrici che lavorano nel buio della notte, i gorgoglii dell’acqua corrente che scivola nei tubi, i borbottii imprevedibili degli elettrodomestici più insospettabili. Un sottobosco acustico costante, a volte cullante, a volte opprimente, che si completa con la maniera aliena ed avvolgente in cui risuonano le voci delle persone. Per una volta, i moderni virtuosismi degli impianti
surround sono necessari e giustificati. È un peccato che tuttavia, in questo così originale contesto acustico, la musica di Cécile Corbel suoni decisamente fuori posto. Lo stile “celtico” della cantante non va oltre qualche sonorità suggestiva, che qualche volta sconfina persino negli stereotipi del “pop”, ma soprattutto i brani che accompagnano il film sono più che altro versioni strumentali delle canzoni dell’image album (che talvolta compaiono anche nel film, a mo’ di sottofondo), non ben adattate ai ritmi della storia.
Tuttavia, questo rimane l’unico difetto di un film altrimenti splendido. Potrà forse apparire lineare e sin troppo rispettoso dello stile Ghibli canonico, ad un primo sguardo: ma la sua raffinatezza sottile merita un secondo sguardo, alla ricerca di ciò che –come Arrietty- si nasconde, che è poco appariscente, ma straordinariamente importante.