Pietro ha scritto:Grrodon ha scritto:anche se non so se è una domanda lecita o è solo mia ignoranza. Insomma, è davvero la storia delle origini della fattoria?
Leggo solo ora e prometto di rispondere al più presto, anche alle altre domande sulla "Ballata". Il tempo di finire le storie per i nn. 299, 300 e 301...
Meraviglioso!!! Quindi il numero 300 avrà una tua storia?

Can't wait
Superato questo momento di entusiasmo pressoché folle, veniamo alle troppo trascurate recensioni... di ben tre numeri in ritardo, ohibò
N. 296
Altra
copertina silveriana, in tema SanValentinesco come ogni febbraio, con un Alberto ed una Marta persino un po' troppo zuccherosi per essere veri... per caso ci sarà dell'ironia sotto? O siamo noi ad essere troppo cinici e disincantati? Solo il Silver lo sa
A seguire, le
tavole, per l'ultima volta tutte Silverian-Micheloniane. E come il mese scorso, il papà del Lupo saltella agile e scattante quale gazzella dell'umorismo (e m'immagino la sua faccia se mai leggerà queste parole

) su ogni registro: dallo spaccato sociale verboso e caustico (il dialogo tra Mosè ed Enrico) alla metafora quasi ermetica (il "campo minato") al classico evergreen (ma quanto tempo era che non si vedeva Alberto fare Rubagallina? Standing ovation), e via di questo passo... belle, fresche, un piacere da leggere
Un appunto veloce sul
Senti questa!, ovvero che sarebbe il caso di ricordare che l'albero di mele di Newton è una leggenda (giusto per evitare di farsi infinocchiare da spedizioni di semi farlocchi che mi sanno quasi di Wanna Marchi)...
... e si arriva all'attesissima conclusione della Magnum Opus dei maestri Lusso e Cannucciari:
La Ballata del McKenzie - Parte 3 inizia con gli eccezionali acquerelli del flashback di Moses nell'Isola della Lacrime (che però, microscopico appunto a Cannucciari, sembra molto più un'idillica isoletta greca con tempietti e fronde piuttosto che la prigione di disperazione che dovrebbe essere... o è voluto, perché i cpt o cie sono apparentemente confortevoli ma prigioni comunque?) e del suo personale cammino di abbrutimento e rinascita... e poi si torna al presente. E Lusso conclude la lunga Ballata, essenzialmente nell'unico modo possibile, in coerenza con le premesse costruite nei due capitoli precedenti.
La conclusione della ballata dei McKenzie è la cronistoria di una sconfitta e di una ritirata. Sconfitta per lo squallido tentativo di truffa di Enrico, ma anche sconfitta per lo sforzo filantropico di Alcyd di creare una nuova consapevolezza sociale ed un miglioramento culturale per tutti, sconfitta per Albert e Ludovic (Ludd...? solo un caso di assonanza?) ed il loro sogno di ribellione allo sfruttamento dei padroni: sconfitta più in generale per tutti i nostri amici della McKenzie, che si erano allontanati dalla campagna per la città "ricca" nella speranza di costruirsi un futuro migliore. Speranza travolta dalle mostruosità dell'ingiustizia e della corruzione che dilagano come effetto collaterale intrinsecamente necessario all'evoluzione economica e alla produttività della città dalle mille luci illusorie, nient'altro che fiammelle per falene.
Lusso ha passato due capitoli a descriverci fin nei dettagli più tristi e squallidi il livello di marciume e povertà cui la città costringe tutti i suoi abitanti, e la graniticità nella gestione del potere da parte dei soliti, pochi, privilegiati, al punto che non sembra esserci proprio alcuna speranza di redenzione. E l'ultimo capitolo ne trae, lucidamente, le conseguenze: non
c'è alcuna speranza di redenzione per la città: i pochi rimasti integri e dotati di cuore , mente o anima possono solo pensare a salvare la loro persona e la loro dignità, l'unica cosa che quel carcere (perché è la città il vero carcere, in fondo, non l'isola delle lacrime) non ha ancora prosciugato, prima che sia troppo tardi. Se non possono vincere, almeno rifiutarsi di perdere tutto. E così, in un ultimo sforzo collettivo che ricorda tanto la strana vittoria per assurdo, montata dalla somma delle sconfitte, che conclude "Q" ("Fratelli miei, non ci hanno vinti: siamo ancora liberi di solcare il mare"), i nostri eroi radunano i dispersi e salpano, finalmente, per un porto sicuro, abbandonando al suo destino la miseria della città corrotta (per la quale l'ultima rivelazione sullo spennatore, coerente con le più accreditate tesi storico-investigative sul mostro di Whitechapel, è solo l'ultima conferma senza appello) e chiudendo tutto con un discorso profondo ma per nulla stucchevole di Moses, e con un'ultima scena che, nella migliore tradizione delle storie di Lusso, conclude in modo aperto ed ambiguo. Cosa significa questa conclusione? E qual è il messaggio dietro all'intera storia? Ipotesi 1: I McKenzie sono gli immigrati, che in fondo, nel momento in cui tornassero nei loro paesi, non avrebbero più la ricchezza o il benessere della città ma in ogni caso avrebbero infinitamente più nei termini di ciò che noi, cittadini dell'opulenza e dell'oppressione, abbiamo perso, e quindi i veri sconfitti siamo e saremo sempre noi; ipotesi 2: non pare esserci soluzione reale o praticabile per migliorare la nostra società dal suo interno, ma uscirne per "isole felici" di vario genere non è una soluzione, e ci trasforma semplicemente nelle caricature di ciò che vorremmo essere, sconfitti travestiti da vincitori (da qui l'ironia amara che mi è parso di leggere nell' "E' facile essere ottimisti in campagna" finale); ipotesi 3: al contrario, uscire da questo circolo vizioso di beni, consumi e condizionamenti è l'unica strada per poter vivere appieno come persone, vincitori travestiti da sconfitti: monito, stavolta, rivolto più a noi cittadini che agli immigrati; ipotesi 4... aggiungete voi, fate voi

Chissà cosa aggiungerà Lusso, quando avrà tempo di farlo...
Fatto sta che come finale è eccezionale, e conclude in modo perfetto la miglior storia che abbia visto sul Lupo dai tempi dell'Alta Marea. Complessa, ricchissima di chiavi di lettura (che, sono certo, siamo riusciti tra tutti a scandagliare solo in minima parte in tutte le review che abbiamo fatto in questi mesi) e di mille strizate d'occhio, grafiche e testuali, all'attualità o alla storia (ancora in questa puntata i giornali cartastraccia sul treno, dagli inconfondibili titoli)... una storia che meriterebbe una pubblicazione in volumetto quanto poche altre. Un applauso, sincero, a Lusso e Cannucciari per il loro nuovo capolavoro, sul quale, mi auguro, avremo modo di spendere ancora molte parole. Questo, come dicevo qualche giorno fa sul Papersera a proposito dell'ultima fatica topesca di Casty, è parlare della realtà in modo poetico, provocante ed intelligente come solo le migliori storie a fumetti sanno fare.
Una nota a margine merita, direi, l'ipotesi di Grrodon che questo sia il "prequel ufficiale" delle storie della McKenzie, in una sorta di continuity definitiva. Per quanto amore io possa avere per la continuity americana o topolinesca (apprezzo molto i lavori di Scarpa e Casty, in questo senso), dubito che il Lupo si stia muovendo in questa direzione, prova ne sia che in questo stesso numero l'ultima tavola di Silver racconta del primo incontro tra Enrico e Cesira in modo completamente diverso rispetto al duetto al cinema raccontato ne "L'Alta Marea". Ma non credo sia un male: la stessa presenza di una storia come "Natale senza te", che è, a conti fatti, "l'ultima storia del Lupo" come il numero 100 di Dylan Dog è "l'ultima storia di Dylan Dog", fa abbastanza a cazzotti con una rigida continuity, ma vuoi mettere una coerenza narrativa assoluta tra tutti gli autori con tutte le belle storie che ci godiamo ogni volta? Non so, solo Silver può rassicurarci in un senso o nell'altro, ma la mia ipotesi è che le narrative siano ancora tutte molto libere, tese più alla bella storia che all'arazzo ipercoerente di modello americano.
Passa una
Kika a volte pesante ma a volte, non riesco ad evitarlo, divertente sull'assurdo (vedi i coriandoli di febbraio o il cassonetto)...
... arrivano degli
Angoli DiVersi privi dell'angoletto sperimentale ma, forse per compensazione, più interessati del solito... "L'ultimo Samurai" tenta una strada narrativa non ovvia, e "Il disegno di quella bambina", seppure non originalissimo, mi pare sentito e sincero. Nel complesso, meno manualistica e più inventiva, tanto da interessare persino un profano totale di poesia come me...
.. e conlude una
Posta in cui si segnala una lettera sull'involuzione dei programmi per bambini (su cui non so se essere d'accordo con il rischio di sentirmi un vecchio o dissentire con il rischio di sentirmi un imbecille), un approfondimento sul problema dell'accettazione dell'omosessualità (domanda: non potrebbe essere il caso di ridare alle stampe il caro vecchio manualetto del Lupo che tanto bene ha fatto ai liceali di diciotto anni fa, e che tanto bene farebbe a quelli di adesso che si devono accontentare degli agghiaccianti opuscoli del miur e della cei, nonché ai loro genitori?) ed una lettera in due parti di una "Elena85" che dimostra la spigliatezza ed il lessico di un'internettista medio... scrivessero più spesso, persone così: un'autentica sferzata di simpatia, brio ed autoironia in una rubrica della posta che troppo spesso diventa il ricettacolo dell'autocommiserazione
In conclusione, un signor numero, con molti alti ed altissimi, e qualche basso qua e là. Ma decisamente, siamo tra le vette dell'anno. E siamo solo a Febbraio
N. 297
Una
copertina che mi riesco a spiegare solo fino ad un certo punto (l'ombrello è da clima marzolino, ma gli amuleti? un rafforzamento metaforico per un ombrello reale? Mi sembra la punchline di una barzelletta il cui testo non mi è troppo chiaro), ma che è comunque meno banale di quella del mese scorso. Bravo Silver!
Nelle
tavole, come previsto, ritorna Cannucciari, reduce trionfatore dal tour de force della "Ballata". Le prime tre tavole appartengono comunque a Silver che, inaspettatamente, ci regala un mini-ciclo, quello del raffreddore di Cesira, Mini-ciclo un po' sull'assurdo andante, tipico dello humour surreale del papà del Lupo, e comunque abbastanza labile nei legami tra una tavola e l'altra (il che non è necessariamente un male, anzi). Esaurite queste tre vignette, però, torna in pieno il Cannucciari che la farà da padrone nel numero successivo, con l'inizio di un unico loungo ciclo incentrato su Alice, che potremmo chiamare... non so... "La nemesi dell'ormone"?

Il ciclo sembra iniziare nel modo assolutamente usuale, con la nostra zitellona per fato o per vocazione che si lamenta per l'ennesimo spasimante di vergognosa lega (con due tavole che mi hanno fatto letteralmente ribaltare). E poi... succede qualcosa. Dopo anni ed anni di Alice infelice, o ironico-sardonica, o semplicemente allupata senza speranza, ecco che, complici la primavera, il vento ed i miracoli della chimica, la cacciatrice diventa cacciata. Dai maschi. Ma da
qualsiasi maschio che la fattoria possa annoverare (credo manchi solo il gallo, che non ricordo mai come si chiama)... Ed improvvisamente si ritrova, lei nei panni in cui tante volte, nelle primavere passate, s'erano trovate le sue prede. Ed i risultati sono spesso esilaranti: il livello a volta si abbassa un pochino, come nel duetto tra Alfredo ed Alcide dove la battuta finale era decisamente un po' telefonata fin dall'inizio, ma poi torna alto ad esempio nell'ultima tavola con Mosè, dove Alice è più che altro un pretesto per una battuta simpatica

Tavole decisamente gradevoli, bentornato all'acquerellista Cannucciari!
Dopo un paio di rubriche abbastanza carine (le bionde sono più fertili? Mah... a me sono sempre piaciute di più le more

), arriva il
Ma dov'è questa crisi? di Maselli e Michelon, che credo mutui il titolo dalla mitica canzone di Rodolfo De Angelis del post-'29. Il tema non è nuovissimo, per il Lupo (sappiamo che anche Lusso ci si era cimentato più di una volta, come nello splendido ed amaro "Verrà Natale" di due anni fa), ma è un dato di fatto che la crisi continua ad essere fin troppo presente, a distanza di un anno e mezzo, e chissà per quanto ancora lo sarà... ergo, ben venga anche la declinazione maselliana

La storia mi sembra gradevole ed abbastanza misurata: non ci sono, o ci sono in minima parte, i comportamenti "sopra le righe" che a volte rendono troppo irreali le storie di Maselli, e lo svolgimento ha una sua coerenza innegabile, per quanto forse un po' troppo prevedibile. Mi sembra che la storia debba qualcosa al "Voti a perdere" di Casty (LA 228) (anche se lì la satira era decisamente più politica), e qualcosa a quella vecchia storia - un po' di estati fa - degli investimenti sballati in borsa di Enrico, che ora non riesco più a ritrovare, chissà se l'iper-archivista Michelon mi può dare una mano? (Quella che finiva col mitico proverbio di Wall Street sul pollo, adattamento borsistico di quello sul gioco a soldi) Ma se la storia appena citata trattava di speculazioni sballate in un'epoca di crescita incontrollata in cui ai piccoli risparmiatori veniva fatto sognare di potersi anche loro "arricchire come i grandi affaristi", questa storia ne rappresenta in qualche modo il lato oscuro: in tempi di crisi, ai risparmiatori poveri ed istintivamente oculati e guardinghi (vedi Mosè) viene proposto di affidare i loro risparmi a persone che promettono di saper navigare decentemente nel mare finanziario in tempesta, con un interesse non altissimo ma dignitoso e sopra la sussistenza. E l'italiano che un po' rimpiange il benessere gonfiato degli ultimi anni '90, un po' ha paura del futuro ci casca come un pollo, e dall'autodistruzione individuale si passa al latrocinio su larga scala, con una faccia di bronzo che fa capire benissimo la furia di dante contro i fraudolenti.
Nei primi tempi dopo la lettura di questa storia, ho pensato che fosse fin troppo paradigmatica e quasi poco credibile, ma guardandomi intorno successivamente ho potuto constatare, purtroppo, come tanto gli sciacalli quanto chi se ne fa vittima sono fin troppo presenti nella quotidianità di questa crisi infinita (e sistemica?)... quindi anche questo, purtroppo, è un pezzo di ritratto fedele di quanto ci accade intorno.
Le caratterizzazioni dei personaggi, si diceva, mi sembrano abbastanza azzeccate: se forse stona un po' l'approccio iniziale "settenanesco" dell'intera compagine della fattoria, Enrico e soprattutto Cesira mi sembrano ben tratteggiati (l'atmosfera da Casa Vianello è precisa e delineata con poche battute, senza sbavi), e gli interventi di Alberto lungo la storia mi sembrano abbastanza coerenti con il suo ruolo di outsider. Un lavoro piuttosto buono di Maselli, stavolta gliene devo dare atto

Ovviamente, fuori concorso la parte grafica, appannaggio di un Michelon sempre al top della forma (anche se, dopo tanti anni, devo proprio ammettere che non mi piace molto l'evoluzione di Marta nelle mani di Silver e Michelon, con il testone troppo grosso ed il becco troppo corto mi sembra troppo poco gallina... continuo a preverire il becco lungo ed espressivo del Cannucciari, ma questa è una pignoleria mia

) Grande Giac!
Arriva poi
Kika, che secondo me risolleva una media non altissima ("pierone-Acquazzone"?

) con una perfida battuta tra gatto e gatta a proposito del mare

Ma Grrodon secondo me ha ragione: dopo 1292 strisce, il bisogno di avere almeno una pausa con una "Guida sveltina" o un'"Ava" inizia a farsi sentire
Passa un
test senza infamia e senza lode, ed arrivano gli
Angoli DiVersi decisamente in versione "revival": da una parte ritorna quell' "L. Russo" che aveva scritto solo un numero fa (ma quanto vengono sommersi di poesie i poveri redattori di questa rubrica?

), e soprattutto, in zona "Angoli DiVersissimi" ritorna l'iperallitteratore (o -allitteratrice?) -mi- che aveva composto lo splendido "Europolitica" del n. 193, con "Serpeggiante serpente", costruito, questa volta, sulle sibilanti: l'effetto, secondo me, è meno forte, probabilmente perché io, da rapa qual sono, non riesco a capire il senso generale del componimento (serpente come unione o separazione, intercciare o dividere? Mah...), mentre nel caso di "Europolitica" l'intento era evidente, e la finalizzazione della forma al contenuto molto efficace. Mah... 1 a 1, direi. Vedremo la bella
A seguire, la
posta, sostanzialmente tutta incentrata su questioni personali, tranne alcuni tentativi di analisi sociale e di costume (Ma che i ragazzi, guardando la televisione, grescono male e fanno le baby gang, non lo si era già delirato abbastanza negli anni '70 quando sono arrivati i cartoni giapponesi? E che diamine!

), e con l'apparizione inattesa di un "Noi che" gravitante sull'età tra il "non più" ed il "non ancora". Carino... anche se mi mancano un po' i primissimi, di "Noi che": quelli delle generazioni nostre
Ultima nota del numero, Il simpatico e sempre spiazzante
Last Minut di Silver, con un raccontino che sarebbe perfetto per una striscia non lupoalbertiana. Bis!
