La terza stagione era forse il banco di prova più difficile per
Boris. Aveva la pesante eredità di 2 stagioni ottime e amate da un pubblico che via via si è infoltito rispetto alla nicchia iniziale, aveva lanciato verso la fine della seconda stagione una vena satirica abbastanza pesante che non si poteva più ignorare, e inoltre c'era il tentativo di dare una svolta narrativa alla serie, come si desumeva dalle ultime puntate.
Gli Occhi del Cuore 2 è finito, con la scoperta dell'assassino del conte, e Renè vorrebbe buttarsi in un progetto di qualità come "Machiavelli". Ma gli imprevisti fioccano, e il notro regista deve deviare dal suo obiettivo, anche se apparentemente di poco: la proposta è quella di
Medical Dimension, uno spin-off della vecchia serie ma che avesse la qualità come nota distintiva. Insomma, la dimostrazione che un'altra televisione è possibile. Non a caso questo è il titolo del primo episodio, diviso in due parti, che ad alcuni fan di
Boris non è piaciuto quasi per niente leggendo in giro. Cosa che non condivido, per dire ho preferito questo episodio doppio a quello che introduceva la seconda stagione. La pesante satira che colpisce Mediaset pur senza mai nominarla e il tenore tipico dei suoi programmi comici (ma soprattutto beceri) è geniale e ben raccontato.
La stagione, dal terzo episodio in poi, si concentra allora sulle riprese di
Medical Dimension, e devo dire che forse non si avvertono nel corso delle puntate dei picchi di genialità come per esempio Corrado Guzzanti offriva nella scorsa stagione, ma il tenore qualitativo delle puntate è comunque molto buono. La figura di Bruno Staffa (interpretato da Filippo Timi) è decisamente sopra le righe e spassosa, mentre invece Fabiana - nuova attrice protagonista - non mi ha detto molto. Ho apprezzato il ritorno di Martellone, Valerio - nuovo attore, interpretato molto bene da Marco Giallini - è un personaggio particolare ma che mi è piaciuto, e come non apprezzare la parte divertentissima di Laura Morante?

In tema di guest, meritano di essere nominati Sergio Brio, ex calciatore della Juventus che nella parte di se stesso ironizza sui calciatori che vengono chiamati a ruoli che non competono loro, si vedeva che era un po' impacciato ma se l'è cavata bene; e poi un nome di peso come Paolo Sorrentino, sempre nella parte di se stesso, ci regala una figura interessante e divertente.
Al di là di questi ospiti, la serie si regge ancora di più che la precedente su una continuity non indifferente, serrata, stavolta incentrata su un intrigo raffinato e ambiguo, che aleggerà sui protagonisti, soprattutto su Renè, per molti episodi prima di esplodere attorno al decimo episodio, quando salterà fuori la verità.
Il personaggio di Renè, a questo proposito, è quello che dimostra di più di essere maturato nel corso della serie dato che in questa stagione la sua ossessione per la qualità e per una serie diversa dalle altre lo porta spesso a delusioni, a incindenti di percorso e a fatti che sembrano dimostrargli che i problemi che aveva prima li ha anche adesso, sceneggiatori "di merda" inclusi

E quando nelle ultime 3-4 puntate la situazione precipita, la figura che Pannofino ci restituisce è quella di un uomo provato dalla vita e dagli eventi, decisamente una grande prova d'attore.
In più, senza svelare troppo, l'intrigo citato prima è un'ennesima critica pesante (ma che dovrebbe far riflettere molti) alla fiction italiana, alla sua qualità e a quello che vogliono e accettano i telespettatori italiani. Una sferzata che riassume quanto sviluappato nelle prime due stagioni e che rilancia il torbido rimescolio che politica, ignoranza, basse aspettative e gusto popolare non educato costruiscono da vent'anni nei palinsesti televisivi italiani. Il dottor Cane e le sue strategie, in quest'ottica, sono specchio autentico e spietato di quello che è sotto i nostri occhi tutti i giorni, e l'amara conclusione è che un'altra televisione non solo non è possibile, ma non è neanche auspicabile. Il finale, quindi, risulterà nient'affatto positivo e lieto, ma anzi un'arresa succube al sistema comunemente accettato.
E' la stagione migliore? No, forse no, ma la metteri al secondo posto dopo la seconda. E' bello notare l'evoluzione di ritmo, che ha visto un aumento di riflessione critica rispetto alle risate che pure non mancano mai, e che si è rivelata una carta IMHO vincente.
Da notare è che questa è l'ultima stagione di
Boris, che si è presa quindi lo spazio che le serviva per raccontare dal suo punto di vista un mondo come quello delle serie tv italiane. Non si è fermata per insuccesso della serie e non è andata avanti per altre due, tre, quattro, cinque stagioni cavalcando il successo. Cosa estremamente positiva ma anche rara, al di qua e anche al di là dell'oceano.
Qui si chiude la storia, e il mondo di
Boris rivivrà al cinema per raccontare un altro mondo ancora, e sono sicuro che lo farà nel suo modo caustico che ha sfoderato così bene e in assoluta libertà su Sky.
NB.
Boris è meta-fiction per definizione fin dagli inizi, ma il dialogo finale tra Alessandro e Arianna fa un doppio salto carpiato nel concetto meta-narrativo, quando Alessandro propone di creare una serie partendo dal suo diario che documenta il dietro le quinte di una serie televisiva; ma Arianna osserva che sarebbe una cosa solo "per addetti ai lavori"...
