Cominciamo con Alice, courtesy of Cannucciari
Doverosa premessa: in effetti, è indubbio che la questione dell' "Alice assatanata infelice" sia a) una mia posizione del tutto personale, che gli altri lettori potrebbero non condividere per niente (nessuno ha detto niente al proposito, può essere una questione di gusti totalmente opinabile), ed in ogni caso b) qualcosa su cui, comunque, Cannucciari potrebbe fare ben poco, perché capisco che la storia di una ragazza che cerca di accalappiare la sua dose di sesso, amore e felicità, mettendoci dentro le proprie doti migliori e più brillanti, per arrivare a credere di essere stata accettata e trovarsi poi di fronte l'ennesimo rifiuto ed averne il cuore infranto, sia una storia sostanzialmente impossibile da narrare nell'angusto spazio di una tavola autoconclusiva. A volte mi sono chiesto come mai le tavole su alice avessero sempre, sistematicamente, la stessa struttura (dialogo con Marta-racconto con creazione di aspettative-battuta finale con aspettative frustrate e deluse), poi ho riflettuto con attenzione ed ho capito che obiettivamente non mi viene in mente nessun altro modo di condensare la vicenda-tipo di alice in una tavola sola, a parte, appunto, farle riassumere da lei stessa. Ed è ovvio che tutte le eventuali parti di arguzia e brillantezza caratteriale non possono trovare posto lì. Sono pane per i denti delle storie lunghe, quelle.
Pertanto, la mia critica non è rivolta a cannucciari, nè, in nrealtà, ad alcuno specifico scrittore. Mi premeva solo sollevare un problema che mi pare di aver notato, di un potenziale enorme e pochissimo sfruttato per il personaggio di alice. Basta guardare, lungo lo svolgersi di "Notti Languide", il fuoco di fila di battute, il sarcasmo sistematico verso enrico e la sua "fesseria" (detta con affetto - io stesso mi ci ritrovo moltissimo) del giustiziere mascherato, la faccia di tolla perfetta sulla battuta del "dici così perché invidi il suo fascino tenebroso" (giuro che sono scoppiato a ridere in mezzo alla spiaggia, ed alice è un personaggio che non mi fa quasi mai ridere. Eppure...)... non so, praticamente non c'è mezza vignetta senza ironia, sarcasmo o autoironia. Ma fatta in modo leggero, scanzonato, pieno di brio, non disperato o scazzato. Anche quando dice apertamente che "si sente depressa e deve sfogarsi su qualcuno", finendo a far prendere il colpo apoplettico ad enrico, è un attimo, un momento di sfogo, prima che ritornino la serenità e l'atteggiamento positivo generale di tutta la storia. E ci credo che con una gallina contemporaneamente così timida ed aggressiva, sarcastica verso il mondo ma autoironica con se stessa e cosciente dei suoi limiti, spontanea e mai sopra le righe sia nei suoi momenti di allegria che in quelli di tristezza, Alberto si pigli una sbandata. Cavolo, mi ci sono preso una mezza sbandata pure io, per quell'alice lì
Da quando ho scritto quel post, peraltro, ho riflettuto su un altro paio di dettagli.
Il primo è che forse il comportamento così "spontaneo" ed affascinante di Alice probabilmente era legato proprio al fatto che avese a che fare con alberto, ovvero il ragazzo della sua migliore amica, ovvero qualcuno che per definizione non considerava minimamente come un maschio papabile o che potesse vedere lei come papabile. Se così è, Alice è decisamente, e tragicamente, la peggior nemica di se stessa. Ma non per i chili - per il comportamento. Se per essere spontanea, col risultato di diventare arguta, trascinante e dopo un po' inevitabilmente affascinante, deve essere sicura che non ci sia un possibile interesse sentimentale in ballo, alice non ha capito qual è il suo problema. E soprattutto non ha capito di avere esattamente già in mano tutti gli strumenti che servirebbero per risolverlo. Mi chiedo se questo non possa essere uno spunto di qualche tipo per evoluzione psicologica, anche alla luce del fatto che Alice è un personaggio in cui molte persone si ritrovano, quindi potrebbe dire qualcosa a molti di loro. Mah, io l'ho buttata lì.
Seconda nota: a ripensarci, probabilmente parte della lingua tagliente e del sarcasmo di Alice in quella storia derivano dal fatto che, nell'universo lupesco, quella storia, come ha sottolineato l'ottimo Michelon, è situata abbastanza ai primordi della relazione tra Marta ed Alberto, all'epoca, quindi, in cui Alice poteva ancora mantenere alcune delle caratteristiche più "aggressive" e sprezzanti verso il genere maschile in generale che erano tipiche della sua prima incarnazione da femminista "tutta d'un pezzo". Ed in effetti, la diffidenza ed il sospetto nei confronti di alberto ad inizio storia sono evidentissimi, e non si sa bene dove finisca l'istinto protettivo verso l'"ingenua ed indifesa" amica Marta che questo fidanzato mai visto prima potrebbe far soffrire (cavoli, sembra il controllo di adeguatezza tipico della madre, altro che della migliore amica!) e dove inizi la generale disistima verso i maschi come categoria. Ed è proprio da questa reazione aggressiva verso il maschio in quanto tale, che poi si stempera in sarcasmo, ironia e complicità paritetica, che probabilmente nasce la naturale piega psicologica che prende la storia, mantenendo comunque Alice in una posizione di "donna con le palle" e disposta comunque a rinunciare ad un bacio piuttosto che farsi mettere i piedi in testa da un uomo - con il risultato non trascurabile che con questo atteggiamento ottiene esattamente entrambe le cose, perché riesce a far innamorare qualcuno di sé, invece di essere lei ad inseguire. E questa è eredità della prima alice, la post-sessantottina, che forse si è persa... un po' troppo? Non so, ai commentatori e al sorprendente pantheon di creatori del lupo che sono arrivati qui l'ardua sentenza, ovviamente
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Ulteriore commento, sempre per Cannucciari, sulle strisce di ebay: anch'io le ho apprezzate tantissimo, oltre che per lo spettacolare impatto satirico, efficace al cento per cento, anche per il dettaglio già evidenziato da Grrodon - la riappropriazione del centro del palco da parte di Alberto. Ieri notte stavo rileggendo il volumetto "Lupo Alberto by Bruno Cannucciari", con Artibani che intervista e Cannucciari che risponde, e mi ha colpito uno scambio di battute di cui mi ero dimenticato, e che, detto nel '94, suona molto profetico:
FA: A proposito di talpe! Accade spesso nei fumetti, nel cinema, in tv o a teatro che un personaggio comprimario prenda il sopravvento su tutto il resto fino a diventare protagonista. E' quello che è accaduto con enrico?
BC: Non saprei! Certo Enrico ha più frecce nel suo arco, mentre il lupo andrebbe un po' liberato dai tormentoni, sia quello del pestaggio con Mosè che quello del matrimonio con Marta. E' indubbio che enrico offre molti più spunti, e non credo che dipenda soltanto dal fatto che è più facile da disegnare. Alberto è simpatico, fa battute taglienti, però è una vittima di tutti.
... ed in effetti la "presa del potere" di Enrico e Cesira sulle tavole autoconclusive è diventata evidente negli anni successivi, cosa per la quale, ammetto, uin po' infelice ero, visto che per me Alberto rimane sempre il primo personaggio in cui mi identifico. E' splendido vedere come cicli come questo riescano a trovare la quadratura perfetta tra il mantenere le coordinate essenziali del carattere del lupo (il rimpiattino con Mosè c'è tutto) aggirando con assoluta eleganza lo stereotipo della "vittima di tutti", ed infilando in un colpo solo una rivincita di Alberto, una critica feroce allo squallore di certi angoli del cybermondo ed una serie di battute da spanciarsi. Peccato per l'interruzione, ma tra questo ciclo e quello della cicogna noto comunque una reazione di Alberto e Marta alle onnipresenti talpe (che, ribadisco, mi piacciono un sacco, ma mi piacciono un filo meno quando su venti tavole non vedo Alberto nemmeno una volta, come accadeva qualche anno fa
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E veniamo a Michelon ed a "Guerra!"
Quando l'ho terminata, giuro, mi sono chiesto come avessi potuto dimenticarmi una storia del genere. Un autentico pugno nello stomaco, oltretutto in un periodo come quello, che a me, all'epoca, sembrava un periodo relativamente "pacifico".
E' vero, la guerra in jugoslavia c'era, ma secondo me il lato agghiacciante di quella storia non è tanto la guerra, quanto chi sta facendo la guerra contro chi. All'epoca, noi eravamo relativamente "tranquilli", la guerra, per molti italiani, era comunque fuori dai confini, al di là, e la pulizia etnica e l'odio xenofobo erano qualcosa contro cui mezzi d'informazione e coscienza collettiva erano ben svegli e reattivi. Anche se avevamo avuto l'immigrazione massiccia dei primi anni '90, avevamo paura, disagio, ma l'odio e l'indifferenza alle morti altrui erano ancora patrimonio di minoranze.
In "Guerra", ad iniziare a mal sopportarsi, poi ad odiarsi e poi a spararsi addosso sono esattamente gli stessi enrico, krug, marta, glicerina che tutti noi conosciamo benissimo e con cui ci identifichiamo da sempre. E la parte agghiacciante che rende questa storia così efficace, secondo me, è che l'evoluzione psicologica dei personaggi è assolutamente credibile. Non ho visto nessun'azione fuori personaggio, nessuno che si stesse comportando in maniera assurda (salvo il commerciante, ma quella piccola concessione ala denuncia dei mercanti di morte direi che ci può stare). Semplicemente Michelon ha preso le piccole manie, le piccole frustrazioni, le piccole insofferenze che ogni personaggio ha verso qualcosa (enrico è bravo ma non sopporta che gli si faccia casino intorno, marta è buona come il pane ma non vuole danni intorno alla sua casa eccetera) e le ha fatte evolvere qual minimo che bastava da trasformarle, complici un paio di coincidenze che possono capitare a chiunque ed un sottile ed invisibile gioco al rialzo ed al soffiare sul fuoco da parte del commerciante, in furia omicida nel giro di pochissime pagine. Il senso di reazione a catena incontrollabile (quella sfilza di didascalie sempre più concitate in crescendo) che comprime l'insofferenza, la porta ad ebollizione e la trasforma in odio, è fulminante, ed io stesso a fine storia mi sono ritrovato a risfogliare all'indietro quelle pagine, cercando di capire cose fosse andato storto ed in che momento, senza riuscire a capirlo. Adesso non vorrei spararla troppo grossa, ma mi sembra veramente la cosa più simile al "Signore delle mosche" che abbia mai visto sul Lupo: il germe dell'odio che c'è in ciascuno di noi, sviluppato e portato alle sue estreme conseguenze con coerenza e lucidità spietati. E quando Alberto corre per cercare di capire cos'è successo in poche pagine in un piccolo paradiso diventato un inferno, la sua incomprensione (e la sua tragica fine) rispecchiano esattamente quella del lettore, che non riesce a capacitarsi di come da un semplice susseguirsi di cambiamenti pressoché minimi se presi singolarmente, sia cambiato tutto e per sempre.
E sinceramente, in quella storia, io vedo esattamente l'italia di adesso, di questi mesi, che è arrivata all'odio, alla diffidenza, ai fili spinati, alla paura e all'ossessione paranoica della sicurezza, e alle fucilate contro l'estraneo esattamente come la fattoria mckenzie - un minuscolo, impercettibile passettino per volta. E adesso a sparare sono proprio quelli che avresti sempre definito i buoni, che sono diventati cecchini perché vittime e subito dopo fautori di un meccanismo malefico che si ingigantisce con una reazione a catena sempre più veloce e d inarrestabile. La parte allucinante di "Guerra", secondo me, è che è vero che, come dice Michelon, noi siamo i lupi alberti, i "nostri" rimasti sani in mezzo alla follia, e va bene. Ma fino ad un attimo fa i "nostri" erano anche quelli che adesso si sparano addosso, e viene da pensare che forse il confine che separa "noi" da "loro" non è affatto così netto e preciso, anzi, è infidamente impalpabile da varcare, e quelli che sparano potrebbero essere, domani, altre persone normalissime. I nostri vicini. I nostri parenti ed amici. Noi. E proprio come "Il signore delle mosche", "Guerra!" lascia con un messaggio che è un'autentica fucilata nello stomaco sulle potenzialità di odio insite nella natura umana. E' un racconto che, se solo la conoscenza dell'universo del lupo fosse un po' più ampia (è ovvio che se uno non si è già identificato in precedenza in tutti gli abitanti della mckenzie, l'effetto straniante del racconto è annullato), tutti dovrebbero leggere, almeno una volta. E' un apologo contro la guerra di un coraggio e di una lucidità degni dei punti più alti di tutta la storia del Lupo, lo dico onestamente.








