Le Storie #38 - Ramsey & Ramsey
In attesa che le fumetterie che bazzico abbiano disponibile il n. 34 della testata, così calorosamente consigliatomi da Zangief e Breda e che sono ancora fermamente determinato a recuperare, appena gli eventi me lo consentiranno, in edicola è uscito il nuovo albo di Le Storie, che ho prontamente preso in virtù dello sceneggiatore di turno.
Alessandro Bilotta torna infatti a firmare un numero della collana più "autoriale" della Bonelli, dopo aver già scritto ben 4 albi, sempre caratterizzati dal quella vena malinconica, crepuscolare e riflessiva che mi ha fatto conoscere e amare Bilotta tramite il suo
Valter Buio.
Anche in questo caso l'atmosfera viaggia su quei binari, aiutata da un'ambientazione che personalmente ho sempre trovato suggestiva: la Londra vittoriana. Lo sceneggiatore realizza così una storia che fa della nebbia il proprio carattere distintivo, tanto fisicamente quanto metaforicamente, attingendo a piene mani dalla mitologia legata a Jack lo Squartatore e prendendo in prestito da
Lo strano caso del Dottor Jeckyll e del Signor Hyde le sensazioni e la tematica del doppio.
Ne risulta una storia che solo superficialmente si connota nell'indagine che il nuovo ispettore capo di Scotland Yard Philip Wisdom deve affrontare, a base di prostitute sgozzate da un misterioso individuo che in molti ritengono essere il vecchio Jack tornato alla carica 5 anni dopo il suo ultimo delitto. Il caso è invece un pretesto per Alessandro Bilotta per mettere in scena una serie di maschere che non sono mai quello che sembrano, in una sceneggiatura che assomiglia ad un labirinto pieno di false uscite e di tranelli, o a un gorgo concentrico entro cui cadere scivolare sempre verso il basso. Tutti i protagonisti sembrano infatti non essere mai davvero quello che professano o mostrano, da Wisdom ai due fratelli gemelli che danno il titolo alla storia, fino alla moglie di uno dei due.
La solitudine, tema centrale nella poetica narrativa dell'autore, trova qui una connotazione nuova, leggermente diversa e sottilmente inquietante: l'uomo è solo perché ciascun essere umano ha con sé il proprio demone da tenere a bada, perché ognuno è diviso nella parte che mostra agli altri perché è quella che gli altri si aspettano di vedere e una più istintuale e forse più genuina, tenuta a bada. Certo, c'è molto Stevenson di Jeckyll e Hyde, come detto prima, e pur non inventando nulla di nuovo Bilotta riesce a raccontarcelo sotto una luce diversa, forse già presente ma meno immediatamente riconoscibile, e sulla quale invece lui punta molto.
Ai disegni troviamo un esordiente in Bonelli:
Michele Bertilorenzi mostra un tratto piuttosto classico e assimilabile ad uno stile tipico per la casa editrice di via Buonarroti. La struttura della gabbia non gode di guizzi di nessun tipo, attenendosi alla scansione standard, ma il genere della storia porta naturalmente a questa scelta. Alcuni volti, soprattutto nei primi piani, sembrano eccessivamente "finti", "di plastica", ma si tratta di un minimo numero di vignette, laddove nella maggior parte del numero i visi dei personaggi riescono efficacemente trasmettere le sensazioni richieste, e sto pensando al declino fisico che conosce Wisdom, mostrato dalla barba incolta e dai cappelli arruffati, e ai due Ramsey, che pur identici dovevano essere caratterizzati soprattutto graficamente per essere resi al meglio nelle loro similitudini e differenze, atte a sviare o a suggerire al lettore la verità sui due.
Il disegnatore si dimostra capace anche nel rendere in modo credibile le vignette distorte dalla visione sotto oppiacei, in alcune soggettive che Bilotta ha piazzato per immergere ancora maggiormente il lettore nella storia. Non ultimi, sono da notare gli sfondi, realizzati in modo piuttosto dettagliato tanto negli esterni, dove si raffigurano gli edifici londinesi, tanto negli interni, dove mi ha colpito la carta da parati della casa di Ramsey.
In definitiva Bertilorenzi è quindi promosso, al netto di qualche incertezza, mostrando di aver affrontato una prima prova non proprio semplicissima dal punto di vista estetico.
E promosso anche il numero, consigliato come consiglio calorosamente tutto quello che scrive Alessandro Bilotta. Rispetto all'
ultimo Dylan Dog Special, che pur presentando elementi validi crollava un po' sull'intreccio e sugli sviluppi della trama principale, qui lo sceneggiatore ritrova una gestione piena e soddisfacente dell'insieme.