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[Amazon] Gli Anelli del Potere

Inviato: giovedì 19 ottobre 2023, 12:42
da Valerio
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Riporto qui lo sputasentenze che scrissi in merito a quella che ritengo ad oggi la serie tv più bella e lussureggiante che si sia mai posata sulla mia retina:

Con la fine della prima stagione degli Anelli del Potere posso tranquillamente affermare di aver assistito a un vero e proprio incanto, come non me ne capitavano da molto tempo a questa parte. Veniamo da settimane molto ricche, in cui sembra che tutti i principali franchise dell’immaginario collettivo si siano dati appuntamento in diversi giorni della settimana per rinfacciarci l’epoca di abbondanza in cui siamo immersi. Un’abbondanza quasi molesta, assuefacente, un tempo impensabile. Eppure, pur considerando tutto questo, Gli Anelli del Potere si è distinto subito come il piatto più ricco in assoluto, quello che ha generato in me la maggior attenzione, la più grande attesa e la più intensa gioia.

Come mai tanta gioia? Per diverse ragioni. Prima di tutto perché ritengo che ci fossero mille modi in cui avrebbero potuto sbagliare questo progetto e un solo modo per farlo “giusto”, e da quel che ho potuto vedere è la strada che hanno imboccato.

Tanto per cominciare gli showrunner erano perfettamente consapevoli di essere tra l’incudine e il martello, di non aver appieno né i diritti letterari né quelli cinematografici per lavorare in tranquillità. E malgrado questo hanno lavorato negli spazi bianchi, nelle aree grige e sono riusciti a creare un solido ponte estetico e stilistico fra Tolkien e Jackson, che tenesse conto di tutto. Un lavoro di un sincretismo unico. E in mezzo al ponte cosa c’è? La narrazione seriale moderna, quella fatta di misteri e colpi di scena, concetti che si ritenevano avulsi da questo mondo ormai già scritto. A torto, del resto. Perché chiunque abbia letto e amato l’opera di Tolkien ha percepito quel senso di vuoto all’altezza della Seconda Era, raccontataci solo attraverso due racconti del Silmarillion che avevano più il sapore di un soggetto, che di una narrazione completa. E quindi c’era spazio, c’era margine di manovra. Ma soprattutto, in un’epoca in cui si cerca di proseguire ogni franchise con retroscena che nessuno realmente ha chiesto, mettersi a colmare un vuoto simile, portare sullo schermo eventi solo accennati ma su cui tutti hanno fantasticato pareva quasi doveroso.

E l’hanno fatto bene. Anzi, l’hanno fatto “bello”.

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Partiamo dall’impianto visivo. Non è solo una questione di budget, soldoni spesi e gara a chi ce l’ha più grosso. Quello che hanno fatto con questa serie è adottare una direzione artistica che orientasse la sensibilità dello spettatore verso le cose belle, verso l’alto. Gli Anelli del Potere è… lirico. Grande in ogni suo dettaglio, epico, rasserenante, virtuoso e magniloquente. Non è solo una questione di luci di scena, di CGI, di qualità del set, tutti elementi ovviamente di livello altissimo di per sé. Qui c’è tutto un lavoro fatto sulla pura composizione dell’immagine, sulla disposizione degli elementi sulla scena, sulla scelta di inquadrature inconsuete e comunicative. E poi c’è il colore. Non so chi sia stato a mettere mano al girato, né mi intendo di color correction e altri tecnicismi, ma basta vedere alcune sequenze del penultimo episodio con la passeggiata nella neonata Mordor per rendersi conto che è come se qualcuno avesse ridipinto la realtà. Sono quadri, non è semplice live action. L’impianto estetico non è solo un orpello, ma viene inglobato fra gli strumenti della narrazione stessa, per valorizzarla.

Vogliamo parlare della musica? Al netto del bellissimo tema principale di Howard Shore, che accompagna le evocative immagini della sigla, quanto fatto da Bear McCreary è assolutamente straordinario. Una partitura che abbraccia tutti gli episodi, costruendo un tema molto preciso per ognuno degli scenari e dei personaggi. Alcuni brani rimangono in testa al primo ascolto, con altri si fidelizza nel tempo. Sono fra quelli che si sono bagnati nel ritrovarsi un vero e proprio brano cantato, This Wandering Day, nella partitura, un vero e proprio capolavoro sia sul fronte musicale che registico per le immagini dolci e delicate che lo accompagnano: il montaggio con la mappa che illustra il percorso degli Hobbit, le inquadrature da lontano dello Straniero dritto in piedi nella notte. This Wandering Day è probabilmente il momento chiave in cui la serie svela allo spettatore la sua vera natura e le sue “istruzioni per l’uso”. Mette in chiaro le cose e ti dice come vada intesa.

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Il casting poi è eccellente, con molti personaggi che mi sono rimasti dentro. Ho amato questa Galadriel “acerba”, schizzata e profondamente Noldor. Un personaggio strano e destabilizzante già dalla versione della Blanchett, ma che qui assume una dimensione nuova. Su di lei è stato costruito molto, in modo anche bizzarro ma sempre ponendosi le giuste domande. Vederla combattere e volteggiare come un elfo pazzo e dispettoso, con le note di violino a sottolinearne i movimenti, vederla sbroccare del tutto a caso, prendere decisioni assolute e fanatiche, sentirla parlare come una persona che ha perso il contatto con la realtà racconta del Silmarillion molto più di quello che i diritti in mano ad Amazon sembrano concedere. Incredibili Elrond e Durin, due attori con una chimica pazzesca e il ritorno di quelle interazioni sornione che avevo amato nello Hobbit. Eccellenti sotto ogni punto di vista i pelopiedi, dai costumi ai dialoghi, probabilmente i migliori della serie. D’impatto e inquietantissima la sacerdotessa che sembra Achille Lauro. Colpo da maestro l’inserimento di un personaggio “grigio” come Adar e l’umanizzazione dell’etnia Uruk. E un plauso anche per l’adattamento italiano, a cui al giorno d’oggi si tende a fare poco caso, ma che qui ha contribuito a restituire quel gusto per il linguaggio ricercato o bizzarro a cui il linguista Tolkien si era dedicato tanto.

Ecco, e Tolkien c’è? Eccome se c’è. Quanto se ne vuole. La serie ha un piglio decisamente contemplativo, assorto, pone l’accento su quella tranquillità e gioia di vivere su cui il professore aveva tanto insistito in vita. Sono stati molto attenti a catturarne lo spirito, l’amore per razze e linguaggi e a restituircene intatta una sua proiezione attendibile. Dico proiezione perché chiaramente nessuno potrà mai davvero sapere cosa gli sarebbe piaciuto, che strumenti avrebbe potuto avere per giudicare il risultato né che forma avrebbe preso la Seconda Era se avesse avuto tempo e modo di poterla narrare al dettaglio come fatto per la Terza. Quanto visto però propone temi e problematiche a lui care, filtrate chiaramente attraverso una sensibilità più moderna. Problematizzare gli orchi forse non sarebbe passato nella testa di Tolkien, mentre la metafora della nave che sta a galla perché guarda in alto mentre il sasso affonda perché guarda in basso è assolutamente da lui. Ma totalmente, a giudicare da quante pagine ha impiegato per sottolineare l’errore di Sauron e Sméagol nel torcere ossessivamente il loro sguardo verso l’effimero, finendo per essere trascinati in basso verso il putridume.

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Infine la ciccia. Il colpo di genio della serie è costruire come mistero cose che nessuno aveva mai vissuto come tali all’epoca. Scoprire che tutto conduce alla nascita della Mordor che conosciamo rappresenta una delle cose più indovinate in assoluto, come anche gettare nuova luce sull’origine degli orchi. E’ il mistero dello Straniero e dell’identità di Sauron tuttavia ad aver impattato di più. Ritrovarsi ad attendere con gli amici queste rivelazioni come ai tempi dei misteri di Lost, e rendersi conto che lo si sta facendo con la Terra di Mezzo non ha prezzo. E il risultato a cui si arriva, che direi essere molto logico, mi è piaciuto. Non pensavo che avremmo visto direttamente la creazione dei tre anelli già nella prima stagione, e invece così è stato. Una storia che persino in Tolkien pareva confusa, con gli Elfi che da un lato si prestano al progetto di Sauron, dall’altro no, senza che si capisca in che rapporti effettivi fossero. Aver costruito su tutto questo un mistero dimostra che le “stranezze” letterarie relative alla Seconda Era potessero non essere limitazioni ma carburante creativo.

Aspetterò con ansia la seconda stagione, che pare non arriverà presto e sia prevista per il 2024. Fra due anni, quindi. Ed è giusto così, serie come questa sono fatte per essere attese, sublimate, interiorizzate, riprese in esame nel tempo. E’ bene che si mantenga questa gravitas, questa aura di evento e che non vada a finire come con le serie Disney+ che col loro ritmo incessante finiscono per essere date per scontate. Qui c’è ben poco da dare per scontato, qui c’è bellezza vera e la bellezza vera va protetta a ogni costo. Altrimenti si finisce ad andare giù, come il sasso.

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Re: [Amazon] Gli Anelli del Potere

Inviato: sabato 30 dicembre 2023, 11:37
da Giona
Mi sono approcciato a questa serie con un misto di speranza e di timore: speranza di vedere ancora delle meraviglie della Terra di Mezzo, timore che questo prodotto ne tradisse lo spirito.
Alla fine sono rimasto sostanzialmente soddisfatto, anche se alcuni punti potevano essere sviluppati meglio (come l'origine dei proto-hobbit, o dei futuri stregoni). Come ha già scritto Valerio, le visioni della Terra di Mezzo sono spettacolari; mi sarebbe piaciuto che fosse dato più spazio all'isola di Númenor.
Anche un punto che aveva suscitato la diffidenza di molti fans non appena era stata diffuso il trailer, ossia la presenza di elfi e nani di colore, non disturba, se non altro perché quei personaggi sono "scritti bene" e non sembrano appiccicati solo per dare un'impressione d'inclusività. A rigore, si potrebbe criticare piuttosto il fatto che le nane non abbiano anch'esse la barba, come specificato espressamente da Tolkien nelle sue opere.

Re: [Amazon] Gli Anelli del Potere

Inviato: venerdì 30 agosto 2024, 10:13
da Valerio
E alla faccia degli hater, sono usciti i primi tre episodi della seconda.

E la meraviglia, decisamente, continua.

Re: [Amazon] Gli Anelli del Potere

Inviato: venerdì 04 ottobre 2024, 12:53
da Valerio
La seconda stagione de Gli Anelli del Potere ci ha salutati ieri sera. E l’aver provato sgomento di fronte all’attesa di due anni che si prospetta è stato… epifanico.

Negli ultimi tempi le grandi major ci hanno abituati al troppo, alla serializzazione selvaggia, ai franchise faticosi. Ci hanno messi nella condizione di non provare davvero mancanza di qualcosa, perché tanto arriva tutto, pure troppo. Ci hanno abituati alla prospettiva che di qualsiasi storia possiamo avere seguiti, spinoff, espansioni che generano altri spinoff e quando ormai la mammella è vuota… reboot, perché tanto le storie si possono aggiornare e riraccontare nei secoli dei secoli, ossessivamente fino a svuotarle. E a svuotarci, perché il nichilismo che ho visto in giro in questi tempi di vacche grasse è stato spaventoso.

Poi arriva questa serie e torna la magia. Ce n’era bisogno? E di colpo la risposta è “sì”. Attenzione, non “sì, pur considerando che” o “sì dai, meglio così piuttosto che inventarsi altro”. No, no, la risposta è “sì”. Hanno preso la saga più bella, il Legendarium tolkieniano, e hanno colmato una lacuna letteraria vecchia quasi un secolo. Il professore non era mai davvero riuscito a dare una forma definitiva alle prime due ere, e tutto ciò che avevamo della seconda erano un paio di testi sommari posti in appendice al Silmarillion. Il che era un peccato, perché i prodromi della saga del Signore degli Anelli risiedevano lì: la creazione degli anelli, la caduta di Numenor, l’ascesa di Sauron. Gli autori hanno fatto una cosa difficilissima: ci hanno dato la sugna negata fino ad oggi, e l’hanno fatto costruendoci sopra una splendida narrazione, congrua a quel poco che Tolkien scrisse a riguardo. E fa quasi impressione come ogni elemento che su schermo sembra nuovo in realtà tragga le sue radici da dettagli infinitesimali sparsi non solo nelle opere edite, ma anche nei testi di quella History pubblicata postuma. Nomi, spunti, dotte citazioni, opportunità varie, gli autori si sono studiati attentamente tutto, rintracciando e tessendo i fili narrativi più utili a intrecciare tutto in modo plausibile. E man mano che emerge l’affresco si rimane colpiti da quanto questa operazione abbia risarcito e aiutato Tolkien, salvando una parte del suo lavoro e esportandone filosofie che ai tempi dei – comunque bellissimi – adattamenti di Peter Jackson non erano percepibili.

Opera enorme, su un piano concettuale e ovviamente anche cinematografico. Dell’estrema attenzione riservata alla composizione dell’immagine mi ero già accorto due anni fa. Qui si è continuato sulla stessa linea, e lo stesso vale per la musica. Una bomba come Wandering Days non c’è (ma viene ripresa), ma c’è tanto altro tra cui la messa in musica della poesia di Bombadil, momento che difficilmente dimenticherò. Ma quello che davvero monopolizza l’attenzione è la dinamica Annatar/Celebrimbor, vero e proprio fulcro di questa seconda stagione. Gran livello recitativo, dei dialoghi, scene disturbanti e d’impatto, una storia di manipolazione e violenza psicologica tanto magica quanto realistica. Sauron è stato reso un Personaggio di tutto rispetto, ed è stato fatto a partire da ragionamenti filosofici nati dalle carte di Tolkien e condivisi dall’attore stesso, uno dei più informati sui testi in questione. Essere stati in grado di implementare Tom Bombadil nel tutto poi va oltre la semplice goduria filologica: sono riusciti a togliersi questo sassolino dalla scarpa e a farlo in modo interessante, imprevedibile e ancora una volta in linea con la filosofia di Tolkien. Si potrebbe parlare poi di molto altro: la storia di Adar, la gestione dei nani, fra le cose migliori. Oppure le entesse, gli sturoi e altri elementi che hanno finalmente preso forma dopo esser stati per decenni solo dei nomi. Da notare inoltre che alcune delle storyline “umane” che avevano avuto molto spazio nella prima stagione sono state nettamente ridimensionate, ma senza dar troppo l’impressione di una modifica in corsa. Insomma, un lavoro tanto ispirato e ben curato da giustificare i due anni di attesa.

Ma la serie è interessante anche su un piano antropologico. Quanto accaduto in rete due anni fa è stato inquietante. In molti ci sono cascati, altri sono stati condizionati e in generale la malafede innata e quella indotta si sono mescolate tra loro, rovinando l’esperienza di tutti. Due anni fa non eravamo però stati ancora del tutto vaccinati dai mali del nuovo internet e dalle ripercussioni sociali e politiche che ne sono conseguite. Ora abbiamo capito che dietro molti incidenti del genere c’è altro. Quest’anno ho pensato per qualche giorno che la cosa si sarebbe ripetuta, e stava effettivamente per ripetersi. Ma ho visto anche qualcos’altro, ho visto un pubblico che non aveva più voglia di farsi molestare, che ha alzato la testa e ha deciso che l’esperienza meritava una tutela. In svariati punti della rete sono sorti gruppi, bolle, aree protette in cui poter coltivare la passione per questa serie in santa pace. E all’interno di questi contesti ho visto finalmente fiorire quello che mi aveva portato su internet nel 2004, ovvero le informazioni, la ricerca, il desiderio di scavare e condividere. E io stesso ho imparato, ho colto il doppio delle cose, e ho allargato la mia cultura tolkieniana. E, dati, i risultati mondiali, la situazione è sotto controllo e il prodotto in salute.

Certo, mi sarebbe molto piaciuto che questa “riscossa” fosse avvenuta anche in altri contesti che in questi due anni ho visto letteralmente marcire. Ma forse in quei casi il prodotto non era “muscoloso” quanto questo, e pur non meritando tutto il fango ricevuto, non è stato in grado di difendersi a sufficienza. E forse non ha avuto alle spalle un contesto produttivo in grado di far credere alla gente che malgrado tutto il piano rimarrà lo stesso. Il pubblico è influenzabile, volubile ma una cosa la “sente”: se chi ti propone una storia ci crede veramente. Se dietro le tue parole vedono una strategia, un po’ di insicurezza o capiscono che virerai a destra o a manca a seconda della ricezione, se chi racconta tende a farsi distrarre dal rumore… il carisma del narratore svanisce e il pubblico pure.