[Umberto Eco] Il Nome della Rosa
Inviato: mercoledì 13 settembre 2006, 02:56
Non è un mistero il motivo del grande successo de Il Nome della Rosa, perfetto connubio tra un romanzo storico e una detective story, capace di mischiare sapientemente le caratteristiche di una letteratura "di consumo" come quella gialla, con gli interessi medioevistici dell'autore; quel che ne esce è un'opera ibrida capace di catturare due fasce di pubblico non sempre conciliabili. Le citazioni a Doyle si sprecano, a partire dai due protagonisti che per modi e assonanza del nome rievocano Sherlock Holmes e il dottor Watson, come si sprecano anche i continui riferimenti/citazioni al background culturale dell'autore che a tratti paiono un po' ridondanti. Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk, rispettivamente maestro e allievo, sono infatti i protagonisti di una luttuosa vicenda che li vede indagare sui delitti avvenuti in un monastero dell'Italia settentrionale. Per salvaguardare la dignità del monastero, Adso che riveste il ruolo di narratore delle vicende avvenute ai tempi della sua adolescenza, dichiara che eviterà di menzionarne il nome, ma si tratta di un artificio volto a sottolineare l'ingenuità del personaggio, visto che più di una volta nel corso della narrazione si fa il nome dell'abbazia di Cluny.
Il libro percorre le sette giornate di indagini che Adso e Guglielmo portano avanti in un medioevo più turbolento che mai, sconvolto dalle lotte tra l'imperatore e uno squallido papato in piena cattività avignonese. Il background storico è presente in dosi massicce e ricorre sempre nei dialoghi, e vi è una parentesi pure all'interno della storia principale in cui la stessa abbazia diverrà teatro di un convegno volto a risanare la frattura che questi sconvolgimenti stanno causando all'interno della Chiesa. Ma tutto questo non ruba spazio a quello che è il vero cuore del libro e cioè l' atmosfera abbaziale medioevaleggiante che si respira in ogni ora della giornata e che trasuda dalle ambientazioni. E sono proprio le ore a scandire il ritmo della narrazione, visto che il libro stesso, se si esclude una presentazione e una conclusione, è diviso in sette giornate, ciascuna a sua volta divisa in una decina di capitoli titolati come le ore liturgiche che scandivano la giornata monastica strutturandola in fasi di preghiera. Ed è un piacere seguire i due protagonisti in questo pur limitato spazio, fatto di refettori, chiostri, ospedali, giardini, dormitori e stalle. Un complesso di edifici tutto da esplorare che a dispetto della sua sacralità può nascondere ogni genere di nefandezza. E' un piacere vederli raccogliere indizi e complottare in gran segreto, seguirli nelle loro "bravate" notturne e scoprire passaggi segreti che consentono l'accesso ad aree proibite. La biblioteca, ad esempio, attorno a cui ruota la maggior parte dei misteri e che sarà teatro, sul finale, di alcuni meravigliosi colpi di scena. Insomma, non si può non riconoscere alla stessa abbazia il merito di coinvolgere e affascinare il lettore con i suoi luoghi cupi in cui chiunque nella propria vita abbia anche solo provato un videogioco, si vorrebbe addentrare. O almeno questo è il personalissimo motivo per cui il sottoscritto, che dall'infanzia adora esplorare con l'immaginazione casette, capanne, castelli (che si tratti di casette di legno immerse nella foresta, di chiese maledette in stile Eternal Darkness o molto più semplicemente del caro vecchio Hogwarts, non cambia poi molto), ha apprezzata tanto Il Nome della Rosa.
C'è poi l'ironia. E ce n'è a carrettate, perchè sia pur mediata dalle parole dell'umilissimo Adso, è impossibile non ravvisare nell'intera opera una neanche troppo sottile presa in giro della Chiesa e del suo oscurantismo su cui nel finale ammette di basare tutto il proprio potere. Una delle sequenze più efficaci, se si escludono ovviamente i dialoghi e gli scambi di battute al vetriolo che hanno come sempre protagonista il saggio Guglielmo, è senza dubbio la sequenza del sogno di Adso, una reintepretazione della Coena Cypriani, che mischia in un delirio dionisiaco tutto il cast biblico, mischiato con quello inventato del romanzo. E' una satira esilarante senza freni che mostra non poco divertimento da parte dell'autore nel riversare alla rinfusa tutto ciò che è cultura medioevale a partire dalla Bibbia per finire coi Placiti Cassinesi (Sao Ko Kelle Terre, quanto è buffo ritrovarselo messo così a casaccio in una sequenza).
Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. La frase conclusiva del primo romanzo di narrativa di Umberto Eco ne riassume il senso e getta una luce piuttosto inquietante sull'enigmatico titolo. "La rosa primigenia esiste in quanto nome, possediamo i semplici nomi" altro non è che una citazione dal De Contemptu Mundi di Bernardo Morliacense, e sottolinea l'inconoscibilità delle verità assolute, in luogo degli assai più interpretabili, e quindi relativi, dati. La deduzione è quindi un'arte imperfetta che non sempre porta a un risultato, visto che l'universo non segue affatto quell'ordine geometrico che gli architetti medioevali pensavano. Ma se la morale del romanzo deve essere l'accettazione che l'essere umano è tutt'ora immerso nel caos primigenio, in un'anarchia che non vuole in nessun modo accettare, per quale motivo scegliere come eroe della storia proprio Guglielmo da Baskerville, monaco francescano paladino della ragione e accanito sostenitore del metodo deduttivo? E perchè collocarlo in un ambito in cui ogni suo intento e ogni sua mossa viene premiata con la scoperta della verità? Probabilmente è proprio qui che sta l'ironia di Eco, nel mostrare quanta sconfitta possa nascondersi nella vittoria, e quanto fallibile possa essere anche il migliore degli esseri umani. Ma proprio perchè esseri umani destinati al fallimento tanto vale elevarsi dalla mediocrità con l'intelligenza, ed è ciò che Guglielmo fa divinamente, pur aspirando in cuor suo - e non senza una pizzico di innocua vanità - ad elevarsi dalla mediocrità. E allora non è poi così tragico il finale de Il Nome della Rosa, in cui morte e distruzione si spargono ovunque, ma per quel che interessa al lettore, l'unica cosa meritevole di soccorso è l'orgoglio ferito di un uomo, che ossessionato dalla verità ha scoperto di esserci arrivato seguendo una pista meno razionale di quanto sperasse.
Il libro percorre le sette giornate di indagini che Adso e Guglielmo portano avanti in un medioevo più turbolento che mai, sconvolto dalle lotte tra l'imperatore e uno squallido papato in piena cattività avignonese. Il background storico è presente in dosi massicce e ricorre sempre nei dialoghi, e vi è una parentesi pure all'interno della storia principale in cui la stessa abbazia diverrà teatro di un convegno volto a risanare la frattura che questi sconvolgimenti stanno causando all'interno della Chiesa. Ma tutto questo non ruba spazio a quello che è il vero cuore del libro e cioè l' atmosfera abbaziale medioevaleggiante che si respira in ogni ora della giornata e che trasuda dalle ambientazioni. E sono proprio le ore a scandire il ritmo della narrazione, visto che il libro stesso, se si esclude una presentazione e una conclusione, è diviso in sette giornate, ciascuna a sua volta divisa in una decina di capitoli titolati come le ore liturgiche che scandivano la giornata monastica strutturandola in fasi di preghiera. Ed è un piacere seguire i due protagonisti in questo pur limitato spazio, fatto di refettori, chiostri, ospedali, giardini, dormitori e stalle. Un complesso di edifici tutto da esplorare che a dispetto della sua sacralità può nascondere ogni genere di nefandezza. E' un piacere vederli raccogliere indizi e complottare in gran segreto, seguirli nelle loro "bravate" notturne e scoprire passaggi segreti che consentono l'accesso ad aree proibite. La biblioteca, ad esempio, attorno a cui ruota la maggior parte dei misteri e che sarà teatro, sul finale, di alcuni meravigliosi colpi di scena. Insomma, non si può non riconoscere alla stessa abbazia il merito di coinvolgere e affascinare il lettore con i suoi luoghi cupi in cui chiunque nella propria vita abbia anche solo provato un videogioco, si vorrebbe addentrare. O almeno questo è il personalissimo motivo per cui il sottoscritto, che dall'infanzia adora esplorare con l'immaginazione casette, capanne, castelli (che si tratti di casette di legno immerse nella foresta, di chiese maledette in stile Eternal Darkness o molto più semplicemente del caro vecchio Hogwarts, non cambia poi molto), ha apprezzata tanto Il Nome della Rosa.
C'è poi l'ironia. E ce n'è a carrettate, perchè sia pur mediata dalle parole dell'umilissimo Adso, è impossibile non ravvisare nell'intera opera una neanche troppo sottile presa in giro della Chiesa e del suo oscurantismo su cui nel finale ammette di basare tutto il proprio potere. Una delle sequenze più efficaci, se si escludono ovviamente i dialoghi e gli scambi di battute al vetriolo che hanno come sempre protagonista il saggio Guglielmo, è senza dubbio la sequenza del sogno di Adso, una reintepretazione della Coena Cypriani, che mischia in un delirio dionisiaco tutto il cast biblico, mischiato con quello inventato del romanzo. E' una satira esilarante senza freni che mostra non poco divertimento da parte dell'autore nel riversare alla rinfusa tutto ciò che è cultura medioevale a partire dalla Bibbia per finire coi Placiti Cassinesi (Sao Ko Kelle Terre, quanto è buffo ritrovarselo messo così a casaccio in una sequenza).
Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. La frase conclusiva del primo romanzo di narrativa di Umberto Eco ne riassume il senso e getta una luce piuttosto inquietante sull'enigmatico titolo. "La rosa primigenia esiste in quanto nome, possediamo i semplici nomi" altro non è che una citazione dal De Contemptu Mundi di Bernardo Morliacense, e sottolinea l'inconoscibilità delle verità assolute, in luogo degli assai più interpretabili, e quindi relativi, dati. La deduzione è quindi un'arte imperfetta che non sempre porta a un risultato, visto che l'universo non segue affatto quell'ordine geometrico che gli architetti medioevali pensavano. Ma se la morale del romanzo deve essere l'accettazione che l'essere umano è tutt'ora immerso nel caos primigenio, in un'anarchia che non vuole in nessun modo accettare, per quale motivo scegliere come eroe della storia proprio Guglielmo da Baskerville, monaco francescano paladino della ragione e accanito sostenitore del metodo deduttivo? E perchè collocarlo in un ambito in cui ogni suo intento e ogni sua mossa viene premiata con la scoperta della verità? Probabilmente è proprio qui che sta l'ironia di Eco, nel mostrare quanta sconfitta possa nascondersi nella vittoria, e quanto fallibile possa essere anche il migliore degli esseri umani. Ma proprio perchè esseri umani destinati al fallimento tanto vale elevarsi dalla mediocrità con l'intelligenza, ed è ciò che Guglielmo fa divinamente, pur aspirando in cuor suo - e non senza una pizzico di innocua vanità - ad elevarsi dalla mediocrità. E allora non è poi così tragico il finale de Il Nome della Rosa, in cui morte e distruzione si spargono ovunque, ma per quel che interessa al lettore, l'unica cosa meritevole di soccorso è l'orgoglio ferito di un uomo, che ossessionato dalla verità ha scoperto di esserci arrivato seguendo una pista meno razionale di quanto sperasse.