Ghibli - Hayao Miyazaki: Il Mio Vicino Totoro
Inviato: venerdì 23 giugno 2006, 00:46

Un capolavoro. Con questo gioiello di candore e poesia si apre il periodo leggero dell'animazione Miyazakiana, caratterizzato da atmosfere minimaliste e storie indubbiamente meno avventurose o drammatiche. E a mio modestissimo parere il periodo più felice.
Dopo i conflitti di Nausicaa e le scorribande celesti di Laputa tocca alla storia di due bambine e alla loro estate agreste venir raccontata dalla magia visionaria di Miyazaki. E sono soldi, il film è un successo che consacra definitivamente lo stile ghibli, e fornisce agli studi il loro logo definitivo, quello stesso peluscioso Totoro che dà il titolo al film. Una mascotte indovinatissima, che rappresenta nel'immaginario Miyazakiano l'attaccamento alla natura e alle tradizioni di un passato nostalgico, in cui natura e uomo andavano a braccetto. Un passato neanche tanto lontano, vista l'ambientazione del film, la campagna giapponese degli anni '50, ma la cui armonia si contrappone totalmente ai tragici conflitti visti in Nausicaa e Mononoke. E di questi due film, Tonari no Totoro costituisce un po' la nemesi, sia tonale che contenutistica visto che qui la fusione uomo natura avviene nel modo più spontaneo possibile: attraverso l'innocenza infantile.
A ben guardare non succede proprio niente ne Il Mio Vicino Totoro. La trama consiste in una serie di episodi avvenuti nell'estate in cui le piccole Satsuki e Mei si trasferiscono in una casa in campagna col padre, e nei boschetti circostanti fanno amicizia con alcuni spiriti della foresta, appartenenti al folklore shinto, tra i quali spiccano il gigantesco Totoro e i sue due aiutanti, suoi corrispettivi di dimensioni ridotte. Tutto si esaurisce in una serie di deliziosi piccoli momenti epifanici, in cui le due bambine incontrano Totoro nelle occasioni più svariate, nella cavità di un albero alla fermata dell'autobus, oppure di notte durante il rito di crescita degli arbusti. Ogni incontro corrisponde a una sorta di esperienza, che porta le bambine a correre per i prati della campagna giapponese, e fin sopra gli alberi - guarda caso volando - a suonare l'ocarina. Non vi è neanche una vera e propria crisi, visto che l'unico momento negativo consiste nella fuga di Mei, intenzionata a raggiungere a piedi l'ospedale dove è ricoverata sua madre. Potremo quindi individuare nella malattia della madre l'unico elemento angoscioso, ma anche qui la cosa è condotta con una leggerezza incredibile, mostrandoci la madre già convalescente all'inizio del film, e rendendo l'unico momento drammatico nient'altro che un malinteso: un banale raffreddore che le piccole scambiano ingenuamente per una ricaduta. Ma è questo il bello di Tonari No Totoro: una complicazione in più e sarebbe andata persa irrimediabilmente quell'atmofera idilliaca e carezzevole che rende il film il capolavoro che è. Oltretutto in questo modo guadagna spazio la caratterizzazione dei personaggi, qui ai massimi livelli. Satzuki e Mei sono infatti due personaggi indimenticabili, assolutamente realistiche nel loro entusiasmo infantile, come mai nessun personaggio miyazakiano era stato prima. Totoro, umano nei sentimenti ma assolutamente animalesco nel modo di esprimerli, è uno spettacolo visivo, e prende le distanze dall'estetica kawaii a cui troppo spesso si fa ricorso per caratterizzare questo genere di personaggi. E poi c'è il sense of wonder che mette in scena il personaggio più geniale di tutti: il Gattobus. E non si sa bene come possa essere venuta in mente ad Hayao una cosa simile, un personaggio che deve molto allo Stregatto, ma che ha un aspetto (e un funzionamento) tutto suo. Fa un certo effetto vedere Satzuki sedersi al suo interno, con sedili pellicciosi che si muovono seguendo il suo respiro. Ed è proprio questo personaggio che potrebbe meglio di qualunque altro farsi portavoce di tutta la visionarietà miyazakiana.
Anche il comparto grafico è molto buono. Da sempre le animazioni Miyazakiane sono rigide nei movimenti lenti, mentre hanno il loro clou quando si tratta di piccoli particolari come capelli o peli in movimento, oppure quando i protagonisti compiono movimenti rapidi. E in un film che ha come protagonisti un animale impellicciato e due bambine che corrono dappertutto senza stare ferme un attimo, si può ben immaginare dove possano spingersi i virtuosismi dell'animazione Miyazakiana.
E poi c'è la colonna sonora. E qui c'è da fare un doveroso inchino a Joe Hisaishi, che per l'occasione mette da parte il sinfonico e si lascia andare al melodico rappresentando in modo egregio il clima spensierato e infantile. Due sono le canzoni, rispettivamente nei titoli di testa e di coda. Sanpo apre il film, come un'allegra marcetta, mentre Tonari no Totoro è la canzone che si sente nei titoli di coda, ma che parte ben prima, chiudendo il film, come diverrà più avanti abitudine di Miyazaki, che sempre più spesso utilizzerà gli eventi descritti nei credits come rimedio per i suoi finali veloci. Ma ci sono anche ottimi brani strumentali come Andiamo all'Ospedale che rielabora in versione melodica, quando già sentito nei titoli di testa, la gradevole Il Villaggio in Maggio e soprattutto la meravigliosa Gattobus che accompagna le scene con la straordinaria creatura. Quest'ultimo pezzo, poi, presenta non poche reminescenze jazzistiche che lo fanno assomigliare spesso e volentieri alla Rapsodia in Blu di Gershwin, probabilmente citata intenzionalmente.
Non esiste un'edizione italiana di questo film. O meglio esisterebbe, ma la Buena Vista, come già accaduto per Nausicaa e Porco Rosso, non vuole distribuire nei negozi l'edizione dvd di questi titoli, negando così al pubblico italiano la possibilità di ascoltarne il doppiaggio. La soluzione consigliata è ovviamente quella di ricorrere a Emule, dove da un bel po' di tempo circola, come per Porco Rosso, la versione sottotitolata in italiano.
Il discorso iniziato con Tonari no Totoro da Hayao Miyazaki avrebbe avuto un seguito dopo più di un decennio. La religione Shinto coi suoi spiritelli folkloristici sarebbero infatti tornati ne La Città Incantata, ambientato questa volta ai giorni nostri. Sen to Chihiro avrebbe però raccontato di un mondo in balia del disincanto, dove i piccoli templi in onore degli spiriti, che si vedevano in Totoro, sarebbero qui diventato ruderi obsoleti, un mondo in cui gli spiriti guardiani della natura avrebbero occupato una loro dimensione propria, separata dal mondo egli uomini. Un mondo dove però ci sarebbe stato ancora spazio per ritrovare alcune vecchie conoscenze, quei granelli di fuliggine stanati cinquant'anni prima da Mei e qui depositari delle vesti di Chihiro.
