L’ho visto venerdì sera, ma solo lasciando sedimentare la visione qualche giorno riesco a commentarlo.
Birdman è un film stratificato, complesso, intimista. Anche furbo, come sostenuto da alcuni detrattori, non lo nego: giocare con la tematica dei supereroi al cinema è sicuramente una mossa smaliziata e ruffiana che ha certamente contribuito ai premi vinti, non ultimi i 4 Oscar conquistati due giorni fa.
Ma è una furberia secondo me legittima, non mi sono sentito truffato perché ritengo che
Iñárritu creda nella critica mossa all’invasione dei cinecomics. Il film denuncia l’impoverimento dell’attuale Hollywood, e prendere il filone supereroistico era facile quanto sensato. Il discorso si può comunque allargare ad altri filoni infiniti e vizi a cui la fabbrica del cinema non sa rinunciare negli ultimi anni (quelli che su questo forum abbiamo chiamato “
franchissene”), e il significato della pellicola non cambierebbe. Per questo sarebbe stato un cammeo calzante
quello di Johnny Depp/Jack Sparrow, peccato che la produzione non sia riuscita ad ottenerlo (orgoglio di Depp o zampino della Disney?).
L’attacco ai “franchissene”, comunque, è solo uno dei significati della pellicola. Perché
Birdman non è soltanto gustoso metacinema, è soprattutto la storia di un uomo in crisi esistenziale, ossessionato dal dover dimostrare agli altri il proprio valore ed ansioso di riscattarsi da un passato che rigetta e di cui non va fiero, che suo malgrado l’ha etichettato vita natural durante.
L’essere considerato attore di serie B e il calo di successo sono un’ossessione tale per Riggan Thompson (il protagonista della pellicola, un ottimo
Michael Keaton) da essere presenti nella sua testa con le sembianze del supereroe interpretato vent’anni prima. Immagine che lui cerca di scacciare via, ma con cui alla fin fine flirta. Perché il dramma di Riggan è duplice: da un lato vorrebbe scrollarsi di dosso quel passato, ma dall’altro ha nostalgia del successo che solo quel ruolo era riuscito a dargli. Birdman è quindi il diavolo tentatore, o peggio l’amara realtà dei fatti: l’unica possibilità per cui un attore mediocre può essere ricordato. Per questo quando leggo
le dichiarazioni di Hugh Jackman/Wolverine sostengo che non abbia affatto capito affatto il messaggio della pellicola.
Il finto piano sequenza, con la telecamera che segue i personaggi e sembra non staccarsene mai (anche quando avvengono ellissi temporali), non è solo un apprezzabile virtuosismo tecnico: immerge completamente lo spettatore nella realtà di quel teatro, nei suoi camerini e corridoi, e nelle idiosincrasie dei personaggi. Perché attorno a Riggan c’è un microcosmo variegato e non molto più equilibrato di lui, nel quale spicca l’attore dotato ma schizzato Mike, interpretato da un
Edward Norton magistrale. La penosa figura dell’uomo che riesce ad essere reale solo sul palco e che invece nella vita vera non riesce ad essere nulla più di un patetico e tronfio attaccabrighe.
Anche
Emma Stone interpreta un personaggio interessante: la figlia di Riggan, appena uscita dal percorso di disintossicazione, aiuta in teatro per lo spettacolo del padre. La sua aria perennemente fuori dal mondo, come se la sua testa accusasse ancora i postumi della droga, il suo stile sfatto, gli occhioni grandi e azzurri in cui ci si perde e alcune frasi molto ben scritte la rendono incisiva. Si sarebbe però potuto lavorare di più sul suo ruolo, secondo me, e si avrebbe avuto un’interpretazione ancora migliore.
Un ultimo cenno alla critica alla tecnologia “social”: Riggan sfotte Facebook, detesta Twitter e ritiene che questo dilagare di comunicazione di plastica non sia altro che un vuoto status sociale di cui il mondo si è ubriacato. A tal proposito c’è un bellissimo monologo che la figlia gli urla contro ad un certo punto, che parte da questa presa di posizione anti-tecnologica per andare a toccare anche l’animo tormentato e affamato di approvazione del protagonista. È proprio con questo estratto che chiudo il mio commento ad un film che avrà il mio voto assicurato ai prossimi IMS.
Riggan: Listen to me. I'm trying to do something important.
Sam: This is not important.
Riggan: It's important to me! Alright? Maybe not to you, or your cynical friends whose only ambition is to go viral. But to me... To me... this is - God. This is my career, this is my chance to do some work that actually means something.
Sam: Means something to who? You had a career before the third comic book movie, before people began to forget who was inside the bird costume. You're doing a play based on a book that was written 60 years ago, for a thousand rich old white people whose only real concern is gonna be where they go to have their cake and coffee when it's over. And let's face it, Dad, it's not for the sake of art. It's because you want to feel relevant again. Well, there's a whole world out there where people fight to be relevant every day. And you act like it doesn't even exist! Things are happening in a place that you willfully ignore, a place that has already forgotten you. I mean, who are you? You hate bloggers. You make fun of Twitter. You don't even have a Facebook page. You're the one who doesn't exist. You're doing this because you're scared to death, like the rest of us, that you don't matter. And you know what? You're right. You don't. It's not important. You're not important. Get used to it.