C'era Una Volta in America: l'Altra Saga Disney
Inviato: venerdì 16 ottobre 2009, 12:37
C’era una volta in America: L’Altra Saga Disney

Una delle differenze tra il mondo di Paperopoli e il mondo di Topolinia è l’attenzione ai parenti, al passato e alla genealogia. Infatti di Paperino e Paperone, a parte i numerosissimi parenti che da Carl Barks a Romano Scarpa hanno popolato le storie paperopolesi, sappiamo molto del loro passato e dei loro antenati.
Penso sia inutile, ma completistico, citare la celeberrima Saga di Paperon de’ Paperoni (Life and Times of Scrooge McDuck) ad opera del cartoonist americano Don Rosa. Opera monumentale che si snoda in 12 capitoli, la Saga racconta dell’infanzia, della giovinezza e dell’entrata nell’età adulta (con conseguente inizio di ricchezza) di Paperone, basandosi sulle storie che di Paperone ha scritto Carl Barks, il suo creatore, che infatti spesso e volentieri inseriva nelle avventure che scriveva riferimenti a un mitico e avventuroso passato del suo personaggio più famoso.
Questo è il classico esempio di mega-storia in cui viene fatto ordine nella vita di un personaggio Disney, basandosi su un determinato tipo d fonti, e componendo qualcosa di immortale, una pietra miliare nella storia del fumetto in generale, rigorosa dal punto di vista storico e di verosimiglianza delle avventure descritte.
Ma non dimenticherei un altro tentavo di operazione del genere, antecedente alla Saga di qualche anno e ad opera di un italiano ai testi e due ai disegni. Sto parlando di Storia e Gloria della Dinastia dei Paperi. Scritta da Guido Martina e disegnata da Giovan Battista Carpi e da Romano Scarpa, la storia si snoda per 8 capitoli pubblicati al ritmo di uno alla settimana su “Topolino” nel 1970, dove il Professore esplorava il passato della famiglia dei Paperi, degli antenati cioè di Paperino e Paperone, riproponendo avi dalle stesse fattezze e dalle stesse caratteristiche dei nostri beniamini. A partire dall’antico Egitto passando per l’impero romano, per la Spagna del 1492, per la guerra di secessione americana fino ad arrivare alla corsa all’oro del Klondike sulla fine del 1800, dove per lo sceneggiatore italiano avrebbe vissuto e scavato oro il padre di Paperone, tale Paperon Papà, e dove sarebbe nato il Vecchio Cilindro.
Le incongruenze con la versione filologica che avrebbe fornito a inizio anni ’90 Don Rosa si sprecano, chiaramente, a partire proprio dalla nascita di Paperone in America e non in Scozia. Ma Martina non ha mai avuto obiettivi di filologia nelle sue storie, non stupisce quindi che la sua Storia e Gloria faccia a pugni con le storie di Barks o di altri, o spesso con quelle di Martina stesso. E dato che, sempre basandosi su Barks, Don Rosa ci mostra anche molti degli antenato scozzesi del clan de’ Paperoni, anche dal punto di vista genealogico (punto centrale di Storia e Gloria) le differenze sono tante.
Fatto sta che in Italia è rimasta nel cuore a molti, tanto che nel 2005 salta fuori un Capitolo II Bis ad opera di Alberto Savini e Andrea Freccero, e negli anni ’90 ha visto al luce una breve serie di storie (3, per la precisione) intitolata Paralipomeni della Dinastia dei Paperi, scritta da Giorgio Figus e disegnata da Valerio Held, che si proponeva di raccontare avventure che si frapponessero tra alcuni capitoli di Storia e Gloria.
Ma Topolino? Se dal punto di vista dei parenti (al contrario dell’amico Pippo) già scarseggia e perde rispetto ai Paperi – di lui conosciamo solo lo zio Balatrone e Tip & Tap, creati da Floyd Gottfredson, e zia Topolinda creata da Romano Scarpa… di Minni conosciamo il padre Marcus Mouse (Tognone) e la madre, e i nonni Marshall e Matilda Mouse, sempre grazie a Gottfredson – dal punto di vista della sua storia e degli antenati siamo messi ancora peggio.
Ora, se una sorta di biografia completa del personaggio chiaramente non ha senso di esistere (Topolino è ancora un “uomo” giovane, di certo senza il vissuto che aveva Paperone; inoltre Paperone esordisce già vecchio, mentre Topolino appare – potremmo dire – ragazzino nelle prime strisce di Gottfredson, quindi la sua vita è data dalle strisce di Gottfredson, dalle storie di Murry, di Romano Scarpa, di Mezzavilla, di Faraci e di Casty, che tutte insieme costituiscono la biografia ancora in corso d’opera del Topo), poteva invece essere interessante stabilire una sorta di genealogia per Topolino.
E’ il 1994 quando prende la palla al balzo lo sceneggiatore Giorgio Pezzin, che firma la storia “Topolino e il tesoro della Mayflower”, prima storia del ciclo che sarà noto come C’era una volta in America, riprendendo il titolo pari pari dal film omonimo di Sergio Leone del 1984.
L’intento di Pezzin sembra principalmente didattico, come in parte quello di Martina: attraverso queste storie lo sceneggiatore vuole ricostruire i principali eventi della storia americana, partendo dal presupposto (o costante) che “c’è sempre stato un Topolino testimone degli avvenimenti che hanno caratterizzato la nascita di quel grande paese”, citando la didascalia della prima tavola della prima storia del ciclo. Si parte dai primi coloni che dall’Inghilterra partono per arrivare nel Nuovo Continente, e si arriva al crollo della Borsa di Wall Street del 1929, nella quattordicesima e ultima storia.
L’obiettivo sembra quindi analogo davvero a quello di Martina, spesso autore di storie storico-educative e che con Storia e Gloria aveva colto la palla al balzo con il ciclo di storie nate per accompagnare le monete che erano allegate al settimanale Disney nel 1970. Ma se Martina lo fece collocando a caso location, antenati e nascita di uno dei protagonisti, Pezzin è più fedele anche a questi particolari; c’è da dire però che di dati contro cui cozzare ne aveva molto pochi, come detto poco più sopra, e anche come luoghi erano più facili da inquadrare. Insomma, Pezzin aveva licenza di far andare la fantasia a briglie sciolte, cosa che fa anche Martina ma senza licenza.
C’era una volta in America si pone quindi come la più riuscita (almeno per me) saga che Pezzin crea per “Topolino” (ricordo che con lo stesso sistema ha scritto I Signori della Galassia, Le Cronache della Frontiera, le Tops Stories, La Storia Vista da Topolino), per il rigore storico e per la presenza di vari Topolino, Pippo, Minni eccetera che riprendono i tratti somatici dei personaggi che conosciamo oggi, ma non sempre il carattere. Ne è venuto fuori un affresco spettacolare e stimolante verso la storia del continente americano, in cui c’è comunque attenzione al personaggio di Topolino e agli altri suoi comprimari, creando quella che io considero la genealogia ufficiale, la galleria degli antenati vera per Mickey Mouse, perché ben fatta e perché l’unica così ben impostata.
E’ quindi la risposta del mondo dei Topi a Storia e Gloria, accomunata con essa per l’interesse agli antenati anche se Pezzin lo fa con cura maggiore, ma con l’interesse ai personaggi che mette Don Rosa nella sua Life and Times.
Ai disegni abbiamo un grande Maestro Disney, spesso al fianco di Pezzin, vale a dire Massimo De Vita, che dà il meglio di sé in ogni storia. Le uniche due che non sono di de Vita sono disegnate da Silvia Ziche e da Fabrizio Petrossi. Dico subito qui, per non ripetermi in 12 analisi differenti, che i disegni di De Vita sono fantastici. A cavallo tra la prima e la seconda metà degli anni ’90 infatti Massimo e al “massimo” (mamma mia…) della sua bravura e realizza dei disegni meravigliosi, il suoi Topolino sono perfetti nelle posture, nelle espressioni, nei piccoli particolari che possono distinguerli dal Topolino attuale, nei costumi d’epoca che riescono ad essere credibili per gli anni in cui sono calati, negli sfondi… Insomma, impagabile. Se avrò qualche appunto particolare, lo farò direttamente nell’analisi della storia in particolare. Stessa cosa per i commenti degli altri due.
Chiudo con una (tristemente nota) curiosità: nel settembre del 2001 esce un Vattelapesca intitolato Storie d’America (Superdisney # 22) che ristampata le storie di questo ciclo. Peccato che le ristampi tutte eccetto tre: le due non disegnate da De Vita e una fondamentale per la continuity della serie. Non esiste quindi un volume che ristampi tutta la saga completa, e sarebbe auspicabile che la nuova testata per collezionisti Tesori Disney si desse una svegliata, non continuasse a ristagnare in cose che non c’entrano niente col suo intento o saghe già recentemente ristampate complete in volume e dedicasse un’uscita (o due, se le pagine sono troppe) a questo gioiello. Comunque la bellissima copertina realizzata appositamente da Massimo de Vita per questa raccolta farlocca campeggia qui sopra come immagine simbolica per l’intera serie.
Legenda: per ogni storia è indicato il disegnatore (anche se è quasi sempre lo stesso, come già detto), il numero di tavole totali d cui è composta, il numero di “Topolino” su cui ha esordito, il link alla pagina Inducks, la prima tavola della storia e, se esiste, la copertina di una pubblicazione che l’ha dedicata alla storia in questione. Dato che in Italia, a parte la copertina di Storie d’America, non esiste nessuna copertina che faccia riferimento a una qualsiasi storia del ciclo pezziniano, approfitterò per mostrare un po’ di copertine di albi Disney stranieri che invece si sono presi il disturbo, pubblicando le storie di C’era una volta in America, di farci una bella (più meno) copertina. Siamo soprattutto dalle parti del Brasile e della Grecia, ma non solo, e ho pensato che fosse una bella idea dare un aspetto internazionale alla mia analisi, per mostrare copertine che qui in Italia non conosciamo (di giornali che qui in Italia non conosciamo) e per ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, di come il nostro fumetto Disney è esportato nel mondo.
Topolino e il Tesoro della Mayflower
Grecia
; Spagna 
Disegni: Massimo De Vita
Tavole: 34
“Topolino” # 1996 (27 febbraio 1994)
Inducks
Questa prima storia non si svolge in America, ma in Inghilterra, a Southampton per la precisione, nell’autunno del 1620. Qui troviamo una giovane Minni, figlia di una locandiera, e un Topolino sarto. Le radici genealogiche della famiglia di Topolino, dunque, secondo Pezzin affondano proprio qui.
Questo Topolino, che chiamerò Topolino I per distinguerlo da quelli futuri, nel ricucire la manica di una giacca trova il piano di una rapina. Decide di comunicarlo al capo dei gendarmi, ma questi lo incastra facendo ricadere la colpa della rapina sul povero Topolino I. Ovviamente il ladro è un antenato di Gambadilegno, ma il nostro eroe riesce a fuggire dalla prigione con l’aiuto di Geremia Pipper, e a dimostrare la propria innocenza pressi i padri pellegrini che erano stati le vittime della rapina. Questi, in cambio del favore, propongono a lui e a Minni (oltre che a Pipper, che si aggiungerà) di partire con loro a bordo della Mayflower, nave diretta in America, dove potranno ricostruirsi una vita. I nostri accettano, la stirpe della famiglia di Topolino è destinata quindi a continuare nel Nuovo Mondo, come quella della famiglia di Pippo e di Gambadilegno, che viene deportato nelle colonie penali in America.
E’ bello notare l’aderenza storica ma non pedante di Pezzin riguardo alla Mayflower, all’anno in cui ambienta la vicenda e sulla condizione dei padri pellegrini in fuga dall’Olanda. Inoltre sottolineo la scritta “fine dell’episodio” nell’ultima tavola, in luogo del classico e semplice “fine” che si troverà nelle prossime storie; innanzitutto fa molto “Tex”, e poi stava a indicare come questa era solo la prima storia di un ciclo che sarebbe continuato, anche se non subito nel numero successivo, mossa abile per suggerire una cosa non immediata forse ai lettori del 1994, che se vedevano una storia non conclusa si aspettavano la seconda parte la settimana successiva.
La partenza del ciclo è molto bella, vediamo Topolino I già con istinto da uomo d’investigazione e d’azione, inoltre nel suo lavoro di sarto ci vedo una citazione al cortometraggio animato “The brave little taylor”, dove Topolino recitava il ruolo del sarto ammazzasette contro un gigante.
Topolino e i Trafficanti di Boston

Grecia
; Brasile
Disegni: Massimo De Vita
Tavole: 35
“Topolino” # 1999 (20 marzo 1994)
Inducks
A brevissima distanza dal primo episodio, già abbiamo il secondo episodio della saga, probabilmente per fidelizzare il lettore e non fargli dimenticare del ciclo e dell’ambientazione.
Siamo nel 1716, qui vediamo all’opera il figlio del sarto del primo episodio, un Topolino II che ha ereditato l’azienda di famiglia ed è diventato commerciante di stoffe in America. Ma il suo commercio, come quello di molti suoi colleghi, è messo a rischio da un certo Lord Birban (probabilmente preso dalla parola “birbante”), che vende le sue stoffe a metà del prezzo che mettono tutti gli altri, Topolino II compreso. Ma come farà? Il nostro indaga, ma Gamboski, sgherro di Birban, cerca di metterlo a tacere, chiudendolo in un sacco e buttandolo in un fiume. Insomma, ha proprio cercato di eliminarlo! Si salva però grazie a fortuna e abilità, e con l’aiuto di Pipson, originale pescatore di alghe. Insieme a Pipson, Topolino II scoprirà che Lord Birban, in barba alle leggi inglesi che obbligano i coloni americani a rifornirsi di stoffe solo dall’Inghilterra pagando pesanti tasse, sfrutta poveri emigranti che sono stati ingannati da un contratto capestro a lavorare su telai illegali.
In un memorabile finale, con una buona zuffa tra il topo e Gamboski e l’esplosione del magazzino con i telai, i furfanti vengono arrestati, ma iniziano a esserci idee “rivoluzionari” e d’indipendenza nei coloni, stufi del fiato sul collo della madrepatria.
Un’altra storia coi fiocchi, ancora meglio della prima. Topolino II è stupendo (come carattere e come disegno di De Vita) sia quando è nelle vesti di commerciante sia quando indaga. Vederlo col codino è bellissimo.
Topolino e il Grande Cielo

Grecia
; Brasile
;
Germania
; Olanda 
Disegni: Massimo de Vita
Tavole: 40
“Topolino” # 2015 (12 luglio 1994)
Inducks
Il figlio del commerciante di Boston, Topolino III, che abbiamo visto ancora bambino in una manciata di vignette nella storia precedente con l’amico di scuola Beniamino Franklin, viene ingaggiato in virtù della sua abilità nel disegnare da una spedizione che voleva esplorare l’entroterra americano. Ma a causa di un incidente si perde, e decide di diventare un mountain-man e di sopravvivere nei boschi da solo. Ma incontra molte difficoltà (vediamo che Pezzin si diverte a inserire vignette lollose con Topolino III nei pasticci) prima di incontrare un vero mountain-man, Jean De Pippe, un Pippo fighissimo con tanto di baffettini. In questa saga, gli antenati di Pippo sono tutt’altro che sempliciotti o idioti di turno, questo anche nei primi due episodi, ma questo aspetto esplode del tutto qui, dove Jean si rivela essere un tipo tosto, che sa cavarsela in situazioni estreme e insegna a Topolino III a fare altrettanto.
Quando Jean si reca dagli indiani per la stagione degli scambi, Topolino III si innamora della figlia del capo, Minou Occhi di Cielo, ma per poterla sposare il nostro deve essere un grande guerriero. Dimostrerà quello che ha imparato dal suo mentore punendo Jambedebois, un bieco che vende sciocchezze agli indiani per un sacco di oro, e Faccia di Bronzo (ma lol!), indiano che ha tradito la tribù. E così potrà sposare Minou.
I motivi che mi hanno spinto a fare questo lavoro di analisi stanno anche in questo: Pezzin non si limita a mettere un diverso Topolino in ogni fase cruciale della storia americana, ma forgia attraverso gli antenati del nostro Mickey Mouse il carattere e le peculiarità che poi il Topolino attuale farà sue nelle sue avventure a fumetti. E’ questa l’attenzione al personaggio che dicevo nell’introduzione, e se nei primi episodi abbiamo avuto dei Topolino provetti investigatori spinti dalla curiosità, qui abbiamo un Topolino che riconosce i suoi limiti, che si fida di un maestro, che ha voglia di imparare e di mettere in pratica quello che ottimamente ha imparato. Inoltre è un animo nobile e romantico. La summa di Topolino.
De Vita ci mette del suo, come dicevo per Jean De Pippe ma anche per Topolino III, con un accenno di basette.
Intervista a George Washington

Grecia
; Brasile 
Disegni: Massimo De Vita
Tavole: 30
“Topolino” # 2025 (20 settembre 1994)
Inducks
Oh, addirittura una storia che non sente il bisogno di avere nel titolo il personaggio protagonista! Evento raro, prima dell’avvento di PK.
La storia è una delle mie preferite dell’intero ciclo, trattando un momento storico molto interessante e importante e mostrandoci il Topolino di turno nei panni di giornalista (se devo continuare coi parallelismi, come non vedere una citazione al Topolino giornalista di Gottfredson?): dato che quello di giornalista è il mestiere dei miei sogni, non posso che essere stato colpito dal calderone culturale che si vede vivere questo Topolino IV. Il figlio di Topolino III e di Minou decide di lasciare il campo indiano per recarsi in città, per la precisione da quel Beniamino Franklin amico d’infanzia del padre. Con una lettera di presentazione, Topolino IV può lavorare così nella Pennsylavania Gazette, giornale diretto proprio da Franklin, grande uomo di cultura che oltre a questo ruolo ricopre quello d scienziato e di membro del Congresso. Per apprendere il mestiere il nostro viene affiancato a Oliver Pipp, cronista del giornale, e dopo molti buoni pezzi di Topolino IV i due ottengono, grazie a Oliver, addirittura un’intervista con George Washington! All’epoca Washington era il capo dei rivoluzionari, di coloro cioè che volevano staccarsi dall’Inghilterra e diventare colonie indipendenti. All’inizio della storia viene anche ricordata la celebre rivolta del tè. Franklin e la Gazzetta appoggiano i rivoluzionari, e avere l’onore di intervistare il faro del movimento era una grande occasione. Che stava per sfumare per colpa di Jack Gambon, giornalista di un’altra redazione che è con gli inglesi e che dopo aver rapito e imprigionato i nostri due impavidi cronisti, cercava di compiere un attentato a Washington. Ma viene sventato in tempo da Oliver Pipp e da Topolino IV.
L’ultima tavola ci mostra come Franklin si sia fatto aiutare anche da Topolino IV e Oliver Pipp nella stesura di un importante documento, la Dichiarazione di Indipendenza. Siamo nel 1776.
Topolino e il Penultimo dei Mohicani
Brasile 
Disegni: Silvia Ziche
Tavole: 32
“Topolino” # 2055 (18 aprile 1995)
Inducks
Dopo svariati mesi, riprendono le storie di C’era una volta in America. Il cambio sensibile è nela grafica, dato che qui De Vita è sostituito dalla Ziche. Ma, di contro, non cambiano i protagonisti. Infatti per la prima volta nel ciclo in questa storia non agisce il figlio del precedente Topolino, ma lo stesso Topolino di Intervista a George Washington.
Topolino IV e Oliver Pipp vengono incaricati da un avvocato inglese di ritrovare una ragazza, scomparsa da piccola ma ora diventata ereditiera, che ora vive con gli indiani. I due cronisti riescono nell’impresa, ma la ragazza non vuole abbandonare la sua famiglia. I nostri riusciranno comunque ad aiutare l’ormai esigue tribù dei Mohicani a ritrovare l’attestato di proprietà di un pezzo di terreno, e anche se alla fine questo non risolve i guai della tribù, Topolino IV trova una soluzione. Oliver Pipp, intanto, si è innamorato della giovane ragazza, e resta a vivere con gli indiani.
L’unica cosa strana è un’incongruenza narrativa: quando il capo indiano riprende la memoria, chiama addirittura per nome la ragazza che i nostri amici cercavano. Ma se lo “smarrimento” dovuto alla botta in testa lui l’aveva subito prima ancora di parlare con lei, il suo nome era un’informazione che non avrebbe dovuto possedere. Ma poco male, la storia è interessate e godibilissima, e come ho già detto è bellissimi per me rivedere all’opera lo stesso antenato della storia precedente, specie perché è il giornalista!
I disegni della Ziche sono buoni: di certo siamo lontani dallo stile di de Vita, ma anche da quello della miglior Ziche con i Topi, che graficamente per me raggiunge l’apice con il Topokolossal e con Topolino e il genio nell’ombra. Ma a parte qualche primo piano che fa la faccia troppo squadrata a Topolino IV, se la cava egregiamente.
Il titolo della storia riprende chiaramente quello del famosissimo film L’ultimo dei Mohicani.
Topolino e la Bella del Fiume

Grecia
; Brasile 
Disegni: Massimo de Vita
Tavole: 32
“Topolino” # 2059 (16 maggio 1995)
Inducks
Ancora Topolino IV è il protagonista di questo nuovo capitolo della storia americana, e pochi numeri dopo la storia dei Mohicani. Con Oliver Pipp rimasto dagli indiani, il nostro decide di lasciare la Gazzetta di Franklin, e di vedere un altro pezzo di questo nuovo, grande continente. Arriva a Oak Ridge, a ovest dei Monti Allegany, dove incontra un buffo e stralunato inventore (essendo antenato di Pippo, poteva essere altrimenti? Direi che abbiamo scoperto da chi ha preso lo zio Sfrizzo), Geremia Pepper. Costui abita in un ranch con tanti bambini orfani che ha adottato, e con un ragazza più grande, la prima adottata, Menny. Tra i due nasce subito del tenero, e Topolino IV prende a cuore le sorti del ranch, di Pepper e dell’amata quando questi vengono minacciati dal bieco Gambson, che vuole la mano di Menny e ricatta Pepper rivolendo indietro tutti i soldi che gli ha prestato. Ma Topolino ha trovato una soluzione, raccogliere il cotone delle immense piantagioni di Pepper e venderlo. Ci riesce navigando sul fiume con una rudimentale nave a vapore, il cui motore è un’invenzione del geniale antenato pippide. Topolino IV ha trovato alfine una nuova sistemazione.
Niente da dire sui disegni di De Vita, tornato in forze alla saga. La parte iniziale, con l’atmosfera umida e piovosa è perfetta.
Topolino e la Battaglia di Alamo
Grecia
Disegni: Fabrizio Petrossi
Tavole: 33
“Topolino” # 2156 (25 marzo 1997)
Inducks
Quasi due anni dopo la storia della nave a vapore di Pepper, finalmente torna sulle pagine del Topo C’era una volta in America. Non mi è dato motivo di sapere il motivo per la lunga assenza della serie, ma l’importante è che sia tornata! Ai disegni non abbiamo, per la seconda volta, De Vita, ma ne parliamo dopo.
All’inizio della storia rivediamo il setting della precedente avventura, cioè il vecchio rach ormai diventato un cantiere a tutti gli effetti con grande uso del vapore come forza motore. Un altro segno degli anni che passano. Vediamo Topolino IV e Menny invecchiati (soprattutto Topolino IV, che ha la testa grigia), e il loro figliolo che vuole andarsene da quel posto, lontano dalla pece che lo fa star male e vuole vedere l’America, vuole l’avventura.
Il giovanissimo Topolino V vede lo spunto per vivere grandi avventure sentendo Pecos Pipp all’emporio, volontario dell’esercito del Texas che sta convincendo quanti più uomini a seguirlo per aiutare il generale Houston, che sta difendendo il Texas dall’attacco dei messicani, comandati dal terribile generale Santana. L’animo di Topolino V si infiamma, e mentendo ai suoi genitori si unisce a Pecos Pipp e agli altri volontari. Dopo alcune disavventure sul percorso, Topolino V e Pecos Pipp arrivano a Fort Alamo, ultima roccaforte dove il colonnello Travis ha deciso di resistere contro i messicani. Come fu nella realtà, nella storia vediamo che all’interno del forte oltre che Travis (nominato direttamente da Houston) c’erano Davy Corckett e Jim Bowie. Scopriamo infine che il temibile Santana è un antenato Gambadilegno. Travis decide di temporeggiare, fingere di pensare alla resa, tutto per prendere tempo per mettere in salvo donne e bambini e per dare tempo a Houston di racimolare uomini e forze. Alla fine nel forte restano solo uomini valorosi consci del fatto che probabilmente moriranno nella battaglia, tra cui Topolino V. Questi, tenendo conto del suo coraggio, viene mandato in missione speciale con Pecos Pipp a consegnare un dispaccio importante a Houston, peccato che si scoprirà essere solo una scusa per alontanre il ragazzo, troppo giovane per morire. Narra infatti la Storia che nessuno sopravvisse all’attacco dei messicani, che infatti non fecero prigionieri. L’ultima vignetta è un raro esempio di come in un fumetto Disney si accenni alla morte non di una persona ma di un buon numero di soldati in una strage, ma in modo comunque simbolico e adatto a tutte le età. Lo stratagemma di allontanare Topolino V era quindi necessario sia per non mostrare direttamente la strage, sia per far sopravvivere il protagonista. Siamo nel 1836, ma nel 1845 il Texas entrò a far parte degli Stati Uniti.
Insomma, è forse la storia più crudelmente realistica e aderente a un fatto storico della serie, finora. La cupezza che aleggia sul destino dei combattenti di Travis è palpabile, e per quanto non sia mai stato un estimatore dei disegni di questa storia, devo dire che forse sono adatti all’atmosfera inquietante e “pesante” dell’avventura. Tra l’altro disegni di una persona a me sconosciuta, e solo dando una rapida occhiata all’Inducks noto che questo Petrossi ha comunque all’attivo un po’ di lavoro. Poche storie per “Topolino”, in realtà, poche per “Minni”, ma molte copertina per "Topomistery" e molte proprio per “Minni”. Ma la sua fortuna non l’ha fatta in Italia, bensì come molti altri suoi colleghi (Rota, Ferraris, Fecchi…) ha disegnato un po’ di storie per il mercato della Egmont e per quello francese. Solo che non l’avevo mai sentito nominare come autore nostrano prestato all’estero, boh, forse proprio per la scarsa conoscenza che si ha di lui qui in Italia. Ha uno stile particolare in questa storia, quasi più da storyboard di cartone animato che da fumetto, non si può dire che la storia sia disegnata male ma la differenza con le altre storie disegnate da De Vita si notava e si nota. Comunque poteva andare molto peggio, in fondo è pur sempre una buona prova.
Tra l’altro in questa storia si introduce Topolino V, come abbiamo visto, che sarà il Topolino protagonista di più storie di tutta la serie, più ancora (e a mio parere anche con più importanza) del padre.

Una delle differenze tra il mondo di Paperopoli e il mondo di Topolinia è l’attenzione ai parenti, al passato e alla genealogia. Infatti di Paperino e Paperone, a parte i numerosissimi parenti che da Carl Barks a Romano Scarpa hanno popolato le storie paperopolesi, sappiamo molto del loro passato e dei loro antenati.
Penso sia inutile, ma completistico, citare la celeberrima Saga di Paperon de’ Paperoni (Life and Times of Scrooge McDuck) ad opera del cartoonist americano Don Rosa. Opera monumentale che si snoda in 12 capitoli, la Saga racconta dell’infanzia, della giovinezza e dell’entrata nell’età adulta (con conseguente inizio di ricchezza) di Paperone, basandosi sulle storie che di Paperone ha scritto Carl Barks, il suo creatore, che infatti spesso e volentieri inseriva nelle avventure che scriveva riferimenti a un mitico e avventuroso passato del suo personaggio più famoso.
Questo è il classico esempio di mega-storia in cui viene fatto ordine nella vita di un personaggio Disney, basandosi su un determinato tipo d fonti, e componendo qualcosa di immortale, una pietra miliare nella storia del fumetto in generale, rigorosa dal punto di vista storico e di verosimiglianza delle avventure descritte.
Ma non dimenticherei un altro tentavo di operazione del genere, antecedente alla Saga di qualche anno e ad opera di un italiano ai testi e due ai disegni. Sto parlando di Storia e Gloria della Dinastia dei Paperi. Scritta da Guido Martina e disegnata da Giovan Battista Carpi e da Romano Scarpa, la storia si snoda per 8 capitoli pubblicati al ritmo di uno alla settimana su “Topolino” nel 1970, dove il Professore esplorava il passato della famiglia dei Paperi, degli antenati cioè di Paperino e Paperone, riproponendo avi dalle stesse fattezze e dalle stesse caratteristiche dei nostri beniamini. A partire dall’antico Egitto passando per l’impero romano, per la Spagna del 1492, per la guerra di secessione americana fino ad arrivare alla corsa all’oro del Klondike sulla fine del 1800, dove per lo sceneggiatore italiano avrebbe vissuto e scavato oro il padre di Paperone, tale Paperon Papà, e dove sarebbe nato il Vecchio Cilindro.
Le incongruenze con la versione filologica che avrebbe fornito a inizio anni ’90 Don Rosa si sprecano, chiaramente, a partire proprio dalla nascita di Paperone in America e non in Scozia. Ma Martina non ha mai avuto obiettivi di filologia nelle sue storie, non stupisce quindi che la sua Storia e Gloria faccia a pugni con le storie di Barks o di altri, o spesso con quelle di Martina stesso. E dato che, sempre basandosi su Barks, Don Rosa ci mostra anche molti degli antenato scozzesi del clan de’ Paperoni, anche dal punto di vista genealogico (punto centrale di Storia e Gloria) le differenze sono tante.
Fatto sta che in Italia è rimasta nel cuore a molti, tanto che nel 2005 salta fuori un Capitolo II Bis ad opera di Alberto Savini e Andrea Freccero, e negli anni ’90 ha visto al luce una breve serie di storie (3, per la precisione) intitolata Paralipomeni della Dinastia dei Paperi, scritta da Giorgio Figus e disegnata da Valerio Held, che si proponeva di raccontare avventure che si frapponessero tra alcuni capitoli di Storia e Gloria.
Ma Topolino? Se dal punto di vista dei parenti (al contrario dell’amico Pippo) già scarseggia e perde rispetto ai Paperi – di lui conosciamo solo lo zio Balatrone e Tip & Tap, creati da Floyd Gottfredson, e zia Topolinda creata da Romano Scarpa… di Minni conosciamo il padre Marcus Mouse (Tognone) e la madre, e i nonni Marshall e Matilda Mouse, sempre grazie a Gottfredson – dal punto di vista della sua storia e degli antenati siamo messi ancora peggio.
Ora, se una sorta di biografia completa del personaggio chiaramente non ha senso di esistere (Topolino è ancora un “uomo” giovane, di certo senza il vissuto che aveva Paperone; inoltre Paperone esordisce già vecchio, mentre Topolino appare – potremmo dire – ragazzino nelle prime strisce di Gottfredson, quindi la sua vita è data dalle strisce di Gottfredson, dalle storie di Murry, di Romano Scarpa, di Mezzavilla, di Faraci e di Casty, che tutte insieme costituiscono la biografia ancora in corso d’opera del Topo), poteva invece essere interessante stabilire una sorta di genealogia per Topolino.
E’ il 1994 quando prende la palla al balzo lo sceneggiatore Giorgio Pezzin, che firma la storia “Topolino e il tesoro della Mayflower”, prima storia del ciclo che sarà noto come C’era una volta in America, riprendendo il titolo pari pari dal film omonimo di Sergio Leone del 1984.
L’intento di Pezzin sembra principalmente didattico, come in parte quello di Martina: attraverso queste storie lo sceneggiatore vuole ricostruire i principali eventi della storia americana, partendo dal presupposto (o costante) che “c’è sempre stato un Topolino testimone degli avvenimenti che hanno caratterizzato la nascita di quel grande paese”, citando la didascalia della prima tavola della prima storia del ciclo. Si parte dai primi coloni che dall’Inghilterra partono per arrivare nel Nuovo Continente, e si arriva al crollo della Borsa di Wall Street del 1929, nella quattordicesima e ultima storia.
L’obiettivo sembra quindi analogo davvero a quello di Martina, spesso autore di storie storico-educative e che con Storia e Gloria aveva colto la palla al balzo con il ciclo di storie nate per accompagnare le monete che erano allegate al settimanale Disney nel 1970. Ma se Martina lo fece collocando a caso location, antenati e nascita di uno dei protagonisti, Pezzin è più fedele anche a questi particolari; c’è da dire però che di dati contro cui cozzare ne aveva molto pochi, come detto poco più sopra, e anche come luoghi erano più facili da inquadrare. Insomma, Pezzin aveva licenza di far andare la fantasia a briglie sciolte, cosa che fa anche Martina ma senza licenza.
C’era una volta in America si pone quindi come la più riuscita (almeno per me) saga che Pezzin crea per “Topolino” (ricordo che con lo stesso sistema ha scritto I Signori della Galassia, Le Cronache della Frontiera, le Tops Stories, La Storia Vista da Topolino), per il rigore storico e per la presenza di vari Topolino, Pippo, Minni eccetera che riprendono i tratti somatici dei personaggi che conosciamo oggi, ma non sempre il carattere. Ne è venuto fuori un affresco spettacolare e stimolante verso la storia del continente americano, in cui c’è comunque attenzione al personaggio di Topolino e agli altri suoi comprimari, creando quella che io considero la genealogia ufficiale, la galleria degli antenati vera per Mickey Mouse, perché ben fatta e perché l’unica così ben impostata.
E’ quindi la risposta del mondo dei Topi a Storia e Gloria, accomunata con essa per l’interesse agli antenati anche se Pezzin lo fa con cura maggiore, ma con l’interesse ai personaggi che mette Don Rosa nella sua Life and Times.
Ai disegni abbiamo un grande Maestro Disney, spesso al fianco di Pezzin, vale a dire Massimo De Vita, che dà il meglio di sé in ogni storia. Le uniche due che non sono di de Vita sono disegnate da Silvia Ziche e da Fabrizio Petrossi. Dico subito qui, per non ripetermi in 12 analisi differenti, che i disegni di De Vita sono fantastici. A cavallo tra la prima e la seconda metà degli anni ’90 infatti Massimo e al “massimo” (mamma mia…) della sua bravura e realizza dei disegni meravigliosi, il suoi Topolino sono perfetti nelle posture, nelle espressioni, nei piccoli particolari che possono distinguerli dal Topolino attuale, nei costumi d’epoca che riescono ad essere credibili per gli anni in cui sono calati, negli sfondi… Insomma, impagabile. Se avrò qualche appunto particolare, lo farò direttamente nell’analisi della storia in particolare. Stessa cosa per i commenti degli altri due.
Chiudo con una (tristemente nota) curiosità: nel settembre del 2001 esce un Vattelapesca intitolato Storie d’America (Superdisney # 22) che ristampata le storie di questo ciclo. Peccato che le ristampi tutte eccetto tre: le due non disegnate da De Vita e una fondamentale per la continuity della serie. Non esiste quindi un volume che ristampi tutta la saga completa, e sarebbe auspicabile che la nuova testata per collezionisti Tesori Disney si desse una svegliata, non continuasse a ristagnare in cose che non c’entrano niente col suo intento o saghe già recentemente ristampate complete in volume e dedicasse un’uscita (o due, se le pagine sono troppe) a questo gioiello. Comunque la bellissima copertina realizzata appositamente da Massimo de Vita per questa raccolta farlocca campeggia qui sopra come immagine simbolica per l’intera serie.
Legenda: per ogni storia è indicato il disegnatore (anche se è quasi sempre lo stesso, come già detto), il numero di tavole totali d cui è composta, il numero di “Topolino” su cui ha esordito, il link alla pagina Inducks, la prima tavola della storia e, se esiste, la copertina di una pubblicazione che l’ha dedicata alla storia in questione. Dato che in Italia, a parte la copertina di Storie d’America, non esiste nessuna copertina che faccia riferimento a una qualsiasi storia del ciclo pezziniano, approfitterò per mostrare un po’ di copertine di albi Disney stranieri che invece si sono presi il disturbo, pubblicando le storie di C’era una volta in America, di farci una bella (più meno) copertina. Siamo soprattutto dalle parti del Brasile e della Grecia, ma non solo, e ho pensato che fosse una bella idea dare un aspetto internazionale alla mia analisi, per mostrare copertine che qui in Italia non conosciamo (di giornali che qui in Italia non conosciamo) e per ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, di come il nostro fumetto Disney è esportato nel mondo.
Topolino e il Tesoro della Mayflower
Grecia
; Spagna 
Disegni: Massimo De Vita
Tavole: 34
“Topolino” # 1996 (27 febbraio 1994)
Inducks
Questa prima storia non si svolge in America, ma in Inghilterra, a Southampton per la precisione, nell’autunno del 1620. Qui troviamo una giovane Minni, figlia di una locandiera, e un Topolino sarto. Le radici genealogiche della famiglia di Topolino, dunque, secondo Pezzin affondano proprio qui.
Questo Topolino, che chiamerò Topolino I per distinguerlo da quelli futuri, nel ricucire la manica di una giacca trova il piano di una rapina. Decide di comunicarlo al capo dei gendarmi, ma questi lo incastra facendo ricadere la colpa della rapina sul povero Topolino I. Ovviamente il ladro è un antenato di Gambadilegno, ma il nostro eroe riesce a fuggire dalla prigione con l’aiuto di Geremia Pipper, e a dimostrare la propria innocenza pressi i padri pellegrini che erano stati le vittime della rapina. Questi, in cambio del favore, propongono a lui e a Minni (oltre che a Pipper, che si aggiungerà) di partire con loro a bordo della Mayflower, nave diretta in America, dove potranno ricostruirsi una vita. I nostri accettano, la stirpe della famiglia di Topolino è destinata quindi a continuare nel Nuovo Mondo, come quella della famiglia di Pippo e di Gambadilegno, che viene deportato nelle colonie penali in America.
E’ bello notare l’aderenza storica ma non pedante di Pezzin riguardo alla Mayflower, all’anno in cui ambienta la vicenda e sulla condizione dei padri pellegrini in fuga dall’Olanda. Inoltre sottolineo la scritta “fine dell’episodio” nell’ultima tavola, in luogo del classico e semplice “fine” che si troverà nelle prossime storie; innanzitutto fa molto “Tex”, e poi stava a indicare come questa era solo la prima storia di un ciclo che sarebbe continuato, anche se non subito nel numero successivo, mossa abile per suggerire una cosa non immediata forse ai lettori del 1994, che se vedevano una storia non conclusa si aspettavano la seconda parte la settimana successiva.
La partenza del ciclo è molto bella, vediamo Topolino I già con istinto da uomo d’investigazione e d’azione, inoltre nel suo lavoro di sarto ci vedo una citazione al cortometraggio animato “The brave little taylor”, dove Topolino recitava il ruolo del sarto ammazzasette contro un gigante.
Topolino e i Trafficanti di Boston

Grecia
; Brasile
Disegni: Massimo De Vita
Tavole: 35
“Topolino” # 1999 (20 marzo 1994)
Inducks
A brevissima distanza dal primo episodio, già abbiamo il secondo episodio della saga, probabilmente per fidelizzare il lettore e non fargli dimenticare del ciclo e dell’ambientazione.
Siamo nel 1716, qui vediamo all’opera il figlio del sarto del primo episodio, un Topolino II che ha ereditato l’azienda di famiglia ed è diventato commerciante di stoffe in America. Ma il suo commercio, come quello di molti suoi colleghi, è messo a rischio da un certo Lord Birban (probabilmente preso dalla parola “birbante”), che vende le sue stoffe a metà del prezzo che mettono tutti gli altri, Topolino II compreso. Ma come farà? Il nostro indaga, ma Gamboski, sgherro di Birban, cerca di metterlo a tacere, chiudendolo in un sacco e buttandolo in un fiume. Insomma, ha proprio cercato di eliminarlo! Si salva però grazie a fortuna e abilità, e con l’aiuto di Pipson, originale pescatore di alghe. Insieme a Pipson, Topolino II scoprirà che Lord Birban, in barba alle leggi inglesi che obbligano i coloni americani a rifornirsi di stoffe solo dall’Inghilterra pagando pesanti tasse, sfrutta poveri emigranti che sono stati ingannati da un contratto capestro a lavorare su telai illegali.
In un memorabile finale, con una buona zuffa tra il topo e Gamboski e l’esplosione del magazzino con i telai, i furfanti vengono arrestati, ma iniziano a esserci idee “rivoluzionari” e d’indipendenza nei coloni, stufi del fiato sul collo della madrepatria.
Un’altra storia coi fiocchi, ancora meglio della prima. Topolino II è stupendo (come carattere e come disegno di De Vita) sia quando è nelle vesti di commerciante sia quando indaga. Vederlo col codino è bellissimo.
Topolino e il Grande Cielo

Grecia
; Brasile
; Germania
; Olanda 
Disegni: Massimo de Vita
Tavole: 40
“Topolino” # 2015 (12 luglio 1994)
Inducks
Il figlio del commerciante di Boston, Topolino III, che abbiamo visto ancora bambino in una manciata di vignette nella storia precedente con l’amico di scuola Beniamino Franklin, viene ingaggiato in virtù della sua abilità nel disegnare da una spedizione che voleva esplorare l’entroterra americano. Ma a causa di un incidente si perde, e decide di diventare un mountain-man e di sopravvivere nei boschi da solo. Ma incontra molte difficoltà (vediamo che Pezzin si diverte a inserire vignette lollose con Topolino III nei pasticci) prima di incontrare un vero mountain-man, Jean De Pippe, un Pippo fighissimo con tanto di baffettini. In questa saga, gli antenati di Pippo sono tutt’altro che sempliciotti o idioti di turno, questo anche nei primi due episodi, ma questo aspetto esplode del tutto qui, dove Jean si rivela essere un tipo tosto, che sa cavarsela in situazioni estreme e insegna a Topolino III a fare altrettanto.
Quando Jean si reca dagli indiani per la stagione degli scambi, Topolino III si innamora della figlia del capo, Minou Occhi di Cielo, ma per poterla sposare il nostro deve essere un grande guerriero. Dimostrerà quello che ha imparato dal suo mentore punendo Jambedebois, un bieco che vende sciocchezze agli indiani per un sacco di oro, e Faccia di Bronzo (ma lol!), indiano che ha tradito la tribù. E così potrà sposare Minou.
I motivi che mi hanno spinto a fare questo lavoro di analisi stanno anche in questo: Pezzin non si limita a mettere un diverso Topolino in ogni fase cruciale della storia americana, ma forgia attraverso gli antenati del nostro Mickey Mouse il carattere e le peculiarità che poi il Topolino attuale farà sue nelle sue avventure a fumetti. E’ questa l’attenzione al personaggio che dicevo nell’introduzione, e se nei primi episodi abbiamo avuto dei Topolino provetti investigatori spinti dalla curiosità, qui abbiamo un Topolino che riconosce i suoi limiti, che si fida di un maestro, che ha voglia di imparare e di mettere in pratica quello che ottimamente ha imparato. Inoltre è un animo nobile e romantico. La summa di Topolino.
De Vita ci mette del suo, come dicevo per Jean De Pippe ma anche per Topolino III, con un accenno di basette.
Intervista a George Washington

Grecia
; Brasile 
Disegni: Massimo De Vita
Tavole: 30
“Topolino” # 2025 (20 settembre 1994)
Inducks
Oh, addirittura una storia che non sente il bisogno di avere nel titolo il personaggio protagonista! Evento raro, prima dell’avvento di PK.
La storia è una delle mie preferite dell’intero ciclo, trattando un momento storico molto interessante e importante e mostrandoci il Topolino di turno nei panni di giornalista (se devo continuare coi parallelismi, come non vedere una citazione al Topolino giornalista di Gottfredson?): dato che quello di giornalista è il mestiere dei miei sogni, non posso che essere stato colpito dal calderone culturale che si vede vivere questo Topolino IV. Il figlio di Topolino III e di Minou decide di lasciare il campo indiano per recarsi in città, per la precisione da quel Beniamino Franklin amico d’infanzia del padre. Con una lettera di presentazione, Topolino IV può lavorare così nella Pennsylavania Gazette, giornale diretto proprio da Franklin, grande uomo di cultura che oltre a questo ruolo ricopre quello d scienziato e di membro del Congresso. Per apprendere il mestiere il nostro viene affiancato a Oliver Pipp, cronista del giornale, e dopo molti buoni pezzi di Topolino IV i due ottengono, grazie a Oliver, addirittura un’intervista con George Washington! All’epoca Washington era il capo dei rivoluzionari, di coloro cioè che volevano staccarsi dall’Inghilterra e diventare colonie indipendenti. All’inizio della storia viene anche ricordata la celebre rivolta del tè. Franklin e la Gazzetta appoggiano i rivoluzionari, e avere l’onore di intervistare il faro del movimento era una grande occasione. Che stava per sfumare per colpa di Jack Gambon, giornalista di un’altra redazione che è con gli inglesi e che dopo aver rapito e imprigionato i nostri due impavidi cronisti, cercava di compiere un attentato a Washington. Ma viene sventato in tempo da Oliver Pipp e da Topolino IV.
L’ultima tavola ci mostra come Franklin si sia fatto aiutare anche da Topolino IV e Oliver Pipp nella stesura di un importante documento, la Dichiarazione di Indipendenza. Siamo nel 1776.
Topolino e il Penultimo dei Mohicani
Brasile 
Disegni: Silvia Ziche
Tavole: 32
“Topolino” # 2055 (18 aprile 1995)
Inducks
Dopo svariati mesi, riprendono le storie di C’era una volta in America. Il cambio sensibile è nela grafica, dato che qui De Vita è sostituito dalla Ziche. Ma, di contro, non cambiano i protagonisti. Infatti per la prima volta nel ciclo in questa storia non agisce il figlio del precedente Topolino, ma lo stesso Topolino di Intervista a George Washington.
Topolino IV e Oliver Pipp vengono incaricati da un avvocato inglese di ritrovare una ragazza, scomparsa da piccola ma ora diventata ereditiera, che ora vive con gli indiani. I due cronisti riescono nell’impresa, ma la ragazza non vuole abbandonare la sua famiglia. I nostri riusciranno comunque ad aiutare l’ormai esigue tribù dei Mohicani a ritrovare l’attestato di proprietà di un pezzo di terreno, e anche se alla fine questo non risolve i guai della tribù, Topolino IV trova una soluzione. Oliver Pipp, intanto, si è innamorato della giovane ragazza, e resta a vivere con gli indiani.
L’unica cosa strana è un’incongruenza narrativa: quando il capo indiano riprende la memoria, chiama addirittura per nome la ragazza che i nostri amici cercavano. Ma se lo “smarrimento” dovuto alla botta in testa lui l’aveva subito prima ancora di parlare con lei, il suo nome era un’informazione che non avrebbe dovuto possedere. Ma poco male, la storia è interessate e godibilissima, e come ho già detto è bellissimi per me rivedere all’opera lo stesso antenato della storia precedente, specie perché è il giornalista!
I disegni della Ziche sono buoni: di certo siamo lontani dallo stile di de Vita, ma anche da quello della miglior Ziche con i Topi, che graficamente per me raggiunge l’apice con il Topokolossal e con Topolino e il genio nell’ombra. Ma a parte qualche primo piano che fa la faccia troppo squadrata a Topolino IV, se la cava egregiamente.
Il titolo della storia riprende chiaramente quello del famosissimo film L’ultimo dei Mohicani.
Topolino e la Bella del Fiume

Grecia
; Brasile 
Disegni: Massimo de Vita
Tavole: 32
“Topolino” # 2059 (16 maggio 1995)
Inducks
Ancora Topolino IV è il protagonista di questo nuovo capitolo della storia americana, e pochi numeri dopo la storia dei Mohicani. Con Oliver Pipp rimasto dagli indiani, il nostro decide di lasciare la Gazzetta di Franklin, e di vedere un altro pezzo di questo nuovo, grande continente. Arriva a Oak Ridge, a ovest dei Monti Allegany, dove incontra un buffo e stralunato inventore (essendo antenato di Pippo, poteva essere altrimenti? Direi che abbiamo scoperto da chi ha preso lo zio Sfrizzo), Geremia Pepper. Costui abita in un ranch con tanti bambini orfani che ha adottato, e con un ragazza più grande, la prima adottata, Menny. Tra i due nasce subito del tenero, e Topolino IV prende a cuore le sorti del ranch, di Pepper e dell’amata quando questi vengono minacciati dal bieco Gambson, che vuole la mano di Menny e ricatta Pepper rivolendo indietro tutti i soldi che gli ha prestato. Ma Topolino ha trovato una soluzione, raccogliere il cotone delle immense piantagioni di Pepper e venderlo. Ci riesce navigando sul fiume con una rudimentale nave a vapore, il cui motore è un’invenzione del geniale antenato pippide. Topolino IV ha trovato alfine una nuova sistemazione.
Niente da dire sui disegni di De Vita, tornato in forze alla saga. La parte iniziale, con l’atmosfera umida e piovosa è perfetta.
Topolino e la Battaglia di Alamo
Grecia
Disegni: Fabrizio Petrossi
Tavole: 33
“Topolino” # 2156 (25 marzo 1997)
Inducks
Quasi due anni dopo la storia della nave a vapore di Pepper, finalmente torna sulle pagine del Topo C’era una volta in America. Non mi è dato motivo di sapere il motivo per la lunga assenza della serie, ma l’importante è che sia tornata! Ai disegni non abbiamo, per la seconda volta, De Vita, ma ne parliamo dopo.
All’inizio della storia rivediamo il setting della precedente avventura, cioè il vecchio rach ormai diventato un cantiere a tutti gli effetti con grande uso del vapore come forza motore. Un altro segno degli anni che passano. Vediamo Topolino IV e Menny invecchiati (soprattutto Topolino IV, che ha la testa grigia), e il loro figliolo che vuole andarsene da quel posto, lontano dalla pece che lo fa star male e vuole vedere l’America, vuole l’avventura.
Il giovanissimo Topolino V vede lo spunto per vivere grandi avventure sentendo Pecos Pipp all’emporio, volontario dell’esercito del Texas che sta convincendo quanti più uomini a seguirlo per aiutare il generale Houston, che sta difendendo il Texas dall’attacco dei messicani, comandati dal terribile generale Santana. L’animo di Topolino V si infiamma, e mentendo ai suoi genitori si unisce a Pecos Pipp e agli altri volontari. Dopo alcune disavventure sul percorso, Topolino V e Pecos Pipp arrivano a Fort Alamo, ultima roccaforte dove il colonnello Travis ha deciso di resistere contro i messicani. Come fu nella realtà, nella storia vediamo che all’interno del forte oltre che Travis (nominato direttamente da Houston) c’erano Davy Corckett e Jim Bowie. Scopriamo infine che il temibile Santana è un antenato Gambadilegno. Travis decide di temporeggiare, fingere di pensare alla resa, tutto per prendere tempo per mettere in salvo donne e bambini e per dare tempo a Houston di racimolare uomini e forze. Alla fine nel forte restano solo uomini valorosi consci del fatto che probabilmente moriranno nella battaglia, tra cui Topolino V. Questi, tenendo conto del suo coraggio, viene mandato in missione speciale con Pecos Pipp a consegnare un dispaccio importante a Houston, peccato che si scoprirà essere solo una scusa per alontanre il ragazzo, troppo giovane per morire. Narra infatti la Storia che nessuno sopravvisse all’attacco dei messicani, che infatti non fecero prigionieri. L’ultima vignetta è un raro esempio di come in un fumetto Disney si accenni alla morte non di una persona ma di un buon numero di soldati in una strage, ma in modo comunque simbolico e adatto a tutte le età. Lo stratagemma di allontanare Topolino V era quindi necessario sia per non mostrare direttamente la strage, sia per far sopravvivere il protagonista. Siamo nel 1836, ma nel 1845 il Texas entrò a far parte degli Stati Uniti.
Insomma, è forse la storia più crudelmente realistica e aderente a un fatto storico della serie, finora. La cupezza che aleggia sul destino dei combattenti di Travis è palpabile, e per quanto non sia mai stato un estimatore dei disegni di questa storia, devo dire che forse sono adatti all’atmosfera inquietante e “pesante” dell’avventura. Tra l’altro disegni di una persona a me sconosciuta, e solo dando una rapida occhiata all’Inducks noto che questo Petrossi ha comunque all’attivo un po’ di lavoro. Poche storie per “Topolino”, in realtà, poche per “Minni”, ma molte copertina per "Topomistery" e molte proprio per “Minni”. Ma la sua fortuna non l’ha fatta in Italia, bensì come molti altri suoi colleghi (Rota, Ferraris, Fecchi…) ha disegnato un po’ di storie per il mercato della Egmont e per quello francese. Solo che non l’avevo mai sentito nominare come autore nostrano prestato all’estero, boh, forse proprio per la scarsa conoscenza che si ha di lui qui in Italia. Ha uno stile particolare in questa storia, quasi più da storyboard di cartone animato che da fumetto, non si può dire che la storia sia disegnata male ma la differenza con le altre storie disegnate da De Vita si notava e si nota. Comunque poteva andare molto peggio, in fondo è pur sempre una buona prova.
Tra l’altro in questa storia si introduce Topolino V, come abbiamo visto, che sarà il Topolino protagonista di più storie di tutta la serie, più ancora (e a mio parere anche con più importanza) del padre.






