Inviato: sabato 17 maggio 2008, 13:47

Negli anni '60 in Giappone va in onda la serie animata Mach GoGoGo, tratta dall'omonimo manga di corse automobilistiche; l'opening si concludeva con una breve inquadratura in cui la telecamera ruota attorno al pilota che salta fuori dalla macchina. E' uno dei primi casi di quella tecnica che prenderà il nome di bullet time, che i fratelli Wachoski inseriranno in Matrix; per dirigere il primo film successivo alla trilogia di Neo, la coppia di registi tornerà sulla serie animata che li aveva appassionati tanto, adattandola per il grande schermo.
Speed Racer è un 18enne col talento per le corse automobilistiche, di cui è appassionato fin dall'infanzia; il suo sogno è quello di vincere il rally di Casa Cristo, dove il fratello Rex Racer perse la vita anni prima. Un giorno il padrone delle Royalton Industries fa una ingente offerta in denaro per ottenere Speed, ma il ragazzo preferisce correre con la scuderia della sua famiglia. Da allora le gare saranno ancor più difficili per Speed, ostacolato senza alcuni scrupoli dai suoi avversari.
Dopo una trilogia di culto con risvolti filosofici caratterizzata da atmosfere asettiche e tinte dark, nessuno si sarebbe aspettato un film per famiglie portato sullo schermo con un vero e proprio caleidoscopio di colori.
Speed Racer è stato completamente girato in green screen, tecnica già utilizzata in ogni scena per girare altri film che volevano restituire una fotografia particolare: i vecchi film di fantascienza in Sky Captain and the World of Tomorrow, oppure i disegni di Frank Miller in Sin City e 300. Speed Racer cerca di trasporre la sensazione di guardarre un cartone animato giapponese, e ci riesce, anche se solo in parte. I colori pastello, gli abiti, gli edifici e i veicoli sembrano usciti direttamente dall'anime anni '60, e alcuni effetti sono prelevati direttamente dall'animazione giapponese, come i fondali che si riempiono di cuoricini o di linee cinetiche, idea ben realizzata quando avrebbe potuto facilmente apparire eccessiva. Sono i colori in certi punti a risultare troppo forti, sembra quasi di guardare le sequenze psichedeliche di Austin Powers, e dopo due ore arriva addirittura ad affaticare l'occhio; a questo si aggiungono le scene di corsa, talmente ricche di elementi da diventare caotiche (un po' come accadeva in Transformers), ed essendo un film incentrato su gare automobilistiche, non è proprio l'ideale. Peccato anche per lo scarso utilizzo dei numerosi accessori dell'automobile, in pieno stile Wacky Races, le quali avrebbero probabilmente potuto attenuare la sensazione di ripetitività che si ha nel corso delle gare, ognuna simile alla precedente. Siamo comunque a tutti gli effetti davanti a un iper-videogioco: la prima gara è addirittura uno scontro tra Speed è il "ghost racer" (in tutti i sensi) che detiene il record del tracciato, opzione presente in molti videogame.
Dal punto di vista tecnico, la sequenza che più mi ha stupito è una lotta a suon di arti marziali, nella quale tutti i movimenti, soprattutto pugni e calci, sono sottolineati da linee cinetiche che accompagnano il movimento dell'arto, esattamente come avviene in una vignetta di un manga di combattimenti; forse i Wachoski sono destinati a girare scene di lotta, ma il fatto che un combattimento sia il momento migliore di un film di corse automobilistiche non è un buon sintomo. Comunque l'innovazione è elevata, sia dal punto di vista visivo che narrativo, e lo si evince fin dai primi minuti: un intricato susseguirsi di scene presenti e flashback, che per essere compresi richiedono un'abilità nel comprendere il linguaggio cinematografico che è caratteristica del pubblico odierno, abituato a una narrazione più rapida e frenetica, che narra più linee temporali con passaggi rapidi dall'una all'altra. La stessa complessità si ha anche nelle inquadrature, costruite su più livelli con elementi che compaiono a differenti profondità, spesso addirittura ripresi singolarmente per ripercorrere il processo con il quale si realizzano gli anime, con i personaggi e gli elementi sovrapposti allo sfondo. Un altro accorgimento stilistico che compare più volte nel corso del film sono le transizioni a tendina da una scena all'altra, che sono effettuate facendo comparire un primo piano di un personaggio che "copre" lo schermo da un margine all'altro mentre si cambia la scena: l'accorgimento, inizialmente suggestivo, viene utilizzato veramente TROPPE volte, al punto che a metà film già non lo si sopporta più.
Il cast, pur essendo un gruppo di marionette inserite in un enorme giocattolone, riesce attraverso una monotematicità recitativa a emulare le semplificazioni tematiche degli anime anni '60: Emile Hirsch (il protagonista di Into the Wild) è Speed Racer, John Goodman e Susan Sarandon sono gli affettuosi genitori, Matthew Fox (il Jack di LOST) è il misterioso pilota Racer X, e Christina Ricci è Trixie, la fidanzata di Speed Racer, che più di chiunque altro sembra essere uscita da un cartone animato giapponese, con enormi occhioni e abiti fashion che farebbero impazzire anche Hello Kitty. Ho trovato piacevole la comparsa, nei panni di un corridore rivale durante il rally di Casa Cristo, dell'attore che interpretava l'aiutante traditore ne La Mummia. Unica pecca del cast a mio parere sono il bambino e la scimmia: personalmente li ho trovati odiosi, con continui e ripetuti ammiccamenti e gag al pubblico che non mi facevano ridere, e avrei abolito volentieri le insopportabili sequenze in cui fanno capolino, anche se forse non hanno lo stesso effetto sul pubblico più giovane...
La pellicola poteva benissimo durare mezz'ora in meno: nella prima metà la trama è piuttosto lenta, e visto che le corse sono così caotiche, se ne sarebbe potuta tagliare almeno una, anche se essendo l'intrattenimento principale del film, capisco come gli autori non abbiano volute escludere. Proseguendo c'è qualche colpo di scena in più e anche qualche riflessione interessante, trasmettendo addirittura un messaggio "ribelle" riconducibile a V for Vendetta, anche se qui presentato in maniera molto più Pop, destinato ai bambini; la morale anti-capitalista, per quanto intelligente, non è sufficiente però a salvare un film riuscito a metà.
Alle musiche troviamo un buon Micheal Giacchino, che riesce a creare un fluido mix tra retrò e futuristico (esattamente come fanno i Wachoski visivamente per tutto il film); consiglio vivamente di rimanere durante i titoli di coda ad ascoltare il meraviglioso "remake" della sigla originale della serie animata.
Insomma, un film che attira gli spettatori unicamente con gli effetti speciali, e oltre a quelli offre ben poco; si sarebbero anche potuti usare meglio, ma se siete riusciti a vedere Cloverfield senza soffrire il mal di mare, allora andate pure a vedere la nuova frontiera del cinema d'azione. Di
E poi ho la sensazione che *forse* con una successiva visione potrei rivalutarlo; in fondo anche Matrix al primo colpo non mi piacque...
La devono aver pensata come me molte altre persone, negli USA e in Italia, dato che il film nel primo week-end non è riuscito a superare gli incassi di Iron Man, uscito la settimana prima. Floppone? Genio incompreso? Cattive strategie promozionali? Mah, staremo a vedere.