Ovviamente tutto ciò è SPOILER

Ed è finalmente finita la Saga, e giunto fino a noi italioti questo settimo libro, che i media e alcuni pessimi soggetti hanno già avuto modo di spoilerarci per bene, e, no, niente lezioni e M.A.G.O., stavolta il menu ha da offrire un sacco di bei viaggetti a Grimmauld Place, al ministero, a Godric's Hollow e alla Gringott, con tanto campeggio e una valanga di punti morti, che hanno però il pregio di rendere realistico il vagare senza meta di tre pischelli a cui è stato affidato un compito più grande di loro. Come anticipato dall'epilogo del Principe Mezzosangue, il terzetto infatti non torna ad Hogwarts, ma preferisce avventurarsi alla ricerca degli Horcrux mancanti, mentre sullo sfondo gli eventi politici precipitano, mostrandoci un Voldemort che tacitamente prende possesso del ministero e instaura una dittatura. Hogwarts sarà comunque il teatro ultimo della resa dei conti, ma per gran parte del libro saranno altri i posti visitati, come a volerci far dare un ultimo sguardo ai luoghi che durante tutta la saga abbiamo avuto modo di incontrare. Prima di questa decisa svolta si hanno però le solite consuete tappe che da sette libri a questa parte siamo abituati a veder compiersi, sia pur in modi diversi: ecco quindi, dopo un incipit a Villa Malfoy con protagonisti i Mangiamorte, le consuete fasi a Privet Drive e alla Tana. Nel primo dei due luoghi si assiste al congedo dell'autrice dai Dursley che non vengono considerati degni di chissà quale redenzione e ovviamente non vengono minimamente coinvolti più tardi durante la battaglia finale. In particolare il disprezzo per zio Vernon è evidente, è un personaggio assolutamente arido, ottuso e odioso, e non c'è bisogno di spenderci più di un paio di parole, mentre con zia Petunia e specialmente Dudley, la Rowling è più tenera. Petunia ci viene dipinta come una figura più complessa, il cui rifiuto per il mondo magico, come scopriremo alla fine, è dato solo ed esclusivamente dal rancore di esserne stata esclusa da bimba. E se lei malgrado gli sforzi non riesce a rivolgere la parola ad Harry per augurargli buona fortuna, perchè è ormai dannata, ci riesce invece Dudley che per un attimo prova goffamente a ringraziarlo per avergli a suo tempo salvato la vita. Un congedo che potrebbe sembrare sbrigativo nei confronti dei tre personaggi con cui si era aperta la saga, ma che a ben pensarci non poteva essere che così: la mediocrità di ognuno di loro tre viene spiegata in modo diverso, fornendo un accenno di redenzione solo nel rampollo, accenno che se sviluppato ulteriormente avrebbe potuto addirittura risultarci poco credibile. E poi si passa ad altro, perchè dopo la consueta fase alla Tana, forse quella con meno mordente, e il matrimonio di Bill e Fleur, sono ben altri i grattacapi di Harry: dover vagare in cerca degli Horcrux senza alcun supporto se non quello dei suoi due amici, prendendo una cantonata dopo l'altra e finendo per mettere in bella mostra i tarli della loro giovane età, e se questo non bastasse, cercare di decifrare le ultime volontà del suo mentore, la cui figura viene esposta allo sparla sparla generale, arricchendosi di ombre, debolezze e quindi di una considerevole dose di umanità. Proprio questa sottotrama di Silente e della sua disastrata famiglia ricorrerà insistentemente attraverso tutto il libro, mostrandoci il punto di vista di un bel po' di personaggi, dalla scandalistica malevolenza della Skeeter all'esaltazione quasi gratuita del buon vecchio Elhpias Doge, passando dal punto di vista amaro e disincantato del fratello Aberforth, sorta di personaggio rivelazione di questo settimo libro. E sarà proprio al termine di questo vagare quasi a vuoto, quando Harry si troverà a compiere la scelta che determinerà la conclusione della sua Saga che, a sorpresa e a scapito dei precedenti proclami, ci verrà riproposto in un limbo tra la vita e la morte, l'ultimo grande dialogo tra Harry e il suo mentore, restituendoci così una dolce e rassicurante consuetudine che temevamo sarebbe dovuta andar persa. Da lì emergerà a sorpresa il significato dell'intera opera: una riflessione sulla morte, sui molteplici modi di allontanarla da noi, e sulla serena accettazione di essa, unico vero metodo per impadronirsene, alla faccia degli orridi Horcrux e dei vacui Hallows. Vengono così collocati finalmente pure i Doni della Morte, quei tre oggetti introdotti solo adesso e che fin'ora avevano solo reso ridondante la ben nota ricerca degli Horcrux. Collocati nella dicotomia tra modo sbagliato e modo (apparentemente) giusto di allontanare la morte, acquistano così finalmente un senso e preludono a quello che sarà l'ultimo ingegnoso, benché macchinoso, colpo di scena finale.
E a proposito dei colpi di scena va detta una cosa: ci sono e sono pure belli. Il problema è che erano stati più o meno previsti quasi tutti, in questi due anni. Il principe Mezzosangue aveva infatti introdotto fior fior di enigmi, che con un po' di logica avrebbero potuto esser risolti tutti anzitempo. Il problema è che questo stimolo è stato preso alla lettera dai fan più accaniti e dai siti specializzati ed ecco quindi che a furia di ipotizzare e imbroccare, si è del tutto persa la portata di rivelazioni quali l'identità di R.A.B., il fatto che Harry sia un Horcrux, o peggio ancora, l'indiscussa fedeltà di Piton a Silente, e il loro omicidio concordato. Insomma a farne le spese è soprattutto il povero Severus, protagonista di una sorta di capitolo epifanico che ne ripercorre nel pensatoio l'intera storia rivelando i motivi alla base di ogni sua azione, rivalutandone parzialmente l'operato. Uno dei capitoli migliori dell'intero tomo che proprio a causa di questo voler a tutti i costi bruciare le tappe da parte di noi fan, non potrà mai essere goduto appieno.
E infine due parole vanno spese per la battaglia che era logico intuire dovesse svolgersi ad Hogwarts e che presenta un dispiego di mezzi e personaggi fuori dal comune. Sembra quasi che dopo la carrellata di setting già conosciuti la Rowling abbia voluto dare un ruolo ad ogni minimo personaggio mai apparso, scivolando persino nella ridondanza. E infatti sembra che abbia voluto inserire proprio tutti, ad eccezione di Mirtilla Malcontenta, di Madame Maxime e di Gilderoy Allock. Un grande cast che ha permesso di far in modo che a trovarsi nello stesso luogo fossero un sacco di personaggi a cui è poi toccata la morte, nell'ecatombe generale che aveva promesso da anni a questa parte. La sanguinaria Rowling non risparmia personaggi minori come Colin Canon e sembra voler provare un piacere perverso nel dividere coppie come Fred e George o Tiger e Goyle. L'unica coppia non divisa, ma che è stata consegnata per intero alla morte, sono Lupin e Tonks, e la cosa ci può anche stare visto che con la morte di Lupin, e quella spettacolosa di Peter Minus, viene terminata l'eliminazione dei malandrini, facendo piazza pulita della precedente generazione di avventurieri, e lasciando Harry completamente solo e responsabile della costruzione di un nuovo mondo magico.
Gran finale? Sicuramente. Forse però non così grande come molti fan si erano aspettati. La verità è che dopo che per un decennio si stupisce il mondo raccontando una storia che ha il potere di calamitare le attenzioni di grandi e piccini, dopo che si diventa la donna più ricca del Regno Unito e dopo che Harry Potter diventa un fenomeno che trascende le stesse pagine stampate da cui ha avuto origine, è veramente molto difficile scrivere il finale ideale che mette d'accordo un pianeta intero. Non stupisce quindi che molti si siano sentiti delusi da una miriade di fattori, come la trasformazione da saga scolastica a road book, una certa dispersività nella parte centrale del tomo, un finale che avrebbe potuto essere più lungo ed esplicativo e alcuni passaggi tecnici un po' troppo cervellotici (il sangue in Voldemort, Draco disarmato). Ma non bisogna essere egoisti: è questa la storia immaginata dall'Autrice, quella che sin dal principio aveva voluto raccontarci, e se - come scritto nella dedica iniziale - siamo giunti con Harry fin proprio alla fine, è questo l'esito che dobbiamo serenamente accettare.
Certo è che queste considerazioni non dovrebbero certo far abbassare la guardia e farci rinunciare ad un'analisi critica. Ed è per questo che se proprio bisogna trovare un difetto a questo settimo libro dobbiamo andarlo a cercare ben oltre la vicenda narrata, ma nel modo in cui si è scelto di proporla. Che lo stile della Rowling non sia mai stato granchè arzigogolato è cosa risaputa, ma la sua scrittura secca e concisa, paradossalmente, ha sempre servito egregiamente gli intenti narrativi della saga, spostando l'attenzione sui dialoghi, sui personaggi e sui fatti piuttosto che sulle descrizioni. Ma in questo volume, mi è sembrato che l'ironica spontaneità con la quale J.K. aveva narrato certi riuscitissimi episodi (ricordate il Ballo del Ceppo nel Calice di Fuoco?) sia venuta meno, e che abbia lasciato il posto a una quasi impercettibile sensazione di fatica, ansia espositiva. E' una Rowling un po' più stressata del solito quella che ci offre un epilogo odorante di fanfiction e un dialogo finale tra Harry e Voldemort poco credibile per via della sua ampollosa verbosità. Ma sono pignolerie stilistiche che lasciano veramente il tempo che trovano di fronte al miracoloso compiersi di una Storia, che caso raro in una narrativa (che sia letteraria, fumettistica o cinematografica) sempre più dominata da improvvisi cambi in corsa per questo o quel fattore esterno, ha saputo resistere per un decennio, mantenendo i suoi propositi senza cedere alle lusinghe del successo.