Stagione 4
Una costante indecisione nella direzione da prendere da parte dello show, una sensazione di dejà-vù in alcuni casi fastidiosa e la ret-con che fa parte dell'essenza stessa della stagione, rendono la sesason 4 di
Fringe la prima stagione che non è migliore delle precedenti, rompendo quel raro processo che quindi per ora sta mantenendo solo
Doctor Who (per quanto riguarda le mie conoscenze, ovviamente).
Ed è un peccato, perché sulla carta eravamo anche arrivati al momento più alto, lirico e narrativamente nerd della serie, alla fine della terza stagione: gli sviluppi possibili a partire dalla sparizione di Peter e dalla collaborazione tra i due universi erano tutti galvanizzanti e intriganti, e la cosa si riflette infatti sui primi episodi che tra le fugaci visioni di un Peter disperatamente ancorato alla realtà e la suggestività di cogliere le piccole differenze tra questa nuova linea temporale e quella a cui eravamo abituati offrono allo spettatore ottime trame.
Dispiace che l'humus sia in questo modo propenso a presentare ancora casi autoconclusivi (
One Night in October,
Alone in the World,
And Those We've Left Behind,
Wallflower), ma la cornice attorno ad essi e l'alto tasso di cuore che contengono (specie l'episodio coi vecchietti e quello del camaleonte) fanno sì che la sensazione predominante era quella di aver speso 40 minuti in modo degno.
Il ritorno di Peter è avvenuto in modo ancora più repentino di quanto non immaginassi, evidentemente era troppo controproducente tenere Joshua Jackson lontano dallo schermo troppo a lungo: ad ogni modo l'episodio
Subject 9 è ben realizzato nel non far capire dove si sarebbe andati a parare.
Al riguardo della situazione di Peter, comunque, sono sempre stato un po' scettico rispetto alla possibilità di trovarsi di fronte ad una linea temporale altra rispetto alla solita: vero che ci sono differenze dovute all'assenza di Peter e non solo (più avanti sarà eclatante l'episodio che di fatto riscrive l'episodio 1X13
The Transformation), ma non mi tornava comunque la questione. Se diamo per assodato che scelte diverse portano a un universo parallelo con diverse conseguenze a seconda delle nostre azioni, il caso che si era presentato con la sparizione di Peter era differente, dal momento che veniva "semplicemente" cancellato dal piano di esistenza una persona, causando una immediata variazione di moltissime cose avvenute e dei ricordi relativi delle persone coinvolte. Ritenere che ci fosse una linea temporale "nostra" dove Peter era scomparso lasciando tutti sgomenti e inorriditi, e catapultarlo in una in cui la storia aveva seguito il suo corso mi pareva forzato e poco plausibile. Nella mia mente, Peter veniva cancellato istantaneamente dalla storia, e la storia è stata riscritta nella nostra linea temporale come avrebbe dovuto essere senza l'intervento di Settembre nel 1985.
Quindi l'episodio
A Short Story About Love non ha fatto altro che confermare la mia visione, sempre in bilico ovviamente attendendo la conferma definitiva data dal susseguirsi della trama (ps: bella l'idea di riutilizzare in questo modo il suppostone metallico

). Ma mi ha fatto piacere avere la conferma delle mie supposizioni, specie in un episodio sicuramente affascinante e in cui il Peter dentro alla testa di Settembre rappresenta una delle scene migliori e che mai avrei pensato di poter vedere, così come un confronto così diretto tra i due personaggi.
Narrativamente parlando, poi, i doppi episodi sono vincenti:
Back To Where You've Never Been +
Enemy of My Enemy affrontano in modo diretto uno dei temi portanti, quello del villain della serie, togliendo quindi tale fardello al severo Walternativo; il ritorno sulla scena di Jones non mi ha entusiasmato, e rivederlo sulla scena così a lungo e con un ruolo così importante è una delle cause del mio non completo soddisfacimento. Non mi aveva colpito nella prima stagione, men che meno riesce a farlo adesso, benché i suoi piani siano più chiari rispetto alla precedente linea temporale, dove erano annacquati in mezzo a tanti filler in cui si confondeva ciò che era importante da ciò che non lo era. Apprezzo quindi che, alla luce di tutto quella che sappiamo dei due universi, le azioni di Jones abbiano una direzione più specifica, e che allo stesso tempo però resti un margine di dubbio su cosa voglia effettivamente realizzare (a tal proposito, tanto di cappello per un episodio come
Welcome to Westfield, davvero riuscito, che ricorda
The Walking Dead - omaggio? - e dal finale spiazzante):
Worlds Apart in tal senso è brillantemente illuminante, e gestito benissimo con la riunione indetta da Walter e l'avvicinamento bellissimo tra lui e Walternativo, in cui viene messo in chiaro il progetto di Jones.
Jones insomma è l'anello debole della stagione, per quanto mi riguarda, insieme al dover accettare che molto di quanto visto nelle prime 3 stagioni non vale più, o vale in parte:
The End of All Things ci dà anche un bel Jones, che agisce in maniera interessante, sottilmente crudele e con un certo fascino... ma è un caso sparuto in realtà, quindi quando si è iniziato a capire che lui era solo il vice del vero cattivo, sono stato ben sollevato.
Anche se l'identità del villain, mi ha lasciato abbastanza di stucco. Prima semplicemente shockato, perché Nimoy aveva detto che non sarebbe più comparso su grande e piccolo schermo e non avevo letto di rettifiche da parte dell'attore, e poi perplesso dal ruolo negativo che gli è stato affidato. In realtà, non è semplicemente negativo e la complessità del suo carattere e delle sue intenzioni rende il personaggio ancora migliore di quello che era stato precedentemente. Questo William Bell è il corrispettivo del professor Fairfax di pikappiana memoria, o dell'Ozymandias di
Watchmen, vale a dire un uomo che decide di percorrere una strana visionaria, non priva di azioni immorali e disdicevoli, ma il tutto volto ad un esito benefico e positivo, ad un bene superiore. In quest'ottica mettere le sue conoscenze (e quelle di Walter) in un ambito di rinnovamento, fino all'annichilimento degli universi per rifondarli da capo diventando di fatto un Dio, è sicuramente un'idea a dir poco affascinante.
Il doppio episodio finale ha il compito di svelare le carte in tavola e mostrarci questo scenario: peccato che sia il season finale peggiore di tutta la serie, pur avendo dei punti a favore: se tutta la rivelazione sulle macchinazioni di Bell e il suo rapporto con Walter sono gestiti benissimo e in modo godurioso, se la parte da eroi che spetta a Peter e Olivia è scritta in modo convincente e se Astrid qui ha un riscatto come personaggio che mi ha fatto molto piacere, dall'altro lato non si può negare che tutta la prima parte che sembra un normalissimo caso della settimana mi ha proprio fatto venire la depressione e rovinato parte dell'hype che provavo, e allo stesso modo il finale rose e fiori che era chiaramente pensato per chiudere la serie intera mi ha fatto rizzare i capelli in testa, tanto quanto il cliffhanger messo lì all'ultimo secondo. Se era questa l'idea dei "due finali pronti, a seconda se rinnovano o no mandiamo quello opportuno", caspita, si sono proprio impegnati
Piccoli appunti sparsi: come ho scritto sopra, Lincoln Lee è il miglior personaggio della stagione, sì, anche meglio di Peter che alla fine fa quello che faceva anche negli anni scorsi. Lee invece, pur essendo già apparso, non aveva ancora bucato lo schermo, e ha l'opportunità di farlo qui, dove la sua versione "secchiona" della nostra dimensione diventa nientemeno che la spalla di Olivia nelle indagini Fringe. Il suo episodio centrico è pura poesia, il confronto con la sua versione figa dell'altro universo è splendida nell'evidenziare le differenze di carattere, e io adoro la sofferenza e la tristezza che pervade il "nostro" Lee, innamorato di Olivia senza speranza che decide di fuggire dall'altra parte.
E' bene dire che tutti gli attori che hanno dovuto interpretare le due versioni del proprio personaggio sono stati bvravissimi, da Walter a Olivia, da Lee a Broyles, fino ad Astrid, che nel suo episodio centrico è splendida.
Gli Osservatori, che fin dalla prima stagione mi affascinano così tanto, sono qui davvero importanti, e finalmente scopriamo un po' di cose su di loro, direi che almeno la loro origine è finalmente assodata, e anche se le cose restano un po' fumose direi che sono utilizzati molto bene, soprattutto il caro Settembre, che con quello sparo in pancia costruisce un ben paradosso temporale che gli sceneggiatori hanno scritto molto bene.
Infine, parlando di Osservatori,
Letters of Transit: episodio fantastico, spettacolare, meraviglioso. Probabilmente da podio tra tutte e 4 le stagioni, perlomeno concentrandoci sulle puntate mitologiche. Come visione del futuro, la trovo più riuscita di quella vista a fine terza stagione, che pure era affascinante, ma gli Osservatori nazisti padroni del mondo che schiavizzano gli uomini, la resistenza con Desmond ed Etta, di cui mi sono innamorato all'istante, Walter prima svanito e poi duro, l'atmosfera distopica e crepuscolare... mamma mia, capolavoro, mi sbilancio.
Mi aspetto una stagione conclusiva tutta così

No, vabbè, non esageriamo, però con soli 13 episodi a disposizione e con l'intento dichiarato di chiudere la serie mi aspetto che l'80% sia dedicato a Osservatori, Peter, il figlio/figlia di Peter e Olivia, l'universo parallelo, Bell e i suoi piani e insomma si pensi risolvere tutta la mitologia rimasta in sospeso con un finale degno della serie. Gli concedo tre autoconclusivi, non di più.
Serie che in questa stagione mi avrà anche deluso in alcuni punti, ma che continua a presentare un'atmosfera nerd-friendly, sicuramente migliore delle prime due stagioni, sempre carismatica e con i sentimenti in bella vista che si fondono armonicamente con la scienza di confine e il destino del/i mondo/i.