Bramo ha scritto:
Lost ambientato a Twin Peaks, provincia di Disneyland.
Sì comunque
Stagione 1
Negli scorsi anni uno degli sport preferiti di chi seguiva serie televisive era quello di trovare il fantomatico "erede di
Lost". Ogni volta che esordiva un pilot che avesse come elementi il mistero e l'azione, attorno al quale ruotassero i protagonisti, ecco che i nerd si scatenavano. La cosa era accentuata se per caso a produrre la serie era JJ Abrams!
La cosa comica era che puntualmente le aspettative venivano deluse: che fosse per l'appeal della trama e/o dei personaggi, per obiettivi diversi o per poca brillantezza della scrittura e nella messa in scena, tutti i titolo papabili ad essere "eredi di
Lost" finivano inevitabilmente per non esserlo. Praticamente tutti questi, peraltro, venivano anche cancellati dopo la prima stagione, sempre che riuscissero ad arrivare vivi alla fine di essa

Uno scenario desolante, anche perché ad un certo punto pareva quasi che questa "ansia da prestazione" ci fosse non più solo da parte degli spettatori, ma anche dagli autori stessi, che cercavano di replicare il successo dell'isola misteriosa. In pratica era la stessa cosa accaduta nel fumetto seriale americano degli anni '90, quando dopo la pubblicazione di
Watchmen e del
Ritorno del Cavaliere Oscuro tutti si misero a fare supereroi dark e dannati, e il pubblico a volerne così, senza che autori e lettori percepissero che quello che avevano fatto Alan Moore/Dave Gibbons e Frank Miller era stato rompere con alcune regole di quel medium per fare qualcosa di innovativo partendo dagli stessi elementi codificati all'interno dl medium stesso e modificandoli. Seguire il loro esempio voleva dire continuare a ricercare le infinite possibilità espressive del fumetto, non seguire la scia che avevano inaugurato loro perché aveva avuto successo.
Non è un caso se infatti, mentre molti hanno abbandonato la ricerca e il concetto dell'erede, io pensavo di chiudere la pratica dicendo che
Fringe era il vero erede di
Lost. Di fatto non c'entrano molto l'uno con l'altro, se non l'ideatore in comune: per il resto la struttura è diversa, i presupposti anche, la formazione dei personaggi pure... è un modo a sé ma per come viene gestito lo show, per quell'amore per il mistero e soprattutto per la capacità di utilizzare personaggi con cui lo spettatore può empatizzare anche in un contesto anormale, le affinità tra le due serie c'erano e per questo ci vedevo una continuità che va oltre il mero ricalco.
Poi vedo
Once Upon a Time e tutto si rimette in discussione. Se non avesse perso di senso, oltre che essere passato di moda, il cercare l'erede di
Lost, probabilmente sarebbe proprio questa serie ad aggiudicarsi la palma, e il bello è che probabilmente lo fa senza nemmeno ricercare volutamente questo effetto.
Il fatto che gli autori/ideatori siano alcuni degli autori della celebre serie tv abramsiana può infatti aver portato quasi con naturalezza a muoversi secondo sentieri narrativi e strutturali a loro congeniali, creando senza forzature una serie la cui ossatura richiama un po' lo schema su cui si è costruita
Lost, pur distaccandosene molto.
Siamo a Storybrooke, cittadina del Maine nella quale arriva Emma Swan, trascinata dal figlio Henry che aveva abbandonato appena partorita. Henry l'ha cercata e portata nella sua città perché convinto che tutto il paesello sia sotto una maledizione: gli abitanti sarebbero infatti personaggi delle fiabe classiche, trasportati nel mondo reale dalla Regina di Biancaneve, e nessuno ricorda più il proprio passato. Ovviamente la razionale Emma non crede ad una parola, ma resta a Storybrooke per l'affetto che inizia a provare per il ragazzino.
Ogni episodio è quindi strutturato con la storia orizzontale a Storybrooke (l'evoluzione del rapporto tra Emma ed Henry, tra Emma e gli altri abitanti della città, gli scontri tra Emma e la madre adottiva di Henry, il sindaco Regina) e i flashback relativi al passato dei vari personaggi quando erano nel mondo delle fiabe, Va da sé quindi che ogni puntata è centrica su un determinato personaggio, e che spesso ci sono collegamenti tra quello che gli vediamo fare nelle fiabe e quello che fa ora da essere umano.
La cosa interessante in questo affresco è quella di "mettere insieme i pezzi": quello che è successo nel mondo delle fiabe non ci viene mostrato in ordine cronologico, quindi viene stimolata la curiosità di capire quale evento si è svolto prima e quale dopo a secondo del contesto, degli indizi e dello status dei personaggio coinvolti, inoltre le figate di vedere dopo tot puntate gli eventi che hanno portato al flashback visto un po' di episodi prima sono apprezzabilissime.
Chiaramente lo spettatore viene messo subito al corrente del fatto che la storia raccontata da Henry sia vera: il bello è proprio che noi abbiamo questa conoscenza vitale in più rispetto a quasi tutti i personaggi sulla scena, ed è interessante quindi seguire gli sviluppi dei protagonisti che vivono ignari di tutto quanto, così come del resto è simpatico trovare le assonanze che ciascun personaggio ha nella sua versione fiabesca con quella "reale".
La scrittura della serie è sopraffina: curata, studiata, non lascia niente al caso ma compone un meccanismo narrativo ben oliato, oserei dire perfetto, senza sbavature. Tutto torna, e ambientando una storia divisa in due mondi non è così scontata la cosa. Oltre a questo, c'è un grande rispetto per la fiaba originale (o per la versione disneyana della fiaba in questione, visto che i lungometraggi Disney sembrano essere la fonte principale) e quando alcune cose vengono cambiate, o meglio adattate al contesto, lo si fa sempre con un'eleganza e un'intelligenza che lascia compiaciuti. Collegare tutti i personaggi in un unico universo poteva essere poi rischioso, e invece l'effetto che ne viene fuori è naturale, come concepire l'esistenza di numerosi supereroi diversi nella New York Marvel.
I personaggi vengono tutti caratterizzati in modo interessante, gli attori sono tutti all'altezza (applausi per Emma, bellissima come "ragazza tosta" di Boston, ma anche per Mr. Gold/Tremotino, che fornisce probabilmente la prova attoriale migliore di tutta la serie con un approccio perfetto per entrambe le identità), l'unica cosa che ogni tanto sfocia nel fastidio è proprio Henry, che sta lì a rompere un po' le palle, ma verso la fine anche lui riscatta la sua immagine, tutto sommato.
Insieme ai personaggi e soprattutto all'ottima idea di base, comunque, la serie vince anche sotto l'aspetto del pathos e dell'epica: le storie raccontate nei "flashback" sono quasi sempre potenti, proprio come le fiabe cui si ispirano hanno una sorta di morale o insegnamento che può arrivare solo attraverso un dramma o una difficile avventura, ed è quello che capita pressoché a tutti i personaggi, i quali soffrono, vivono avventure rischiose, perdono affetti e persone care, conoscono il dolore e la rivincita. Sono grandi storie, che pur ridimensionate hanno il loro riscontro anche nella realtà attuale di Storybrooke.
Il finale è ottimo: un season finale molto incisivo, che è capace di prendere una svolta decisiva e di cambiare pelle.
Tanta curiosità, ora, per vedere come prosegue la seconda stagione, arrivata al 12esimo episodio in America e tallonata a breve distanza dalla trasmissione italiana
