“A un’altra vita, fratello!”
Uno dei tormentoni sviluppati nell’arco de ben sei stagioni televisive può diventare il mio personale saluto e tributo a
Lost.
Scrivo questo (probabilmente) lungo commento (preparatevi già al mega-papiro) ancora estremamente emozionato e coinvolto da quello che ho visto, salvandomelo in burtta e riservandomi di pubblicarlo la mattina del 1 giugno.
Il pomeriggio di martedì 25 maggio 2010 lo ricorderò a lungo come il giorno in cui mi sono visto, insieme a Minnie-Marta come tutte le ultime due stagioni, il
finale di Lost.
Dopo il bellissimo episodio sulle origini di Jacob e del Fumo Nero, che avevo commentato a suo tempo, troviamo il “prologo” al finale: in
Quello Per Cui Sono Morti si prepara il terreno per
The End (“
Siamo molto vicini alla fine, Hugo”), e innanzitutto si cerca di chiarire uno dei Misteri ancestrali, perché proprio Jack, Sawyer, Kate e tutti gli altri Losties sono caduti sull’Isola? Se una spiegazione fisica e pragmatica era già stata trovata alla fine della seconda stagione con il ritardo di Desmond nello schiacciare il pulsante, già da tempo si sapeva che non poteva essere un caso che questo fatto avesse fatto arrivare proprio queste persone. Kate lo chiede direttamente a Jacob, ormai visibile non solo a Hurley, gli chiede per cosa sono morti i suoi compagni di viaggio: è chiaro che non si riferisce solo alle recenti perdite di Sayid, Jin & Sun, ma anche a tutti quelli persi nel corso del tempo (Charlie, Libby, Locke, Boone…). La spiegazione è quasi banale, e già si era intuita alla fine della scorsa stagione e in alcune puntate di questa: Jacob li ha scelti (“candidati”) per essere suoi eredi, nel caso che la sua nemesi lo faccia fuori, come è successo. Perché loro? Perché le vite di tutti loro erano infelici, incomplete, senza apparente via d’uscita. Avevano bisogno dell’Isola (e dei rapporti umani sviluppati lì) per poter dare un senso alla loro vita. Come Jacob abbia potuto sapere che le vite di tutti questi facessero schifo non è ben chiaro (come dice Grrodon, la spiegazione starebbe nei viaggetti che abbiamo visto fare al buon Jacob in
L’Incidente, ma alcuni erano ancora bambini) ma si può risolvere semplicemente pensando che la natura “divina” del custode dell’Isola gli consenta di vedere anche il futuro di una persona. Inoltre, ancora più banalmente, non dimentichiamo il faro che Jack ed Hurley hanno visitato, tramite il quale Jacob poteva controllare come procedevano le vite di quelli “toccati”. Quel che conta è che viene sottolineato come le vite dissolute dei Losties siano il motivo per cui siano arrivati sull’Isola: i fan ai tempi della prima stagione pensavano fosse un Purgatorio o un Inferno per far scontare i loro peccati, invece più che le loro azioni vengono prese in considerazione le conseguenze personali di queste.
Risolto questo, si spiana a strada per la conclusione: FarLocke non si accontenta più di lasciare l’Isola, ma vuole anche distruggerla grazie a Desmond, e Jack diventa il nuovo Jacob. Non ci volevo credere quando l’ho visto proporsi, o meglio: dopo che è saltato giù dalla barca di Sawyer non volendo lasciare l’Isola, ho avuto la conferma che ormai lui crede ciecamente in quel posto, ma non credevo che Jacob accettasse, troppo banale che l’eroe per eccellenza della serie (il perfettino sotutto che proprio per questo motivo mi stava lievemente antipatico nelle prime seasons) si accollasse la salvezza dell’Isola (“
E io che pensavo l’avesse sempre avuto il complesso della divinità!” afferma giustamente Sawyer). Ma questo ci porta al finalone.
The End, lo dico subito, è un episodio bellissimo. La perfetta conclusione di
Lost, il sigillo simbolico e definitivo alle vicende del serial. Si legge in giro tra chi ha apprezzato la conclusione che
Lost è più che mai la storia dei suoi personaggi e non dei Misteri. E’ vero, ma è riduttivo: intanto oltre che dei personaggi anche delle loro relazioni, che abbiamo visto sviluppare in modo assolutamente imprevedibile proprio grazie ai caratteri tridimensionali che hanno dimostrato di avere, e che gli sceneggiatori sono stati capaci di cucir loro addosso. Inoltre è una storia di fede, e sulla fede. Un dono per pochi, o comunque per chi è predisposto a riceverlo. Questo lo abbiamo visto fin dalle primissime puntate, e si è rivelato un perno fondamentale in queste ultime.
Inutile entrare nei dettagli della trama, mi aspetto lo faccia Grrodon e magari anche altri: quel che mi preme è dire che i messaggi di
Lost sono sempre stati ben presenti, fin dall’inizio. I personaggi, la fede, anche i Misteri che comunque sono una prova alla fede, oltre che un raffinato gioco intellettuale per i protagonisti e gli spettatori. E, ovviamente, la redenzione. Dopo aver visto lo speciale di
Tv Talk ci tengo a fare una precisazione personale, al riguardo: uno degli opinionisti del pubblico si chiedeva “se il messaggio è sempre stato redenzione, redenzione, redenzione, perché andare avanti per 6 stagioni con viaggi nel tempo, flashback ecc?”, ma io ritengo che tutto è servito, anche le la quarta e la quinta stagione, anche i momenti più loffi, anche i flashback più inutili (chi ha nominato i tatuaggi di Jack?), anche le cose apparentemente storte (chi ha detto Nikki & Paulo? Io sono tra quelli che ha sfottuto la loro inutilità ai tempi, ma quanto è stato bello vedere Sawyer detective prima dell’ultima stagione?

). Tutto è servito a delineare il carattere dei personaggi, che si sono sviluppati in ogni singola puntata, indipendentemente dalla centricità.
Restando ancora un momento nell’ambito dell’ultimo episodio, alla fine si riduce tutto a qualcosa di classico che più classico non si può, ma forse per questo è un finale portatore di un messaggio convincente, perché è una situazione vecchia come l’Arca di Noè: lo scontro tra il Bene e il Male, la luce e l’ombra. Ma arricchito: intanto di suo, il bene e il male non lo sono in modo assolutistico, in fondo il buon MIB era cattivo perché gli è stato fatto un torto da piccolo, gli è stata negata la verità, il suo è il naturale desiderio di tornare a casa e quando gli si presenta l’occasione di distruggere il luogo simbolo della sua vita reietta. Non si sa, in effetti, se fosse riuscito a lasciare l’Isola cosa sarebbe successo al mondo. Sarebbe davvero successo qualcosa, vien da chiedersi? O forse semplicemente era Jacob che non lo voleva lasciare andare, perché pensava di aver bisogno della sua controparte cattiva per bilanciare gli equilibri dell’Isola? O forse, più verosimilmente, tornando nel mondo MIB avrebbe cercato poi di fare ritorno con altri per sfruttare l’energia dell’Isola, e questo avrebbe potuto provocare la fine del mondo perché gli uomini non sanno usarla. Se vediamo la Luce come non solo il cuore dell’Isola, ma anche come il cuore del mondo intero (o perlomeno uno degli epicentri di energia vitale del nostro pianeta, e quindi un concnetrato di bene e male mantenuti in equilibrio forse proprio dall'Isola) il pericolo sarebbe stato concreto, come lo sarebbe stato il voler distruggere l’Isola stessa.
Finiti i pipponi sul Male, ecco quelli sul Bene: perché tanto Jacob quanto Jack non sono proprio il Bene classico, dato che entrambi agiscono senza sapere la vera motivazione. Nelle decine d’anni che Jacob ha trascorso sull’Isola è probabile che si sia fatto i pipponi anche lui per trovare una motivazione, ma saranno rimaste tutte teorie perché la sua madre adottiva non gli ha mai spiegato i perché e i percome. Doveva solo fidarsi. Magari nemmeno lei li sapeva, perché chi c’era prima di lei non gliel’ha detto. E’ tutta una questione di fede, appunto, ed essendo la fede una cosa ancestrale non mi stupirei che il primo essere senziente che è capitato sull’Isola nella Storia non abbia saputo minimamente che cosa fosse quel luogo e quella Luce, ma abbia istintivamente e moralmente capito che era una cosa importante, da difendere.
Jack idem, ovviamente: Jack era l’eroe martire predestinato, e lui lo sapeva bene fin da quando gridò l’ormai celebre “
We have to go back, Kate!”. Sapeva che quell’Isola non era normale, che essa lo reclamava, lui ancora più degli altri, e anche se non sapeva bene come sapeva che era chiamato a fare la differenza. Ha capito il come quando Jacob ha parlato loro attorno al fuoco, ma a quel punto era già passata la fase del “perché?”. Ai tempi della prima stagione, quando parteggiavo spudoratamente per Locke e la sua fede indistruttibile, non avrei mai pensato che il suo fiero antagonista sarebbe diventato il suo discepolo più degno, tanto da difendere la memoria di John nel dialogo con MIB: “
Tu disonori il suo ricordo, prendendone le sembianze”.
Dato che il 90 % della nostra vita si basa su atti di fede (ho fede nel tizio che guida la macchina davanti a me in autostrada, così come ho fede nell’ascensore e ho fede che se bussano alla porta dietro ci sia qualcuno), è bello che un serial sia improntato a sviscerarla in modo così convincente, assurgendola a componente fondamentale a fianco della ragione (magari a seconda delle situazioni una sorpassa l’altra, ma sono scambi di posizione momentanei). La scena dello scontro tra John e Jack sotto la pioggia (a parti ribaltate rispetto alla prima stagione, torno a ripetere: il secondo a difesa della fede, il primo contro, “
Voglio che tu sappia, Jack, che sei morto per niente”) è epica e galvanizzante al punto giusto, così come la naturale fine di Locke (per mano di Kate che finalmente ha un ruolo importante e ufficializza il suo amore per Jack, tanto Sawyer ha il suo amore per la defunta Juliet).
Il gran finale isolano si conclude con la salvezza dell’Isola, meraviglioso: intendo dire, non credo di essere l’unico lostossico che come degno successore di Jacob, in mancanza di Locke, vedeva come azzecatissimo Hurley! Specie nella seconda metà di questa stagione. E anche Jack lo sapeva, quando sopra scrivevo che nel discorso intorno al fuoco Jack aveva capito il motivo del suo destino legato all’Isola, non aveva capito che doveva esserne il nuovo custode, ma doveva esserne il salvatore. Il salvatore martire. Ed è con naturalezza quindi che un Jack nuovo (“
Avevi ragione tu, Jack!” “
Be’, c’è una prima volta per tutto!”, mai il perfettino delle prime stagioni avrebbe detto una cosa simile) si sacrifica per…
Per cosa? Per un’isola che non ha portato altro che guai a lui e a un sacco di altra gente. Un’isola con una luce dentro, caspita, sai che roba? E che cos’è la luce dentro? A cosa serve? Perché è sotto quell’isola? Perché è importante, chi l’ha detto? Un invasato che ha fatto il bello e cattivo tempo con loro come un burattinaio, che ha controllato le loro vite come un Grande Fratello ingombrante e che in ultima istanza nemmeno lui sapeva perché diavolo stesse facendo una roba del genere! Kate glielo dice: “
Vieni via con noi, Jack! Lascia affondare l’Isola!”, ma lui sa che non può. Ormai lui crede. Crede in quell’Isola come non ha mai creduto in nulla nella sua vita, forse nemmeno nella medicina. Non sa esattamente cos’è la Luce, perché è importante o perché è così vitale per il mondo salvare Isola e Luce, ma sa che è così. E Jack non è più San Tommaso, non ha bisogno di vedere o di sentire lo spiegone per credere, lui crede. Punto. “Beato chi non vede eppure crede”, non ha bisogno d’altro.
Un gran passo in avanti!
E allora il vero erede di Jacob è Hugo, chi meglio di lui? In realtà io vedevo bene anche il povero e bistrattato Ben, il quale comunque si becca il posto di vice, che è meglio di qualunque altro ruolo ebbe in passato nella gestione dell’Isola.
E nella realtà X? La meraviglia! Più su ricordavo la teoria del Purgatorio per spiegare la natura dell’Isola nel corso della prima stagione, cosa che si rivelò presto falsa (con vari reprise: chi si ricorda le allusioni del padre di Locke a Sawyer?). Ma l’idea di un Purgatorio era allettante, e allora qualcosa di simile è stato creato per questa ultima stagione. La realtà alternativa in realtà non era una dimensione parallela originata dallo scoppio della bomba, ma una sorta di limbo tra la vita e il “Paradiso”, che i nostri vivono inconsapevoli della natura di questa realtà, come se fosse la realtà vera. Una realtà costruita da loro stessi per potersi incontrare tutti insieme e soprattutto per ricordare tutto quello che hanno vissuto sull’Isola, prima di vivere un’altra grande avventura, la più grande. Il meccanismo di presa coscienza di questa situazione è, come abbiamo visto già da qualche episodio, o forti traumi o innamoramento. E così pian piano tutti i soggetti ricordano, tutti prendono coscienza col sorriso sulle labbra di dove sono e del perché. Un posto senza tempo né luogo, e senza connotazione religiosa precisa come testimoniano i simboli di moltissime religioni diverse presenti nell’atipica chiesa, teatro della scena finale. La chiesa dove Jack avrebbe dovuto celebrare il funerale del padre, che vediamo qui informare il figlio di tutto quello che ho scritto. Era naturale che l’unico morto fin dall’inizio della serie, il cui corpo però rimaneva inquieto anche in questa realtà, fosse presente nel finale, addirittura come maestro di cerimonia e guida per Jack, e finalmente nuova pace scorre tra loro.
A questo punto, tutti riuniti (o quasi tutti, mancando qualcuno che "non è ancora pronto"), possono andare avanti, verso una luce accecante che investe tutti loro. Incrociate a queste scene, quelle di un Jack morente che si trascina verso il punto esatto in cui si svegliò dopo lo schianto dell’Oceanic 815, in un crescendo di spettacolarità e commozione che mi hanno fare la controfigura di una fontana. L’ultimo a essere immerso dalla luce nella chiesa è proprio Jack, il cui sorriso sereno ma ancora dubbioso è quantomai adatto come conclusione, così come è perfetta e circolare la chiusura dell’occhio del Doc come ultima scena, speculare all’apertura dell’occhio nel primo episodio. Prima della quale vede un aereo sorvolare l’Isola, e a me resta il dubbio: è il catorcio messo insieme da Lapidus che se ne sta volando via, o un nuovo aereo che si sta schiantando per far ripetere la storia, ora in mano a Hurley (anche se Ben gli ha giustamente detto che quelli erano i metodi di Jacob, e non era obbligatorio fare così)? O ancora, Jack è stato sbalzato indietro nel tempo e quello è l’Oceanic 815 del 2004? Penso sia giusta la prima ipotesi, senza complicare ulteriormente il tutto, ma non si sa mai.
Fatto sta che è un finale stupendo. I Misteri? Bof, qualcuno è stato spiegato, qualcun altro verrà chiarito nel bonus del cofanetto dvd, gli altri li possiamo immaginare noi fan, il che è anche bello come esperimento di serial interattivo e che non impigrisce lo spettatore.
Quello che conta sono i messaggi e le emozioni, i primi li ho illustrati sopra (ovviamente tutti IMHO), le emozioni sono quelle di vedere tutti i personaggi trattati così bene e con tale rispetto di loro stessi. In fondo, oltre a essere credibile che la realtà X sia un limbo tra vita e vita eterna creato dai Losties stessi (ecco perché a tutti andava meglio di come era andata nella vita vera!), è stato un buon modo per celebrare i characters che hanno accompagnato tutti noi fan per 6 lunghi e imprevedibili anni. Jack, Locke, Sawyer, Kate, Charlie, Hurley, Ben… e tutti gli altri, chi più chi meno, sono parte di me, li conosco benissimo, e mi mancheranno. Molto. Non basterà rivedersi gli episodi vecchi, la loro storia è finita. Ed è giusto così per carità, ormai ritengo che una storia per essere davvero Grande debba avere un suo inizio e una sua fine pianificata, come è nell’ordine delle cose. Ma anche se giusto, i Losties, i Boaties, la Dharma, l’Isola mi mancheranno.
La cara vecchia Isola: da Purgatorio ipotetico a setting per le avventure più incredibili e universali, ha confermato anche in
Lost la sua valenza filosofica/metaforica/metafisica che ha avuto nella Storia: l’Isola Che Non C’è, l’Isola Del Tesoro, l’isola de
Il Signore delle Mosche, l'isola di
Robinson Crusoe sono tutti esempi di come l’ambiente isola sia adatto a raccontare storie di vita e di riscatto, di ruoli sociali e di rinascita, di rapporti umani e di cambiamento. E l’Isola di
Lost, come ho cercato di evidenziare lungo tutto questo commentone apocalittico, tra le sue tematiche principali ha il rapporto tra vari essere umani, tra i vari ruoli sociali e tra i singoli individui… infatti la fu realtà X vede tutti insieme riuniti prima di andare avanti; allo stesso modo nei meccanismi dell’Isola era necessario che ci fosse un certo gruppo di persone per lasciarla/tornarvi; e la frase del padre di Jack “
Nessuno muore solo” – che ribalta un’altra frase tormentone, “
Si vive insieme si muore soli” – ribadisce proprio l’importanza dei rapporti con gli altri. Insomma, “nessun uomo è un’isola” (cit.)
In chiusura, voglio solo sottolineare come
Lost è stato trasversale nella mia vita degli ultimi 6 anni. E anche meta-narrativo, guardando gli aspetti che ho discusso qui sopra.
Ho sentito parlare di
Lost da quella che all’epoca era la mia migliore amica. Lei se l’era seguito su Fox Italia quando arrivò e ne fu catturata. Io ricordo che ero molto dubbioso al riguardo, data la descrizione che mi fece ma decisi di aspettare l’arrivo in chiaro per dargli una chance. Ricordo che Rai Due lo ritardò perché al momento non avevano bisogno di un’altra serie di successo, con rammarico dell’amica. Infine arrivò, e lo seguii con mio padre. Tutta la prima stagione, due episodi la settimana su Rai Due in salotto con mio papà, che alla fine si arrabbiò per il finale che non faceva capire niente.
Lo consigliai caldamente a un mio amico da gusti simili ai miei, che seguì entusiasta la prima stagione e mi fece vedere gli episodi della seconda. Seconda che poi ho guardato con mio padre per metà perché poi s’è proprio rotto! L’ho conclusa da solo, e già il mio amico di cui sopra era dubbioso dell’evoluzione. La terza l’ho seguita insieme alla migliore amica, e a scuola (ero alle superiori) ne discutevo con lei e con il mio compagno di banco, entusiasti (anche se io la terza ora come ora la ricordo come quella che mi ha convinto meno). Anche la quarta l’ho seguita con la stessa modalità (e ormai l’amico che avevo trascinato nel mondo di Lost era già lostufo), e infine ho conosciuto Minnie. Con lei ho rivisto (e fattole vedere) tutte le prime quattro stagioni, e ci siamo visti insieme le ultime due. Nel frattempo, finite le superiori, vedo molto meno il mio compagno di banco e per vari motivi mi sono allontanato dalla mia amica. Resta l’amico che ha continuato a seguirlo (con sua mamma) dicendone però peste e corna.
Dov’è la metanarratività? Semplice, io ho sempre avuto fede in
Lost: non che risolvesse i Misteri ma che percorresse un sentiero che poteva anche cambiare in corso d’opera ma con un senso di fondo. La mia fede è stata ripagata, a conti fatti, almeno dal mio punto di vista.
Oltre alla fede, c’è la rete di rapporti umani:
Lost, come anche
Scrubs ma forse in misura leggermente minore, ha attraversato molti miei rapporti umani che sono cambiati nell’arco di tempo in cui il serial si è sviluppato: dall’ex migliore amica a mio papà che non era preparato a questo nuovo modo di concepire il telefilm, dall’amico che ha perso la fede in
Lost per arrivare alle mia ragazza,
Lost ha fatto da sfondo a numerosissimi intrecci interpersonali molto importanti, a volte complessi e profondi quanto quelli descritti nel telefilm.
Un’avventura splendida, insomma, in tutti i sensi, sia fuori che dentro lo schermo.
Grazie,
Lost.
PS. Vorrei chiudere defintivamente il post sottolineando questo concetto.
Il finale di Lost è bellissimo:
