Re: Disney/Pixar: Ratatouille
Inviato: martedì 27 novembre 2007, 11:38
E finalmente riesco a recensirlo anche io.
È una recensione difficile, però. Ratatouille pare un film ottimo, e Anton Ego insegna: sono le creazioni con qualche difetto, quelle per cui chi scrive commenti può sentirsi maggiormente gratificato, inserendo negli interstizi lasciati dalle manchevolezze dell'artista la propria personalità, sotto forma di "bacchettate" verbali che, sotto sotto, non sono altro che una forma di autoconsolazione: "Caro artista", pare dire il critico deteriore, "io non sarò capace di creare come fai tu, però io riesco a capire dove tu hai sbagliato. Io so vedere più in là di te!".
Vedere più in là. Ma cosa c'è, più in là? Parlando di cinema, nella mente del critico (di professione, ma anche dello spettatore esperto che prende l'abitudine di commentare da sé i film che vede) ogni nuova opera va inserita in un'implicita gerarchia. Questo film "è meglio di", "è peggio di", "poteva essere come", "non ha quella cosa che ci sarebbe stata benissimo ma non c'era". Ci sono, insomma, dei termini di paragone, che talvolta il sedicente critico non sa nemmeno esplicitare: il più delle volte sono suggestioni, impressioni, agglomerati chimerici di tutto ciò che nel cinema "si dice", "si sa" che sia eccellente.
E fin qui, la scoperta dell'acqua calda. Veniamo a Ratatouille. Poniamo che un critico alla Ego voglia "vedere più in là" di questo film. Dovrebbe allora innanzitutto dirsi: "Qual è il modello illustre che voglio contrapporre a Ratatouille, per evidenziare cosa manca all'ultima opera di Brad Bird?"
Aneddoto personale: qualche settimana fa parlavo di cinema con una mia amica di vecchia data. Lei apprezza molto film che potrei definire "satirico-realistici", commedie di critica sociale, anche greve. A un certo punto mi fa: "Mi consiglieresti un bel film da andare a vedere al cinema"? Io, senza pensarci due volte, dico: "Il meglio che ci sia nelle sale in questo periodo è Ratatouille". Lei (che comunque sa bene quali siano i miei gusti cinematografici), sorridendo, mi ha lanciato uno sguardo pieno di... compassione? Preoccupazione per la mia salute mentale? "Ma è il film del topolino che mangia il formaggio...". "Sì", ho risposto io, "è il miglior film su un topolino che mangia il formaggio (e non solo) che abbia mai visto".
Questo è il punto. Ratatouille fa categoria a sé; e in quella eccelle. Non è certo, come diceva la mia amica, la categoria dei film sui "topolini che mangiano il formaggio" (in cui, comunque, il film di Bird conquisterebbe la palma d'eccellenza anche se fosse bello solo la metà di quanto non sia). È una commedia. È realizzata con la tecnica dell'animazione al computer, ma sostenuta da un lavoro d'artista basato sulle tecniche classiche delle più illustri scuole americane di animazione a mano. È un film d'autore. È un film con animali parlanti. È un film metacinematografico. È un film sulla buona cucina. È un film per ragazzi. È un film per adulti. È un film sentimentale.
Forse si potrebbe proseguire ancora, con l'elenco. Si è capito, dunque, che si tratta di un'opera atipica, fatta di un miscuglio inedito di tipicità: come sono, del resto, quasi tutti i singoli titoli usciti dalla Pixar sinora.
Ma allora, Ratatouille è un bel film solo perché non ha termini di paragone, perché non esiste alcun film di cui si possa dire "è migliore"? No, o almeno, no secondo il mio punto di vista. Ratatouille si merita un giudizio positivo perché riesce a bilanciare perfettamente tutti i riferimenti alle categorie filmiche che esso comprende. Non eccedendo mai. Sa essere comico, ma senza pretendere dal pubblico grasse risate. Sa sfruttare il fotorealismo che l'animazione al computer oggi può creare, ma non rinuncia alle forme stilizzate e ad una sobria recitazione da cartoon. Con tale sobria recitazione, sa far parlare gli animali senza ricorrere a stucchevoli antropomorfizzazioni. Racconta una storia che si svolge tra i fornelli, evitando che questo tema conduttore metta in ombra le relazioni tra i personaggi e le loro psicologie. Parlando di psicologie, costruisce personaggi ben definiti, e si accontenta di svelare solo i tratti del loro carattere realmente funzionali a ciò che sta venendo raccontato. Disegna una vicenda d'amore intrecciata ad una storia con una morale, evitando tuttavia tutti i trabocchetti dello sdolcinato, del melenso o del paternalistico. Commenta i discorsi critici che si fanno sul cinema, facendo diventare tale metaspunto un'elegante parte della trama, ed ammicca al processo di realizzazione del film stesso senza pedanterie (basti pensare a Remy, topo animato ma animatore al tempo stesso, quando "prende i fili" di Linguini; e il software grazie a cui i personaggi Pixar si muovono si chiama, appunto, Marionette...).
Insomma, Ratatouille è un capolavoro di medietas. Sta alla giusta distanza da tutti suoi referenti fimici, contenendo il virtuosismo e cogliendo l'essenza di ciascuno dei mondi cinematografici che evoca. E raggiungendo uno degli obiettivi più alti che l'animazione d'oggi possa raggiungere, abbagliata com'è dalle vertigini dei pixel e dai barbagli dei videoclip: raccontare senza strafare, senza andare a tutti i costi "più in là"; senza dimostrare per forza quanto si è potenti e bravi, pur essendolo.
È una recensione difficile, però. Ratatouille pare un film ottimo, e Anton Ego insegna: sono le creazioni con qualche difetto, quelle per cui chi scrive commenti può sentirsi maggiormente gratificato, inserendo negli interstizi lasciati dalle manchevolezze dell'artista la propria personalità, sotto forma di "bacchettate" verbali che, sotto sotto, non sono altro che una forma di autoconsolazione: "Caro artista", pare dire il critico deteriore, "io non sarò capace di creare come fai tu, però io riesco a capire dove tu hai sbagliato. Io so vedere più in là di te!".
Vedere più in là. Ma cosa c'è, più in là? Parlando di cinema, nella mente del critico (di professione, ma anche dello spettatore esperto che prende l'abitudine di commentare da sé i film che vede) ogni nuova opera va inserita in un'implicita gerarchia. Questo film "è meglio di", "è peggio di", "poteva essere come", "non ha quella cosa che ci sarebbe stata benissimo ma non c'era". Ci sono, insomma, dei termini di paragone, che talvolta il sedicente critico non sa nemmeno esplicitare: il più delle volte sono suggestioni, impressioni, agglomerati chimerici di tutto ciò che nel cinema "si dice", "si sa" che sia eccellente.
E fin qui, la scoperta dell'acqua calda. Veniamo a Ratatouille. Poniamo che un critico alla Ego voglia "vedere più in là" di questo film. Dovrebbe allora innanzitutto dirsi: "Qual è il modello illustre che voglio contrapporre a Ratatouille, per evidenziare cosa manca all'ultima opera di Brad Bird?"
Aneddoto personale: qualche settimana fa parlavo di cinema con una mia amica di vecchia data. Lei apprezza molto film che potrei definire "satirico-realistici", commedie di critica sociale, anche greve. A un certo punto mi fa: "Mi consiglieresti un bel film da andare a vedere al cinema"? Io, senza pensarci due volte, dico: "Il meglio che ci sia nelle sale in questo periodo è Ratatouille". Lei (che comunque sa bene quali siano i miei gusti cinematografici), sorridendo, mi ha lanciato uno sguardo pieno di... compassione? Preoccupazione per la mia salute mentale? "Ma è il film del topolino che mangia il formaggio...". "Sì", ho risposto io, "è il miglior film su un topolino che mangia il formaggio (e non solo) che abbia mai visto".
Questo è il punto. Ratatouille fa categoria a sé; e in quella eccelle. Non è certo, come diceva la mia amica, la categoria dei film sui "topolini che mangiano il formaggio" (in cui, comunque, il film di Bird conquisterebbe la palma d'eccellenza anche se fosse bello solo la metà di quanto non sia). È una commedia. È realizzata con la tecnica dell'animazione al computer, ma sostenuta da un lavoro d'artista basato sulle tecniche classiche delle più illustri scuole americane di animazione a mano. È un film d'autore. È un film con animali parlanti. È un film metacinematografico. È un film sulla buona cucina. È un film per ragazzi. È un film per adulti. È un film sentimentale.
Forse si potrebbe proseguire ancora, con l'elenco. Si è capito, dunque, che si tratta di un'opera atipica, fatta di un miscuglio inedito di tipicità: come sono, del resto, quasi tutti i singoli titoli usciti dalla Pixar sinora.
Ma allora, Ratatouille è un bel film solo perché non ha termini di paragone, perché non esiste alcun film di cui si possa dire "è migliore"? No, o almeno, no secondo il mio punto di vista. Ratatouille si merita un giudizio positivo perché riesce a bilanciare perfettamente tutti i riferimenti alle categorie filmiche che esso comprende. Non eccedendo mai. Sa essere comico, ma senza pretendere dal pubblico grasse risate. Sa sfruttare il fotorealismo che l'animazione al computer oggi può creare, ma non rinuncia alle forme stilizzate e ad una sobria recitazione da cartoon. Con tale sobria recitazione, sa far parlare gli animali senza ricorrere a stucchevoli antropomorfizzazioni. Racconta una storia che si svolge tra i fornelli, evitando che questo tema conduttore metta in ombra le relazioni tra i personaggi e le loro psicologie. Parlando di psicologie, costruisce personaggi ben definiti, e si accontenta di svelare solo i tratti del loro carattere realmente funzionali a ciò che sta venendo raccontato. Disegna una vicenda d'amore intrecciata ad una storia con una morale, evitando tuttavia tutti i trabocchetti dello sdolcinato, del melenso o del paternalistico. Commenta i discorsi critici che si fanno sul cinema, facendo diventare tale metaspunto un'elegante parte della trama, ed ammicca al processo di realizzazione del film stesso senza pedanterie (basti pensare a Remy, topo animato ma animatore al tempo stesso, quando "prende i fili" di Linguini; e il software grazie a cui i personaggi Pixar si muovono si chiama, appunto, Marionette...).
Insomma, Ratatouille è un capolavoro di medietas. Sta alla giusta distanza da tutti suoi referenti fimici, contenendo il virtuosismo e cogliendo l'essenza di ciascuno dei mondi cinematografici che evoca. E raggiungendo uno degli obiettivi più alti che l'animazione d'oggi possa raggiungere, abbagliata com'è dalle vertigini dei pixel e dai barbagli dei videoclip: raccontare senza strafare, senza andare a tutti i costi "più in là"; senza dimostrare per forza quanto si è potenti e bravi, pur essendolo.

