

Erano gli anni ’80. La rivista Shonen Jump della casa editrice Shueisha attraversava quello che forse possiamo definire il suo periodo più florido. Vennero pubblicate sulle sue pagine opere importantissime per la storia del fumetto giapponese e celeberrime in patria e all’estero, come Dr. Slump & Arale e Dragon Ball di Akira Toriyama, Saint Seiya di Masami Kurumada, Hokuto no Ken di Tetsuo Hara e Buronson, Le bizzarre avventure di Jojo di Hirohiko Araki, Dragon Quest: Dai no daiboken di Riku Sanjo, Yuji Horii e Koji Inada, Cat’s Eye e City Hunter di Tsukasa Hojo, Captain Tsubasa di Yoichi Takahashi, Kimagure Orange Road di Izumi Matsumoto…
Molte di queste serie sono state pubblicate con successo in Italia dalla fida Star Comics sin dai tempi dei primissimi anni ’90. Tra le grandi opere di Shonen Jump degli anni ’80, però, una in particolare mancava all’appello, ma, ancora una volta, la Star Comics l’ha portata in Italia per la pubblicazione, da un anno a questa parte.
Parliamo di “Sakigake! Otoko Juku!” [“Primeggia, scuola dei veri uomini!], di Akira Miyashita, noto da noi come “Classe di ferro” e a cui mi rivolgerò d’ora in poi come semplicemente “Otoko Juku”.
La Otoko Juku è una scuola maschile abbastanza particolare. Il preside, Heihachi Edajima, è un gigantesco omone calvo e baffuto ex eroe della Seconda Guerra Mondiale (dalle capacità linguistiche abbastanza limitate!), e anche gli insegnanti sono dei nerboruti ex combattenti della guerra del 1940/1945.
L’educazione impartita nella scuola è di tipo paramilitare ed è volta a forgiare la futura classe dominante del Giappone del futuro, creando veri uomini indomiti e valorosi, dal fisico robusto e dal cuore grande, generoso e altrettanto saldo.
Tra le tre annualità che compongono la scuola si trovano un bel po’ di curiosi personaggi, a partire dal nostro protagonista (per quanto la vera protagonista, come appunto da titolo, sia la coralità e la totalità degli allievi della scuola e lui sia anzi un protagonista abbastanza insipido), Kenshir… Momotaro Tsurugi, un ragazzo sempre imperscrutabile e misterioso, abilissimo con la spada e conoscitore di parecchie tipologie di arti marziali.
Altri personaggi interessanti che frequentano la scuola sono il teppista dal cuore d’oro Genji Togashi, il selvaggio e stupidotto Ryuji Toramaru, il corpulento e assolutamente non violento Kiyomi Tsubakiyama, il promettente pugile americano J., il rampollo di un nobile decaduto Hidemaro Gotokuji, il robusto e buontempone ouendan Taio Matsuo, il cervellone Shinichiro Tazawa, nonché tutta una serie di bizzarri e muscolosi individui che impareremo a conoscere.
Lungo il cammino per diventare i veri uomini del futuro Giappone, che dovranno difendersi dall’invasione mediatica e culturale degli stranieri e far risaltare invece le tradizioni della propria patria, i membri dell’Otoko Juku si troveranno a svolgere sempre più bizzarre e pericolose prove nel tentativo di affermare lo spirito dei veri uomini giapponesi…
I primi due-tre volumi (su 20) della serie presentano episodi autoconclusivi che virano esplicitamene sul demenziale e servono a farci fare la conoscenza degli alunni e del corpo docenti di questa scuola tutta da ridere, di come se la passano all’interno dell’istituto, durante le lezioni, nel tempo libero, e delle assurde prove di forza e coraggio che devono sostenere nel corso del loro anno scolastico, quali ad esempio strampalati incontri di sumo, flessioni, camminate obbligate per le vie della città, gite in luoghi assurdi e altrettanto deliranti festival scolastici.
E così, nel mentre cominciamo a conoscere i personaggi di questa bizzarra scuola, ci faremo delle grasse risate. E’ davvero divertente leggere di questi buffi omaccioni che si fanno beffe dei loro professori ancora più massicci e tonti di loro, che vengono coinvolti in bizzarre prove o allenamenti o che si scontrano con omaccioni stranieri altrettanto nerboruti nel tentativo di mostrar loro la supremazia del vero uomo nipponico, sia in prove di mera forza fisica sia in improbabili confronti sul piano culturale.
E’ un tipo di comicità surreale, demenziale e del tutto giapponese, ma che è comunque figlia del suo tempo, di quegli anni Ottanta in cui le svariate culture provenienti dall’Occidente cominciavano a filtrare anche in Giappone intaccando le integerrime e secolari tradizioni locali e facendosi largo anche nella letteratura scritta (è in questi anni, infatti, l’esordio come scrittore di Haruki Murakami, uno dei più celebri e apprezzati romanzieri del Giappone di oggi, le cui opere sono molto di stampo occidentale, essendosi Murakami formato sui classici americani di cui è anche traduttore), in quella disegnata e animata (di cui questo Otoko Juku è un degnissimo rappresentante) e nei videogiochi.
Dal terzo volume in poi, Otoko Juku cambia stilemi narrativi, e, pur mantenendo il riuscito connubio tra estrema violenza grafica e comicità demenziale che lo aveva caratterizzato sino a quel momento, rinuncia alla vita scolastica e agli episodi autoconclusivi di sole gags per concentrarsi su una serie continui combattimenti (in “tournament” prima con otto personaggi, poi con sedici, poi con trentadue e così via). Si delinea così un vero e proprio “gruppo” ben definito di personaggi. Purtroppo il preside, il corpo docenti e alcuni studenti del primo anno come Matsuo o Tazawa saranno relegati a ruoli secondari e a saltuarie (ma sempre esilaranti) gags, ma chi più, chi meno, tutti gli altri, compresi gli avversari dei precedenti combattimenti, avranno il loro giusto spazio, la loro caratterizzazione e i loro momenti di gloria.
Una volta appreso che la struttura di base di Otoko Juku d’ora in poi verterà solo sui combattimenti, in un primo momento il lettore ha un attimo di smarrimento, di delusione, in un certo senso. Perché, per quanto i combattimenti possano essere interessanti, ci vuole anche una trama di fondo, ci vuole un modo per sviluppare i personaggi. Eppure, a questo punto della storia, a Momotaro, a Togashi, a Toramaru e compagni ci saremo affezionati, e la curiosità di vedere come se la caveranno in questi combattimenti, di vedere ancora le gags con quel grand’uomo del preside Edajima, di vedere se e come questi combattimenti convergeranno in una trama unitaria, sarà grande. Anche se, naturalmente, il motivo più grande che ci spingerà a voler continuare la lettura sarà l’atmosfera anni Ottanta che Otoko Juku emana. Perché noi, cresciuti a pane e shonen d’azione degli anni Ottanta, in tutto questo ci ritroveremo e seguire una cosa simile a distanza di vent’anni ci farà piacere.
E allora, una volta continuata la lettura, ai combattimenti di Otoko Juku ci saremo non solo abituati ma addirittura assuefatti.
I nostri baldi veri uomini del futuro Giappone non faranno altro che pestarsi tra di loro, (far credere al lettore di) morire, ritornare dalla morte, vincere, perdere, ferirsi e gettare grandissime quantità di sangue. I colpi di scena cessano pressochè subito di esser tali, ma saremmo veramente stupidi nel voler ricercare a tutti i costi il colpo di scena in una storia del genere. Quindi, più che concentrarci su quel che potrebbe accadere, tanto vale concentrarci su ciò che invece realmente accade, sul sudore e sul sangue che vengono versati lotta dopo lotta.
Incredibile a dirsi, i combattimenti di Otoko Juku rifuggono la nostra iniziale impressione di noia e riescono a non annoiare, malgrado da un certo punto in poi comincino ad essere l’esclusivo fulcro della storia.
Per quanto si cerchi, non ci sarà un combattimento, tra i moltissimi proposti, che sia uguale ad un altro. Col proseguire della storia, ecco che salteranno fuori, tra alleati ed avversari, un numero considerevole di personaggi, tutti differenti graficamente l’uno dall’altro, e ognuno con la sua peculiare tecnica di combattimento. Le scuole e le tecniche di arti marziali rappresentate in Otoko Juku sono tutte una più fuori di testa dell’altra, e l’autore si diletta pure a rendercele plausibili, inserendo qua e là estratti da fantomatici tomi enciclopedici che narrano la storia di queste antiche tecniche di arti marziali usate nell’antica Cina o giù di lì. Troveremo personaggi che si baseranno solo sulla pura forza dei loro muscoli (che magari saranno pure capaci di gonfiare a loro piacimento) e personaggi che invece faranno di agili balzelli e di pugni elegantissimi il loro punto di forza, gente che indossa armature particolari, che si gonfia la pancia, che ammaestra per usarli in combattimento pipistrelli, corvi, scimmie, api, cavalli o scorpioni, spadaccini, lancieri, una stirpe di guerrieri basati sulle divinità della mitologia greca, dei militari cinesi, dei santoni buddisti, degli improbabili faraoni egizi, esperti di ju-jitsu, pugili americani, imperscrutabili e imperturbabili marzialisti giapponesi che conoscono mirabolanti tecniche segrete e teppistelli che si gettano nella mischia picchiando alla meno peggio. Ognuno dei personaggi di questa storia avrà un suo, determinato, modo di combattere, e questo darà un’enorme varietà alle interminabili battaglie di cui Otoko Juku sarà costellato, e noi lettori, una volta entrati nel gioco, attenderemo con trepidazione ed enorme pazienza di vedere quale nuovo avversario si parerà sul cammino dei nostri eroi e quale stramba e innovativa tecnica userà per attaccarli. Riuscire a tenere alto l’interesse del lettore in una serie che si fonda sui combattimenti non è cosa da poco. C’è chi riesce (vedi il Saint Seiya di Masami Kurumada o il Dragon Ball Z di Akira Toriyama) e chi no (ad esempio Bleach), ma fortunatamente Otoko Juku appartiene al primo gruppo, e noi lettori ne possiamo davvero essere soddisfatti.
E che dire poi dei nostri personaggi, che, oltre ad essere estremamente variegati sul piano caratteriale e delle tecniche di combattimento, sono graficamente affini a tutte le correnti anni Ottanta che giungevano in Giappone a quei tempi. Abbiamo quindi il macho moro e monoespressivo alla Sylvester Stallone e quello biondo alla Schwarzenegger, il capellone stile Guile di Street Fighter 2 e il teppista punkettone che pare uscito da Final Fight, l’energumeno tutto muscoli, il ciccione, il simil-monaco dal cranio rasato, il teppistello con il ciuffo a banana alla Grease, l’artista circense, il fighetto belloccio ed effeminato, il bulletto col cappellino da divisa scolastica anni ’50…
Tra un combattimento e l’altro, non sia mai, tuttavia, che i nostri baldi veri uomini del futuro Giappone penseranno solamente a pestarsi.
Oltre al già citato umorismo, che comunque non mancherà mai e sarà bellamente incarnato dai personaggi che rimarranno a tifare e commentare il combattimento dagli spalti, sui ring di Otoko Juku ci sarà anche spazio per narrarci qualche breve e conciso ma estremamente efficace flashback sul passato dei contendenti, che ce li farà così conoscere un po’ di più.
Ma non si pensi che Otoko Juku sia un fumetto vuoto. Ennossignori. Tra una tecnica marziale dal nome strampalato e l’altra, i combattimenti si faranno veicolo di valori davvero alti. Sempre più spesso, salterà fuori quella concezione del combattimento tanto cara agli orientali, che avremo poi modo di conoscere nei moltissimi videogiochi di genere picchiaduro che verranno prodotti a partire dagli anni ’90, in primis Street Fighter 2 e Virtua Fighter.
Ci si pesta, è vero, ma, come dirà poi qualche anno più tardi il buon Akira Yuuki (il protagonista di Virtua Fighter), “le arti marziali si basano sul principio che nessuno deve restare ferito”. Del resto, se ci pensiamo un attimo, in origine, le arti marziali orientali non nascono per offendere ma come esercizi per il miglioramento e la conservazione del corpo e dello spirito.
La rappresentazione che Otoko Juku dà delle arti marziali è senza dubbio parecchio esagerata, con arti che volano, tecniche che definire strambe è dir poco e sangue che scorre a fiumi, ma la concezione espressa dalla lotta rimane più o meno questa.
I nostri personaggi, infatti, di grande non hanno solo i muscoli ma anche l’animo, e sempre più spesso, durante o dopo i combattimenti, saranno costretti ad ammettere di provare un grande rispetto per l’avversario di turno (o viceversa), di riuscire finalmente a comprendere la magnanimità del suo cuore, di scoprire, in punto di morte o presunta tale, che si può riuscire a diventare amici e a comprendersi vicendevolmente anche tra avversari, che le apparenze ingannano, che in fondo non ci sono poi così tante sostenziali differenze tra gli uomini, i quali, anche se combattono per fazioni avverse, provano tutti quanti gli stessi sentimenti, nel profondo.
Varrà per gli avversari incontrati di volta in volta, in cui spesso e volentieri i nostri troveranno poi degli amici o dei compagni fidati, che provano per loro lo stesso virile, vicendevole, rispetto. Ma capiterà altrettanto spesso, soprattutto nella parte iniziale della storia, che i protagonisti verranno a conoscenza, dai racconti dei compagni o guardando loro stessi la cosa coi loro occhi, del grande cuore dei loro compagni più grandi, quegli stessi compagni più grandi che gli sembravano così imperturbabili ma che invece nascondevano un animo nobile e un cuore con parecchie tribolazioni, che inizialmente gli erano ostili ma che nel profondo delle loro anime erano soltanto restii a legarsi con i loro kohai perché magari nascondevano un animo timido e gentile dentro il loro corpo così grande. E’ l’esaltazione di un concetto di virilità d’altri tempi, che magari al giorno d’oggi si è, purtroppo, un po’ perso. Otoko Juku si fa quindi racconto di un tempo in cui l’uomo doveva essere dal fisico forte e dal cuore saldo, in cui un pesante fardello gravava sulle sue spalle per il futuro e doveva imparare a vivere contando sulla propria forza ma anche e soprattutto su quella di fedeli amici e compagni. Senza dubbio è un riflesso dell’estetica anni Ottanta e degli influssi dei film d’azione americani di quegli anni, i vari Rocky, Rambo, Over the top, Commando, Die Hard, Conan il barbaro, nonché del wrestling, che in quegli anni collegava Stati Uniti e Giappone mietendo innumerevoli successi.
In quest’epoca attuale dove gli uomini seguono mode che li portano ad avere dei look effeminati, dove le ragazze cercano fidanzati che siano per forza bellocci e/o efebici, dove turbe di ragazzine esaltate van dietro a gente sessualmente ambigua come il cantante dei Tokyo Hotel o si esaltano con i protagonisti fighetti degli shojo (ma anche degli shonen, dove c’è stato un infighettimento dei personaggi generale da non sottovalutare) moderni, dove tutto sommato le relazioni tra le persone sono molto più complicate e molto meno sincere e sicure, un manga che esalta ideali di virilità, lealtà, amicizia e fratellanza come Otoko Juku appare forse un po’ fuori luogo, e, difatti, sono ben pochi quelli che lo hanno accolto calorosamente come meritava, tra i lettori di manga italiani, che forse erano troppo impegnati a seguire manga che furbescamente tentano di accattivarsi i favori del pubblico proponendo personaggi più esteticamente gradevoli e atmosfere decadenti-dark che tanto di ‘sti tempi l’emo-dark va tanto di moda, per accorgersi di questi grezzoni grandi e grossi e disegnati in un modo così sgradevole per i lettori di oggi, abituati a figoni e bonazze. E no, in Otoko Juku quasi non c’è spazio per l’amore, per le donne, per le elucubrazioni sulle coppie che tanto piacciono ai casual readers di oggi.
Cambiamento della società? Incapacità dell’autore? Divergenza di intenti? Chi lo sa…
Noi valutiamo quello che abbiamo, se ne siamo capaci, e quello che abbiamo è un fumetto che dà tanto a chi lo legge, se chi lo legge riesce ad accettare il gioco che Otoko Juku gli propone e si mette anche un po’ a leggere tra le righe. Ma il casual reader di oggi vuole i personaggi fighi/fighetti/bellocci per farci gli yaoi sopra e le scazzottate fini a se stesse senza che il combattimento si faccia espressione di qualcosa, perché tanto è solo un fumetto, è solo intrattenimento momentaneo da gettar poi via a favore di qualcosa di più “adulto”, una volta raggiunta una certa età, ed ecco che quindi questa serie non ha raggiunto il gran successo di pubblico.
Da questo punto di vista, era chiaro che Otoko Juku non avrebbe avuto vita facile nel mercato manga di oggi. Ma la colpa del suo insuccesso non è del povero Akira Miyashita, che tanto si ingegnò, negli anni Ottanta, per creare questi combattimenti così avvincenti e per mandare ai suoi lettori valori che valesse la pena seguire per il futuro. Beh, Otoko Juku, per mia e vostra fortuna, è ancora qui, in fumetteria, mese dopo mese, pronto a incantarci con i suoi veri uomini, ad appassionarci per ogni goccia di sangue versata e a toccare le corde del nostro animo – e, a volte, a farci scendere pure qualche lacrimuccia – con la sua rappresentazione dell’amicizia, della fratellanza, della lealtà e di tutti quei valori che ogni uomo dovrebbe seguire per condurre la sua vita e il futuro suo e della società tutta verso la migliore direzione possibile. Valori che sono tanto belli quanto, ahimè, bistrattati dalla società attuale. In fondo, dicevano, i latini, “O tempora o mores!”…

