Quando di solito scrivo di un film appena uscito, molto schematicamente: prima racconto la trama, come servizio al lettore ancora sprovveduto, e poi tento un'analisi punteggiata qua e là di giudizi personali. Quando un film è
problematico, inoltre, ho il bisogno di scrivere un preambolo come questo per fornire un contesto relativamente al quale andranno considerati i miei giudizi. In parole povere: metto LE MANI AVANTi prima di SPARARLA GROSSA. Uno potrebbe magari direttamente evitare di spararla grossa, sento rispondermi. È vero: in troppi già la sparano grossa per protagonismo; le donne e gli uomini di buona volontà dovrebbero limitare questa debolezza, almeno loro, in favore di un clima di discussione più sereno. Io ho tanta buona volontà e mi considero persino un fanatico della serenità. Allora perché questo ammorbante preambolo? Perché temo che in questa discussione la serenità verrà meno?
Avrete notato, miei cari lettori, che in questo preambolo c'è un grassetto. Esso evidenzia una precisa condizione che ha viziato in partenza la discussione e che prescinde dalla buona volontà del vostro affezionatissimo, al quale non rimane che riconoscere, giunti a tal punto, che ogni ulteriore ardimento di serenità assumerebbe le connotazioni dell'ipocrisia. Ora, l'ipocrisia è un utile strumento di sopravvivenza in contesti sociali dove la spietatezza è impunita. Eppure il Sollazzo io lo so essere una Tana di amici ben pietosi verso le umane pene e mai riserverei a essi la vigliacca ipocrisia con cui agilmente invece mi faccio strada fra le genti del mondo infame. In parole povere: siete TUTTI PAZZI e io ho IL DOVERE DI FERMARVI perché VI AMO.
Come dicevo, a questo punto della mia recensione ci starebbe la trama. Tuttavia incontro grandi difficoltà nell'esporla, per una serie di motivi: 1) miei cari lettori, vi conosco uno per uno, so dove abitate e so che conoscete già tutti la trama; 2) la mia coscienza mi impedisce di riconoscere dignità creativa ai "pretesti serializzati"; 3) credo che questi pretesti siano la ragione per cui il settimanale Topolino sia unanimemente (al netto di ipocrisie, ruffianerie e fanatismi) considerato "roba da bambini" o, peggio, "roba commerciale". Incapace di superare tali difficoltà, mi domando e vi domando: da quale idea è nata questa storia? "La scoperta di Atlantide"? "Una scoperta di Atlantide"? "La scoperta di una Atlantide"? "La prima di una serie di scoperte di Atlantide"? Ognuna di queste opzioni comporta delle problematicità. Se è solo un episodio, è poco importante. Eppure vuole essere ugualmente grandioso. Cercare la grandiosità anche nelle piccole cose è lodevole in alcuni casi, meno in altri. Io, per esempio, ho cercato di scrivere un preambolo grandioso a questa recensione; invece era solo prolisso. Qualche frase avrà fatto ridere, qualcuna avrà stupito, qualcuna avrà mosso al pianto, sì. Devo però riconoscere che non erano spontanee. Ora, non esistono strumenti scientificamente accurati per valutare la spontaneità di un autore, quindi non si potrà esprimere un giudizio al riguardo. Si può valutare la sua probabilità, però. ovvero raccogliere quanti più indizi siano necessari per esercitare senza paranoie il legittimo dubbio.
Lo scrivere per una proprietà intellettuale altrui, come sono i personaggi Disney, sappiamo bene a quante stringenti condizioni sottostìa: stilistiche, psicologiche, grafiche, persino sintattiche. Sfuggire all'omologazione in queste condizioni è difficile, e ognuno dei più bravi e amati autori ha saputo trovare la sua tecnica. Gli altri hanno ceduto all'omologazione. Casty ha il grande merito e l'ammirevole volontà, di non cedere. La sua tecnica, che fra poco tenterò di analizzare, sfugge efficacemente all'omologazione ma a scapito di alcune conquiste storiche di altri autori dell'era moderna e contemporanea, e paradossalmente tradisce anche alcune delle caratteristiche originali del marchio Disney più apprezzate e meno stringenti. Un tale sforzo ipercorrettivo può essere un indizio di poca spontaneità. Ma la mancanza di spontaneità non è necessariamente un problema. Qualcuno potrebbe chiamarla estetismo, altri decadentismo, e in ogni caso troverebbe ammiratori. Io non faticherei a esserne uno, per esempio. Questa tecnica invece è
problematica.
Dovrebbe essere un fumetto umoristico perché umoristici sono i personaggi. La tecnica di Casty prevede invece di bypassare l'evoluzione psicologica centenaria di Topolino e Pippo (i protagonisti!) riportandoli (riabbassandoli) al loro stereotipo, quello del dire comune di chi non legge fumetti. Se la storia è comunque a tratti umoristica, lo è a scapito del carisma di Topolino e Pippo. Un affronto imperdonabile, a mio parere personale; una forzatura indice di poca spontaneità, rimanendo nell'analisi. Vi ho sentiti dire invece che è un sacrificio accettabile per uno scopo più grande. Qui, per esempio:
Valerio ha scritto:è un modo intelligentissimo di contrabbandare i mali del mondo in modo allegro, è fumetto che funziona
Ammirevole l'aver ingegnato i diversi livelli di lettura, lo riconosco e lo apprezzo. Cogliere la sensibilità di Miyazaki, maestro del racconto di formazione profondo, pure. Ma a costo di Topolino e Pippo per come si erano evoluti finora? Mi sembra un pessimo investimento. Ci sono altri fumetti che "contrabbandano i mali del mondo in modo allegro" a costo zero.
Questa tecnica scatena poi un circolo vizioso, per cui si fa di ogni leggerezza un simbolo. Lo
sproloquio dell'amico Valerio di questa notte ne è una terrificante sintesi: l'appello a "non smarrire il focus" quando tutti (troppi, lui incluso) vi siete accorti delle leggerezze; la legittimazione dell'autore perché "grande regista" (che è vero, ma è una scusa), l'ammissione finale che in questa storia manca l'idea di base ma "checcefrega". In questi anni ho letto vostre recensioni delle storie di Casty impostate sempre così. Ecco perché la discussione è
problematica. È così che si è creata la sproporzionata lode della produzione castyiana. Un effetto valanga di tante piccole concessioni, ognuna più o meno giustificata, che non poteva più essere gestita spontaneamente ma andava assecondata, da autore e fedeli lettori, contribuendo alla portata della valanga e producendo effetti devastanti. La metto in termini apocalittici non perché come può una critica sobria arginare una valanga?
Come avete ammesso in molti, prima che Valerio vi redarguisse, "Il raggio di Atlantide" si è rivelato una storia minore, nonostante l'impianto da kolossal: in parte perché si dichiara soltanto un episodio di una saga più ampia; in parte perché manca un'idea di base. Il che la rende migliore, nel complesso, di tante altre storie maggiori, che hanno problemi di altra natura e che esamineremo in altra sede. Il problema di questa in particolare, oltre a quanto già detto, è il contrasto fastidioso (perché ennesimo indice di poca spontaneità) fra il suddetto impianto da kolossal e la natura transitoria della storia. Ne risulta un fumetto d'avventura, sì, e io per primo ne voglio, ma non ai costi che dicevo prima e al costo di questo straniante contrasto. Ogni tentativo di coinvolgimento emotivo crolla, ragion per cui a tutti ci sembra, comunque, una storia minore. Senza poter provare emozioni, quanto può valere un'avventura pur così rocambolesca? Che brivido può indurre il sottomarino delle sabbie o il monitor di pietra, se i loro effetti sono fugaci e al prossimo episodio saranno sostituiti da un altro effetto speciale, se riempie solo la casellina "inserire effetto speciale qui" del modello-pretesto serializzato? Quanto di queste spettacolari sequenze è dovuto alle azioni di Topolino e Pippo, o è scoperto dalla loro iniziativa? Mi sembra un tradimento della nobile intenzione di recuperare le storie d'avventura di Topolino.
Volevo concludere con una nota di impegno civile, visto che non son stato l'unico a aver notato quest'altro punto
problematico: Eurasia è Roberto Giacobbo? Tanto irresponsabilmente quanto fa Giacobbo nel servizio pubblico, così Casty con Eurasia, che pure incarna un'idea romantica di avventuriera che ci dischiude le meraviglie del passato avvolte nelle nebbie della leggenda, non vuole rinunciare a un contesto realistico per cui le favole che insegue sarebbero in realtà frutto di ricerca scientifica promossa dallo Stato! Un autore dovrebbe scegliere se meravigliare con l'esercizio sfrenato della fantasia oppure raccontare le meraviglie dell'ingegno umano. Mescolare le due cose è pericoloso. Eurasia pretende finanziamenti pubblici per le sue spedizioni basate sul "si ritiene", "l'ho letto da qualche parte", "c'è persino una teoria che dice che" (e poi da "persino", da eccezione, diventa il motivo per partire). Che bisogno ha Casty di legittimare il suo rinomato
sense of wonder con questo contesto realistico, giustificando
en passant l'approssimazione nelle ricerche? Ennesimo indizio di poca spontaneità. Ennesimo effetto collaterale della valanga castyiana.
In parole povere: Casty è FALZO e PERICOLOSO! Però è bravo. Sarebbe molto meno
problematico se non lo fosse.