
L’ultimo lavoro di Wes Anderson, Il treno per il Darjeeling (The darjeeling limited), è assolutamente un gran bel film. D’accordo, magari I Tenembaum è più poetico. Occhei, forse il sottovalutato Le avventure acquatiche di Steve Zissou è più singolare e inedito. Questo film però è sincero, commuove, arriva dritto al cuore senza esitazioni.
Tre fratelli, dopo la morte del padre, un anno prima, hanno smesso di parlarsi, senza un motivo particolare. E’ successo, e basta. Il più grande, interpretato da Owen Wilson, dopo esser sopravvissuto ad un incidente in cui ha rischiato la vita, si sveglia con il desiderio di incontrare gli altri (Adrien Brody e Jason Schwartzman) e li convoca in India in un viaggio alla ricerca della madre, che da tempo ha fatto perdere le sue tracce. Ma la loro avventura è qualcosa di più, è un percorso esistenziale che corre parallelamente al treno dai colori pastello che li porta verso il deserto del Rajasthan, verso una meta che va oltre il ritrovare la genitrice sparita.
Ad affiancare Wilson, dunque, c’è Brody, che interpreta il secondogenito che sta per avere un figlio da sua moglie, con cui pare le cose non stiano andando benissimo, e Schwartzman, uno scrittore che trasforma ogni sua esperienza reale in racconti. Quest’ultimo è anche protagonista del corto che precede il film, Hotel Chevalier (per chi fosse interessato, eccolo qui), diventato famoso su internet per una scena di seminudo della Portman (personaggio che poi, nel film, scompare: Scwartzman accennerà a lei solo di tanto in tanto, nei suoi discorsi).
Ad aprire la pellicola, poi, c’è una breve scena con Bill Murray: mi sono chiesta se voleva essere solo un cameo o se rappresentasse il padre dei tre protagonisti. Chissà.
I costumi sono di Milena Canonero (sì, sempre una delle mie preferite, la stessa di Marie Antoinette), ma ciò non deve far pensare che anche gli sfondi su cui si muovono i protagonisti non siano “vera India”: Anderson, infatti, adorando il modo in cui gli indiani sanno realizzare cose “fatte a mano”, per le decorazioni del treno ha ingaggiato una squadra di artigiani che aveva realizzato i decori dell’albergo dove alloggiava, ed ha girato alcune scene in un villaggio autentico.
La colonna sonora è un accostamento azzeccato di brani classici, rock e indiani: troviamo i Kinks, Ravel, i Rolling Stones, Debussy, che non stonano mai, e rendono il film musicalmente intrigante.
Quello di Anderson è un mondo espressionista, un po’ pop, un po’ esotico, volutamente eccentrico, come la sua regia, che ci mostra carrelli, colori carichi, ralenti, senza però togliere allo stesso tempo credibilità ai suoi personaggi, che sono di un realismo disarmante. I cambi di registro non sono mai forzati, e la prima parte, più ironica e brillante, scivola nella seconda, più drammatica, senza che il ritmo della narrazione ne risenta: abbiamo così momenti comici, tragici, umoristici, metanarrativi, che lasciano lo spettatore indifeso, che danno una sensazione di groppo in gola.
Anderson però, a differenza di quanto si possa pensare, non si ripete: con I Tenembaum e Zissou questo film crea una specie di trilogia familiare, ma mentre nei primi due casi si cercava una specie di identificazione coi propri genitori, qui avviene il superamento della stessa, risultando forse addirittura superiore per scrittura, struttura, coerenza.
Ritmo calzante dunque, svitati tra quadri di elefanti e vecchie canzoni degli Stones immersi in un mondo tragicomico e che si ha difficoltà quasi a credere che esista sull’atlante. Empatia, e vero amore.


