
... "Squadra che vince non si cambia". Banale, ma sensato, certo: un pensiero che deve esser balenato senza fatica anche nella mente di Walt Disney quando, dopo i grandi conseguimenti artistici di Cinderella, si decise di affidare la regia di un nuovo lungometraggio al trio di storici creativi che già parlarono di zucche e scarpette: Clyde Geronimi, Wilfred Jackson e Hamilton Luske. Diverse sarebbero state le sfide per i tre, tuttavia: pur rimanendo nell'ambito di una letteratura legata in qualche modo al mondo dell'infanzia, il nuovo lavoro avrebbe tratto spunti dal surreale nonsense delle storie di Lewis Carrol. Alice in Wonderland (1951) si prefigurava dunque come un'opera innovativa, per certi versi apparentemente lontana dallo spirito Disney "istituzionalizzato", sebbene non poco di Carrol si possa vedere in certi exploit della disneyanità delle origini (e non solo). Ma il solido mestiere dei tre registi, oltre che l'estro degli animatori (ma in che stato di grazia è Kimball, quando infonde vita a Cappellaio, Lepre e Stregatto!), regala alla collezione dei capolavori disneyani una pellicola con diversi momenti memorabili, in cui s'inaugura un'importante tendenza alla stilizzazione delle forme e dei fondali: un'idiosincrasia che, lentamente, porterà alle maestrie minimaliste di Sleeping Beauty e, tangenzialmente, anche se con risultati artistici decisamente meno felici, alla povertà di tratti del periodo Xerox.
Il film tuttavia, probabilmente per la sua atipicità, non ricevette buona accoglienza. Alice non riuscì a ricreare sul grande schermo la furbizia ingegnosa dei giochi parole di Carroll, non proponendo in loro sostituzione un apparato narrativo sufficientemente originale e forte a sostegno delle uscite graziosamente deliranti dei singoli episodi. Disney in persona credette di individuare le ragioni del fallimento nella caratterizzazione della protagonista, Alice, una bambina troppo poco coinvolta e coinvolgente. Walt le imputò "mancanza di cuore".





