Eccomi qui, faccia a faccia con uno dei miei film preferitissimi di sempre. Più qualcosa mi piace, più mi risulta complicato spenderci parole su: vorrei che ne uscisse una recensione che, secondo il mio punto di vista, rendesse giustizia al film.
Iniziamo dunque, proviamoci. La Coppola mi piace. Queste incomprensioni orientali, poi, le ho amate visceralmente, in barba a chi mi ripete che il film altro non è che una sequenza di immagini patinate, eccessivamente glamour di una Tokyo che non è giapponese. Il film
non vuole essere una rappresentazione fedele di Tokyo: la città è solo lo sfondo –rubo il termine a Deb- straniante di uno straniamento più profondo dei due protagonisti. Il film è di una grazia semplice, delicata. Anche quegli stessi “stereotipi” su Tokyo, in definitiva, lo sono. Stereotipi che ho trovato non messi lì a caso: in fondo Tokyo è ANCHE quello, ma più che darci una fedele cartolina della città credo che la Coppola abbia voluto farcela vedere con gli occhi di chi, lì, ci si sente perso, sintomo esteriore di una più forte crisi interiore. E allora ben vengano le espressioni interrogative di Murray rivolte al presentatore di un talk show ai cui movimenti sul palco è quasi impossibile star dietro anche solo con lo sguardo, al regista dello spot che deve girare, alle innumerevoli insegne/luci della città montate su palazzi dall’altezza vertiginosa che “nascondono” il cielo, che sembrano tutte uguali, dando quasi l’impressione di camminare, camminare e ritrovarsi solo a girare in tondo.
L’incontro tra Bob e Charlotte diventa così il turning point del film: ognuno dei due trova nell’altro qualcuno a cui aggrapparsi, qualcuno con cui parlare delle proprie insoddisfazioni da moglie di un fotografo workaholic (per lei), e da incomunicabilità con la propria consorte (per lui), cose che comunque sono solo il punto di partenza di un senso di smarrimento più alto. E si sa, per queste cose a volte non c’è nulla di meglio di un semisconosciuto: si chiacchiera con più leggerezza, ci si confida senza pensare alle ipotetiche conseguenze della cosa. Nonostante l’evidente attrazione tra i due (lei è visibilmente rapita dalla saggezza ed esperienza di lui, lui si lascia catturare dall’esuberanza e dall’energia giovanile di lei), la Coppola non commette l’errore grossolano di cedere alla tentazione di piazzare delle scene di sesso tra di loro: l’incantesimo non si rompe, lei appoggia la sua testa sulla sua spalla, lui le accarezza il piede poco prima di addormentarsi. Il climax del film raggiunge il suo punto culminante durante la scena del karaoke: Murray che canta “
What’s so funny ‘bout peace, love and understanding?” di Elvis Costello è comico e, a suo modo, triste (“
As I walk through/ this wicked world/ searchin’ for light in the darkness of insanity/ I ask myself/ Is all hope lost?” le parole della canzone): nonostante questo, Charlotte si mette una parrucca rosa, e Bob una maglietta buffa e sgargiante. Hanno accettato i loro sentimenti, sono pronti a ritrovare la propria dose di “amore e comprensione”.
L’albergo, presente nelle scene di metà film è –quoto Elik- malinconico, nostalgico. Quasi protagonista all’inizio (anche lui è un po' una somatizzazione, nel film, dello stato d'animo dei protagonisti), diventa solo sfondo verso la fine della pellicola. La scena del bacio con le parole di Bob sussurrate all’orecchio di Charlotte e le prime note di “
Just like honey” che partono è da brividi, e non riesco davvero ad immaginare un finale più perfetto di questo, per Lost in translation.
La fotografia è meravigliosa. Ogni singola inquadratura mi incanta, le ombre e penombre sono ben calibrate, i colori fantastici. La sceneggiatura, da oscar. La colonna sonora come sempre impeccabile: Jesus and Mary chain, Air, Costello, Peaches. Anche da questo punto di vista, la Coppola mi soddisfa come nessun altro.
Insomma, se non l’avete ancora fatto, guardatelo.
