[Sofia Coppola] Lost in Translation

Una cartella dedicata a quel grande magico calderone che è il cinema e al fascino magnetico che lo schermo gigante continua ad esercitare ancora oggi.
  • splendido. un film che mi riempie di malinconia e di nostalgia. un film ambientato in uno dei posti più belli in cui un cuore malinconico possa ritrovarsi: un albergo. La camera di un albergo, la hall di un albergo, il bar di un albergo... dio che luoghi... e questo film ne è la celebrazione. Uno dei film che vedo e rivedo con più voglia. Quoto il deboroh per quanto riguarda l'eccelso Bill Murray e l'occhio moderno e intimo di Sofia Coppola. La quale però non mi sembra voglia ripetere certe vette "autoriali", da quanto si sente dire sul suo nuovo film su Maria Antonietta...

    Comunque, uno dei miei film più amati...
    “DISCUSSIONE, NON RECENSIONE!”

    :solly:
  • DeborohWalker ha scritto: Un ottimo attore, Bill Murray, nell'interpretazione migliore della sua carriera.
    Cioè in Ghostbusters? :D
  • Mi son fatto prestare la vhs...lo vedrò presto!
  • Sprea ha scritto: Cioè in Ghostbusters? :D
    Beh, anche lì non scherza! (e sto parlando seriamente)
    E anche il suo cameo in Space Jam!

    Qui però si è assestato su un umorismo un po' più minimalista, invece che sparare una battuta sarcastica (che comunque è stata scritta dagli sceneggiatori, nella maggior parte dei casi) qui gli basta alzare un sopracciglio o stare immobile per essere spassoso.
  • DeborohWalker ha scritto:
    Sprea ha scritto: Cioè in Ghostbusters? :D
    Beh, anche lì non scherza! (e sto parlando seriamente)
    Oh, ma anch'io! E vedo che non fai l'errore di considerare le interpretazioni "comiche" inferiori a quelle drammatiche, bravo! In Ghostbusters Bill Murray è un dio in terra, altro che un oscar si meritava.

    E' cmq bravo in tutto quello che fa (per anni è stato il mio attore preferito), anche in Lost in Translation, che è cmq un film molto particolare in quanto film della Coppola... bisogna tenerlo presente quando lo si guarda :D
  • Eccomi qui, faccia a faccia con uno dei miei film preferitissimi di sempre. Più qualcosa mi piace, più mi risulta complicato spenderci parole su: vorrei che ne uscisse una recensione che, secondo il mio punto di vista, rendesse giustizia al film.
    Iniziamo dunque, proviamoci. La Coppola mi piace. Queste incomprensioni orientali, poi, le ho amate visceralmente, in barba a chi mi ripete che il film altro non è che una sequenza di immagini patinate, eccessivamente glamour di una Tokyo che non è giapponese. Il film non vuole essere una rappresentazione fedele di Tokyo: la città è solo lo sfondo –rubo il termine a Deb- straniante di uno straniamento più profondo dei due protagonisti. Il film è di una grazia semplice, delicata. Anche quegli stessi “stereotipi” su Tokyo, in definitiva, lo sono. Stereotipi che ho trovato non messi lì a caso: in fondo Tokyo è ANCHE quello, ma più che darci una fedele cartolina della città credo che la Coppola abbia voluto farcela vedere con gli occhi di chi, lì, ci si sente perso, sintomo esteriore di una più forte crisi interiore. E allora ben vengano le espressioni interrogative di Murray rivolte al presentatore di un talk show ai cui movimenti sul palco è quasi impossibile star dietro anche solo con lo sguardo, al regista dello spot che deve girare, alle innumerevoli insegne/luci della città montate su palazzi dall’altezza vertiginosa che “nascondono” il cielo, che sembrano tutte uguali, dando quasi l’impressione di camminare, camminare e ritrovarsi solo a girare in tondo.

    L’incontro tra Bob e Charlotte diventa così il turning point del film: ognuno dei due trova nell’altro qualcuno a cui aggrapparsi, qualcuno con cui parlare delle proprie insoddisfazioni da moglie di un fotografo workaholic (per lei), e da incomunicabilità con la propria consorte (per lui), cose che comunque sono solo il punto di partenza di un senso di smarrimento più alto. E si sa, per queste cose a volte non c’è nulla di meglio di un semisconosciuto: si chiacchiera con più leggerezza, ci si confida senza pensare alle ipotetiche conseguenze della cosa. Nonostante l’evidente attrazione tra i due (lei è visibilmente rapita dalla saggezza ed esperienza di lui, lui si lascia catturare dall’esuberanza e dall’energia giovanile di lei), la Coppola non commette l’errore grossolano di cedere alla tentazione di piazzare delle scene di sesso tra di loro: l’incantesimo non si rompe, lei appoggia la sua testa sulla sua spalla, lui le accarezza il piede poco prima di addormentarsi. Il climax del film raggiunge il suo punto culminante durante la scena del karaoke: Murray che canta “What’s so funny ‘bout peace, love and understanding?” di Elvis Costello è comico e, a suo modo, triste (“As I walk through/ this wicked world/ searchin’ for light in the darkness of insanity/ I ask myself/ Is all hope lost?” le parole della canzone): nonostante questo, Charlotte si mette una parrucca rosa, e Bob una maglietta buffa e sgargiante. Hanno accettato i loro sentimenti, sono pronti a ritrovare la propria dose di “amore e comprensione”.
    L’albergo, presente nelle scene di metà film è –quoto Elik- malinconico, nostalgico. Quasi protagonista all’inizio (anche lui è un po' una somatizzazione, nel film, dello stato d'animo dei protagonisti), diventa solo sfondo verso la fine della pellicola. La scena del bacio con le parole di Bob sussurrate all’orecchio di Charlotte e le prime note di “Just like honey” che partono è da brividi, e non riesco davvero ad immaginare un finale più perfetto di questo, per Lost in translation.

    La fotografia è meravigliosa. Ogni singola inquadratura mi incanta, le ombre e penombre sono ben calibrate, i colori fantastici. La sceneggiatura, da oscar. La colonna sonora come sempre impeccabile: Jesus and Mary chain, Air, Costello, Peaches. Anche da questo punto di vista, la Coppola mi soddisfa come nessun altro.

    Insomma, se non l’avete ancora fatto, guardatelo. :D
  • La protagonista è estremamente sola, circondata dalle mura e dall'odore freddo di un albergo, e medita in silenzio nella sua incapacità di comunicare con quel luogo (Tokyo). Un giorno però incontra Bob Harris, un attore amch'esso solitario che le dedica attenzione e che le fa compagnia, in modo da farla sentire vicina alla sua cultura, alla sua casa. Presto le loro affinità accresceranno e il loro rapporto si trasformerà in qualcosa che va ben oltre l'amicizia.
    La giovane Coppola gira il suo capolavoro seguendo due binari distinti nella tecnica: quello intimo della narrazione e quello largo-spaziale della macchina da presa che amplifica il senso di non-appartenenza dei protagonisti attraverso un uso attento della distanza. Infatti "gli esterni" (la città, le persone, i personaggi secondari) si allontanano dai protagonisti a poco a poco quando tra di loro inizia la relazione; allo stesso tempo la distanza tra lo spettatore e i personaggi diviene più sottile perchè quest'ultimo percepisce quel cambiamento rivolto a un desiderio di intimità. Ma nel finale proprio nel momento in cui Bob sussurra a Charlotte le ultime parole prima di partire e lasciarla, La Coppola ritorna sul concetto di distanza per allontanarsi dal loro intimo ormai maturato e quindi non più lieve e desiderato come prima, di conseguenza lo spettatore verrà estraniato da quel momento e non riuscirà a sentire le parole sussurrate da Bob. Lo spettatore è smarrito e incompreso, e così la sua attenzione si concentra immeditamente sulla reazione viscerale di Charlotte che con quelle lacrime rivela inevitabilmente il vuoto interiore dell'abbandono e la malinconia dei tempi passati insieme. Un messaggio tanto intimo e segreto per chi in prima persona lo subisce e per chi universalmente lo intuisce. Questo è il pregio della regia, riuscire a far galleggiare sullo stesso piano due piani differenti (quello dello spettatore e quello dei personaggi) ma emotivamente affini.
  • Come ho fatto a perdermi il topic dedicato a questo film?

    Lost in translation è indubbiamente uno dei miei film preferiti, ma io sono indubbiamente di parte, dato che studio giapponese e che sono un fan sfegatatissimo di Bill Murray.

    E' semplicemente un film splendido, che ricorda moltissimo, come impostazione, le opere fumettistiche di gente come Mitsuru Adachi e Jiro Taniguchi: lunghe inquadrature silenziose, che lasciano i protagonisti da soli, persi in un paese estraneo dove, immersi in una cultura completamente differente dalla loro e in gente che straparla in una lingua a loro sconosciuta, cominceranno a guardarsi un pò dentro e a chiedersi qualcosa su loro stessi, sul motivo per cui hanno vissuto fino a quel momento. Soli e spaesati, Bob e Charlotte si incontrano e si fanno da reciproco appiglio nella loro reciproca solitudine, cercando di vivere insieme quel poco tempo che gli resta da vivere in una Tokyo estremente affascinante, una Tokyo che si fa vera protagonista del film esemplificando il contrasto che da decenni rappresenta il Sol Levante, quello tra la tradizione dei magnificenti otera buddisti e dei sacrali jinjya shintoisti, dell'ikebana, della cerimonia del tè, della calligrafia, e la modernità di zone come Shibuya, Shinjuku e Ikebukuro, che spaesano chi le visita con accecanti luci al neon, love hotel, karaoke bar, negozi forniti di ogni ammennicolo tecnologico e sale giochi dove imperano esperienze videoludiche all'ultimo grido come Dance Dance Revolution e Taiko No Tatsujin e dove girano giovani dai capelli tinti e dal gergo e modo di vestire e atteggiarsi che subiscono grandi influenze da quelli occidentali e americani.
    Lost in translation è questo e altro. E' un grande del cinema degli anni Ottanta (Su, che Peter Venkman ce lo ricordiamo tutti, e magari abbiamo tra i nostri miti d'infanzia anche Ricomincio da capo, SOS Fantasmi, L'uomo che sapeva troppo poco, Space Jam e il Saturday Night Live) che mette la sua comicità e la sua grande espressività (o per meglio dire, staticità) al servizio di un film "d'essai" riscrivendosi d'ora in poi come attore serio (sia pure con risultati abbastanza modesti, vedi ad esempio il successivo e deludente Broken Flowers). E' la grande prova d'esordio di una delle attrici più quotate del cinema hollywoodiano di oggi.
    Ma soprattutto, rimane un grande, grandissimo tributo al Sol Levante, quel paese così piccolo eppur così grande e sfaccettato che non manca di affascinare chiunque gli si approcci.
    Perchè pirati si nasce, e all'arrembaggio si va, con la bandiera che sventola, per dire "siamo qua!".
  • Visto oggi. Adorabile.

    A dir la verità dopo tutte le lodi lette e sentite mi aspettavo un Capolavoro con la C maiuscola; forse non lo è ma si tratta senza dubbio un film veramente di classe, raffinato, intimo. Piacevolissima la location alberghiera, così come le interpretazioni dei due protagonisti che appaiono davvero naturalissimi.

    La storia si può riassumere in due righe ma la Coppola riesce a raccontarla bene senza mai annoiare. Promosso con un sorriso. :)
  • Mi viene difficile commentare uno dei miei film preferiti, amo ogni singola cosa del film che mi sale un flusso di parole e non riesco a creare frasi e paragrafi per descrivere ad altri quanto è bello, ma ci provo.

    Opera seconda di Sofia Coppola, facente parte della trilogia della gioventù inquieta, il film racconta di Bob, attore di mezza età in declino, e di Charlotte, giovane laureata in filosofia al seguito del marito fotografo. I due si conoscono in un albergo e affrontano la spaesatezza tipica per un americano di una cinematograficissima Tokio, divisa tra tradizione e progresso.
    Al contrario dell'ingannevole titolo italiano, non è raccontata la storia d'amore tra i due, ma solo una forte amicizia tra due anime affini, entrambe alla ricerca di una propria collocazione esistenziale (esemplificativo è il breve dialogo [spoiler]tra la star americana sciocca che usa senza saperlo il nome di un attore giapponese maschio e Charlotte che glielo fa notare stupita[/spoiler] o [spoiler]Bob alle prese con la traduzione di ciò che deve fare per lo spot del wisky[/spoiler], per dimostrare quanto diversi siano i protagonisti rispetto al resto dello sparuto cast) e senza una vera conclusione della vicenda, ma solamente un episodio della vita reale, suggellato da quel finale in cui i due si salutano senza far capire allo spettatore cosa effettivamente si dicano, giocando sull'intimità della scena propria dei protagonisti.

    Diretto con maestria dalla figlia d'arte con un ritmo lento (ma mai noioso!) e con una fotografia eccezionale che ci restituisce forse la più bella Tokio possibile, una città che ti rapisce e che ti getta nello sconforto per quanto diversa e, allo stesso tempo, di casa. Oscar meritato. Qualche anno dopo la stessa Coppola cercherà di farne un remake con Somewhere ma senza replicare le vette artistiche raggiunte con questo LiT.
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