
Memento lasciò il segno e colpì molto favorevolmente l'impressione di molte persone, tra cui Steven Soderbergh, che decide di affidare a Christopher Nolan la regia del remake di un film norvegese di cui sarebbe stato il produttore insieme a George Clooney.
Nel 2002 esce dunque nelle sale Insomnia, che continua la tradizione di avere una sola parola nel titolo e al contempo inaugura il font minimale con cui il titolo compare sullo schermo.
Rispetto ai due lungometraggi precedenti, di primo acchito questo terzo film potrebbe sembrare un passo indietro nella ricercatezza sperimentale cui Nolan sembrava instradato. La narrazione non lineare sparisce, infatti, in funzione di un racconto molto più lineare e pulito e di un thriller abbastanza convenzionale. Scavando però leggermente più a fondo si può vedere come il lavoro del regista risalti nei personaggi, in special modo nei due protagonisti. Nolan qui è stato fortunato ad avere a disposizione due giganti come Al Pacino e Robin Williams, che danno il meglio di sé offrendo delle interpretazioni spettacolari. E sicuramente entrambi sono riusciti a dare il tocco che serviva ai loro personaggi: Al Pacino riesce a trasmettere in modo perfetto tutta la stanchezza, l'angoscia e i sensi di colpa che il detective Dormer prova per tutta la pellicola, ed è perfetto il connubio tra insonnia e rimpianto che il protagonista prova [spoiler]dopo la morte del collega[/spoiler]. Il lavoro che l'attore costruisce sulle espressioni, sulle posture e sulla camminata (che diventano più pesanti e sofferte di giorno in giorno) è maiuscolo e rende lo spettatore partecipe del frastuono di sensazioni che il poliziotto sta provando.
Discorso diverso per Robin Williams: per quanto si capisca subito chi è il colpevole dell'omicidio su cui Dormer è chiamato ad indagare, portando infatti velocemente al confronto tra l'assassino e la retata della polizia, vediamo l'attore in scena solo dopo un'ora circa, e quando agisce dimostra di essere differente da quello che potevamo pensare. Dimostra di non essere poi diverso da Dormer. Ma sarà effettivamente corretto questo quadro psicologico?
Insomnia in realtà non è un passo indietro nella carriera nolaniana: anche senza artifizi sperimentali nel montaggio, è il lavoro sui personaggi e su quello che provano che segna una certa continuità d'intenti. Qui si parla di bugie, di sensi di colpa, di verità celate, distorte a proprio uso e consumo oppure così ambigue che noi stessi, in tutta onestà, non sappiamo più quali sono reali e quali no. E quindi si arriva a toccare il tema della memoria, della psiche, dell'onestà verso se stessi e verso il prossimo. Quello che sembra un semplice thriller, solo un pochetto più elaborato della media, in realtà usa il genere narrativo per parlare di persone. Non è tanto sapere fin dalla prima mezz'ora chi è l'assassino (prerogativa più dei gialli che dei thriller), è proprio mettere al primo posto l'umanità in contesti particolari. E d'altro canto un tema come quello delle bugie su cui costruire situazioni di comodo li troviamo anche in The Dark Knight Rises, così come quello del passaggio di testimone [spoiler](che avviene alla fine del film tra Dormer e il personaggio interpretato da Hillary Swank, qui convincente nella parte della giovane poliziotta che vede Dormer come un mentore ed un esempio)[/spoiler] a testimonianza di come le reazioni prettamente umane dei personaggi siano di grande importanza nel cinema di Nolan.
Questa pellicola, di grande successo al botteghino (probabilmente anche grazie ai nomi di grande richiami degli attori), è quindi un passo importante per la carriera del regista, sia per la raffinatezza registica (bellissima tutta la scena iniziale coi titoli di testa, ma anche la scena-chiave della retata nella nebbia, o quella conclusiva nel capanno) sia per i temi trattati e per la capacità di piegare i generi narrativi per parlare di persone.

