
Vincenzo Natali, aka una visione del mondo circolare e interessante, racchiusa in una filmografia scarsa e di facile reperibilità.
Elevated (1997)


Vincenzo Natali debutta alla regia&scrittura con un gradevole cortometraggio dal sapore horror. Ambientato in un ascensore, Elevated è una versione embrionale di The Cube, uscito nello stesso anno. Ad accomunare le due opere, non solo la presenza di David Hewlett (amicone di Natali presente anche nei film successivi del Nostro, e poi divenuto noto come il dottor McKay di Stargate Sg1 e Stargate Atlantis) e di un cast risicato, ma anche una visione del mondo come di una isola in una bottiglia, un luogo chiuso dal quale non si può fuggire, o dal quale si può fuggire ma non ha senso farlo (e quindi da cui non si può fuggire). In The Cube un Cubo pieno di trappole da cui (forse) c'è una uscita, qui un ascensore di un palazzo asserragliato (forse) da creature misteriose.
The Cube (1997)


Il primo film di Vincenzo Natali è anche il primo film della saga di The Cube e si colloca perfettamente all'interno di quel movimento che io chiamo - non destrutturalista, deppiù - millenarista. A fine millennio c'è chi crede che nulla abbia più senso, che la struttura sulla quale è andata costruendosi la società sia dannosa, limitante, forzata, e di conseguenza insensata, priva di buon senso. Questo movimento non è un vero e proprio movimento e si manifesta sotto varie forme, molte delle quali si appoggiano a tematiche complottiste e mysteriose che permettono di dare almeno un altro possibile senso alle cose. Oltre a quelli che Eco nel Pendolo di Foucault chiama diabolici, vi sono però quelli secondo i quali un vero senso non c'è, e se c'è nessuno lo può sapere (e allora tanto vale restar lì, attendere, e guardare la collina, che è così bella). Darren Aronofsky appartiene in qualche modo a questi ultimi, almeno stando ai suoi film, e a fargli compagnia, pur con meno clamore, è Vincenzo Natali.
Vince, dal nome evidentemente canadese, nel 1997 crea un film che diventa un piccolo oggettino di culto. Non solo: il film, pagato quattro soldi, ne incassa sei e si guadagna l'onere di essere sequelizzato (prima) e prequelizzato (poi). Considerando che The Cube voleva essere un film ribelle e antisistema, potremmo considerare la sua evoluzione in saga come una sonora sconfitta e come l'ennesima vittoria dell'establishment che tutto assimila e distorce. Eppure i due film successivi della serie non saranno mere marchette. Il merito di questo va forse al materiale di base su cui Natali modella la sua non-storia: un cubo kafkiano ed extradimensionale, un cast risicato e schematico quanto basta e, soprattutto, un'atmosfera subdola e rarefatta. Materiale grezzo ed elementare, da cui trarre tutte le storie. Da buon millenarista disilluso, Natali le trae tutte e non ne trae nessuna.
I personaggi, infatti, sono scelti in modo da dare una versione disomogenea dell'umanità. C'è così il duro-e-puro, c'è il piccolo borghese, c'è lo sfigato, c'è l'anormale, e ovviamente c'è pure il millenarista cospirazionista. Sono infatti - ed è questo che conta - tutte persone dotate di una loro verità, per quanto probabile o improbabile questa sia.
Se con una manciatina di personaggi Natali racconta tutte le storie, ci si accorge ben presto come il film non ne racconti nessuna. Se è vero che The Cube getta qua e là delle spruzzate di thriller, è vero altresì che l'intero film non è altro che un gioco ad eliminazione (d'altronde la tensione è la miglior forma di distrazione), e che la sopravvivenza dei vari personaggi è, per lo spettatore, solo un passatempo in attesa della Rivelazione finale: si può uscire dal Cubo? E cosa c'è fuori?
Negli anni in cui The Truman Show svela che la vita è un reality (aka un gioco ad eliminazione) e in cui molti sostengono che l'Apocalisse (aka Rivelazione) stia per compiersi, The Cube non indica una via verso l'uscita dall'impasse. Ne indica molte, di vie. E suggerisce che solo i matti, o gli anormali (rispetto alla "normale" realtà, chiaro), hanno una minima possibilità di trovare quella giusta. Ma, aggiunge, una volta fuggiti dalla realtà sono cazzi loro.
Cypher (2002)


Il secondo film di Vincenzo Natali è anche il primo film da lui diretto ma non scritto da lui. Poco importa, perché è una perfetta prosecuzione del discorso imbastito in Elevated e The Cube.
Stavolta il film ha certamente una patina di genere, essendo dichiaratamente un film di spionaggio, con qualche punta lievemente sci-fi.
A livello di contenuti, però, la storia di Morgan Sullivan, agente suo malgrado quadruplogiochista (anche nei confronti di sé stesso), è una ulteriore rappresentazione di un mondo chiuso, circolare, avvitato su sé stesso, senza altri confini se non i propri.
Che il film non sia scritto da Natali lo si nota solo nel finale, che, a differenza dei precedenti film e del successivo, è ottimista e regala al protagonista una sistemazione (con Lucy Liu) positiva negli affetti e una fuga dal grigiore quotidiano riuscita non solo in apparenza.
Almeno a fine film, poi boh
Nothing (2003)


Il terzo film di Vincenzo Natali è anche il secondo film di quella che lui considera una "trilogia minimalista" iniziata con The Cube e la cui conclusione chissà quando arriverà. E' anche il film più divertente della sua filmografia, nonché il più strampalato.
Per uno abituato a parlare di mondi chiusi e senza via di scampo era naturale finire per occuparsi del mondo chiuso per definizione: il Nulla!
Interpretato dai due amiconi di Natali, David Hewlett e Andrew Miller, e scritto da tutti e tre, Nothing (ufficialmente mai arrivato qui da noi) inizia con uno spunto simile a quello del successivo Pixar's Up: Dave ed Andrew vivono in una casetta trovatasi in mezzo a due sopraelevate trafficate finché non vengono avvertiti della prossima demolizione della loro casa. Come Carl Fredricksen, i due prendono malissimo la notizia e si asserragliano in casa, in particolare Andrew, che è sociofobico ed esce pochissimo (da notare che in una gag di inizio film ha a che fare con una scout assillante che lo vuole aiutare a tutti i costi, come in Up). I due, sfigatoni frustratissimi (Dave, che a differenza dell'amico prova ad avere una vita sociale, ha un lavoro di cacca e una fidanzata pseudotale), si asserragliano in casa e desiderano che tutti e tutto scompaiano, così da potere starsene in pace. E improvvisamente attorno alla casetta rimane solo il bianco del Nulla.
Da qui si dirama una lunga serie di gag nella quale i due si scatenano, convinti di essere finalmente liberi. Ma il Nulla è paradossalmente il mondo chiuso per definizione, ed ecco che i due finiscono pian piano per annoiarsi e detestarsi l'un l'altro, fino ad arrivare ad una demenziale lotta che li porta a cancellarsi rispettivamente l'intero corpo, ad eccezione delle teste. Che dieci anni dopo saranno ancora lì.
Getting Gilliam (2005, documentario)
*in arrivo*
Paris, je t'aime: Quartier de la Madeleine (2006)


Il corto più spinto dei 18 che compongono il film collettivo Paris, je t'aime è opera di Enzino Natali, il quale la butta sul sovrannaturale. All'interno del film lo imiterà, ma in maniera più ibrida, solo Craven. Elijah Wood s'incammina sul ponte del quartiere del titolo, ove incappa in una Olga Kurylenko vampira intenta ad assaggiare un cadavere tutto dissanguato. Frodo s'offre alla bella non-morta, ma, com'è come non è, cade dalle scale che conducono al ponte, dissanguandosi pure lui. Olga lo salva vampirizzandolo, quindi i due si mordicchiano soddisfatti. Per raccontare tutto ciò Natali fa uso di uno stile "alla Frank Miller", così da far risaltare il rosso del sangue sul grigio/nero del resto.
Da segnalare come il ponte da cui Wood sale (all'inizio) e poi scende (alla fine) è, in un certo senso, un luogo chiuso e circolare, tipico - come ormai sappiamo - della produzione del regista.
Splice (2009)
*in arrivo*

