
Presentato al Festival del Cinema di Venezia e abbastanza acclamato dalla critica, flop al botteghino negli USA nonostante il rinvio della distribuzione, semisconosciuto in Italia al punto da far sbottare Gianfranco Manfredi su una rubrica di Magico Vento (n.127), The road è tratto dall'omonimo romanzo Premio Pulitzer di Cormac McCarthy.
Dico 'tratto' per comodità, perché il romanzo non l'ho letto, ma stando a Wikipedia il film ricalca piuttosto fedelmente il libro.
La storia è semplice semplice: c'é stato - in un futuro assai poco remoto - un disastro atomico e la Terra è rimpiombata in una nuova età della pietra. Un uomo, lo scheletrico Viggo Mortensen, e suo figlio vanno verso sud: abbiamo, così, l'occasione per visitare gli USA disabitati e vedere l'umanità regredita culturalmente; in essa, infatti, si è spento il "fuoco dell'anima", sorta di tormentone del film, nonché lezione morale che Viggo Mortensen lascia al figlio e allo spettatore.
Ovviamente il figlio, che nel corso del film apprenderà ad essere più duro dei duri e più furbo dei furbi ma mai disonesto, conserverà il suddetto 'fuoco dell'anima' e si farà [spoiler]una vita sua con una nuova famiglia[/spoiler] mostrando, così, che la speranza è sempre l'ultima a morire. [spoiler]Al contrario del padre.[/spoiler]
Vanno di moda le storie ambientate in futuri apocalittici, oggi. Forse perché viviamo in un periodo di benessere e noia e dobbiamo fuggire dalla vita di tutti i giorni. O forse perché non sono poi così immaginarie. Si pensi che qui in Italia il Premio Bancarella è stato vinto da La fine del mondo storto di Mauro Corona, romanzo sulla scomparsa dell'energia elettrica e le sue conseguenze sulla nostra vita. La fantascienza sociale riconosciuta culturalmente in Italia. Sgurgle.
Ma proprio per questo The road avrebbe meritato ben altra gloria. Se ne deduce che non è questo il motivo per cui viene ignorato.
Negli USA ha fatto flop perché considerato 'troppo deprimente'. Esagerati? No, io l'ho visto e vi dico che è proprio deprimente. E' un film che mette freddo e angoscia. Se amate frizzi e lazzi e magalli statene alla larga (a meno che non siate cinici e non vi piaccia deridere i poveri e i tapini).
Io invece, sì, amo burle, celie e risate sguaiate, ma amo anche deprimermi, e non soltanto perché sono bipolare e più lunatico di un selenita, ma anche perché deprimersi una volta ogni tanto fa bene e apre la mente, fa vedere molte cose in modo nuovo e stimolante.
The road è triste, ma è di un calore umano raro: padre e figlio girovagano per questo mondo freddo (gelido), pensano di continuo alla madre che si è suicidata tempo prima, meditano essi stessi il suicidio, non si fidano di nessuno se non di loro stessi. Però l'amore che i due provano l'uno per l'altro è eccezionale e fa uscire più di una lacrimuccia, e non soltanto nel finale tristissimo (che è tristissimo perché è crescere che è tristissimo, ma questo lo penso io).
Tecnicamente, poi, il film presenta scenografie mozzafiato e un cast di tutto rispetto, che vede Robert Duvall e Charlize Theron fare poco più che le comparse (!) e accompagnare virtualmente Viggo e Kodi Smit-McPhee lungo il cammino verso l'agognata meta.
Visto che il film è incentrato sul rapporto padre-figlio, e che a me piace essere metanarrativo anche nelle visioni, ho guardato il film col mio babbo. Lui l'ha trovato "un po' una palla", a me è piaciuto. La morale che ne ho appreso è che non saremo mai padreefiglio modelli; la cosa importante, però, è che l'ha visto tutto, mentre di solito con film lenti come questo si abbiocca subito. Il che qualcosa vorrà dire

