

IL CIGNO NERO, Darren Aronofsky (2010)
Dopo il gioiellino d'avanguardia (con qualche incrinatura) PI GRECO (omettiamo "teorema del delirio" per piacere); dopo lo scioccante, esagerato, onirico, e (un pelino) gratuito REQUIEM FOR A DREAM; dopo l'incompreso e bistrattato THE FOUNTAIN, e dopo la ribalta (meritatissima) ottenuta con THE WRESTLER, arriva BLACK SWAN, Il Cigno Nero. Film enigmatico fin dal titolo: "cigno nero" evoca un ossimoro forte, stridente, l'idea dell negatività associata ad una delle creature più nobili, secondo l'immaginario comune, spiazza, disorienta.
Chi è il Cigno Nero? Il Cigno Nero è una bellissima ballerina, incatenata nel ruolo tanto desiderato: Odette, la regina dei cigni. Tutto comincia con scarpette rosa e tutù, di nero si vedono solo i body delle ballerine e i tetri muri delle sale da ballo. Il mondo della danza, un mondo squallido, fatto di invidie, fatica e dolore: la rappresentazione teatrale è sempre falsa, spesso le persone dietro le quinte sono persone che soffrono.
Una ballerina sacrifica tutto il proprio essere per essere perfetta, massacra il proprio corpo spingendolo ai limiti della sopportazione, probabilmente è anoressica; ha una madre ossessiva e morbosa, e vive in una stanzetta rosa piena di pelouches. Gli elementi per un drammone psicologico ci sono tutti, ma il nostro Darren preferisce un'altra strada: la paranoia. Il film è il racconto di un vissuto, narrato dagli stessi occhi della protagonista (azzeccatissimo l'uso del digitale e della camera perennamente a spalla), un vissuto distorto, malato, come malata è la nostra ballerina, il nostro cigno bianco. Ma il Cigno Nero è in agguato dietro l'angolo: il Cigno Nero è il Sesso, non il sesso delle puttane e degli amanti, il Sesso è il Sesso viscerale della terra, ciò che tutto sconvolge e tutto tramuta in un lago di sangue: il Sesso non è fare l'amore, il Sesso è la morte ad opera delle proprie mani; ed è infatti la Portman stessa, in questa sua stupenda interpretazione, a guidarci fin nel baratro dell'oblio, del "suo" oblio, l'oblio di chi ha toccato la roccia e si è trovato le mani sporche di sangue.
Tre sono i colori principali del film: Bianco, Nero e Rosso; la purezza, la morte e il sangue; la vita, il lutto e la violenza. Ed è proprio questo trinomio che il nostro cigno bianco sperimenta fin dall'inizio del film, le sue piume vengono macchiate di sangue, e quel sangue sarà la sua maledizione, il suo sigillo, la chiave della sua morte nell'abisso del Sesso. Il mondo dell'arte e dell'artista viene rovesciato come un guanto, non c'è spazio per retoriche avariate e sentimentalismi: il nostro cigno sanguina davvero, ed è l'unico che sanguina realmente in tutto il film. E il film rappresenta la stessa metafora del fare artistico: uccidersi minuto dopo minuto per qualcosa di più grande, di più vero, fino a dimenticare il proprio soggetto, la propria essenza, la propria anima. Quando si diventa artisti l'arte diventa una malattia e l'artista è il più abietto tra gli uomini. Queste dunque le linee generali entro cui si dipana il film: analisi del Sesso e malattia dell'arte: sembra di sentire parlare qualche intellettuale decadente di inizio secolo ventesimo, e infatti è proprio questo il punto debole del film: spesso la poetica si risolve in elementi non del tutto nuovi (la dialettica apollineo/dionisiaco, tanto per dirne uno) e i dialoghi riflettono questa, seppur leggerissima, banalità di fondo: banalità che viene del tutto compensata da un'apparire estetico semplicemente grandioso, perfetto sotto tutti i punti di vista, forse Aronofsky non è nato per fare il filosofo, ma il regista lo sa fare bene; ci regala una fotografia indimenticabile e un montaggio ai limiti della perfezione, il film è intoccabile dal punto di vista tecnico e, al di là delle piccole scontatezze prima menzionate, nella globalità l'idea di fondo emerge grandiosa e ineludibile: ovvero il dolore della poiesi artistica. Solo col dolore, con la sofferenza, l'arte può sorgere dalle macerie di una società, la nostra, che ha quasi dimenticato cosa significhi sporcarsi le mani e non provarne vergogna: l'artista si erge solitario per il suo ultimo volo, il volo di un cigno morente, e solo quando la sua opera è stata compiuta, anche noi, uomini comuni, notiamo il sangue che gli inzuppa le vesti.
L. T.





