
Il film di "Chi vuol essere milionario?": sulla carta è una delle idee più ridicole che si possano avere, ma Danny Boyle (regista di Trainspotting, The Beach, ma soprattutto del mio preferito, Millions) l'ha sfruttata nel modo migliore, rendendo la storia di un ragazzo che decide di partecipare al quiz più avvincente che mai, grazie alle motivazioni che lo spingono a farlo, al modo in cui risponderà alle domande, ma soprattutto grazie all'intelligentissima tecnica narrativa con la quale tutti questi elementi sono portati sullo schermo.
Jamal (interpretato dall'attore che fa Anwar nel telefilm Skins) ha 18 anni, non è particolarmente sveglio, e lavora come ragazzo del caffè in un ufficio; un giorno però decide di partecipare all'edizione indiana del celebre quiz "Chi vuol essere milionario?", sperando che la ragazza che ama possa vederlo e decida di tornare da lui...
Il ragazzo riesce sorprendentemente ad arrivare all'ultima domanda, impresa nella quale non erano riusciti numerosi studiosi e professori che avevano partecipato al programma; il suo successo insospettisce la polizia, che decide di arrestarlo, convinta che Jamal abbia imbrogliato. Ma le domande del quiz si riveleranno essere non il fulcro del film, bensì un furbissimo espediente per narrare la vita del giovane; ogni quesito infatti riporta alla memoria di Jamal un aneddoto che ha vissuto, e se inizialmente potrebbe sembrare che ognuno sia un flashback gradevole ma considerabile come una sorta di "cortometraggio" a sè stante (all'inizio avevo avuto l'impressione di assistere a qualcosa di simile ai "flash" narrativi di Amèlie) ben presto gli eventi ricostruiti andranno a far parte di un quadro ben più complesso e decisamente meno spensierato.
La storia personale di Jamal è una favola, in cui a farla da padrone è il destino, o meglio, il karma, elemento fondamentale della cultura indiana; Boyle riesce anche a rappresentare perfettamente una società completamente differente da quella americana nella quale ha sempre lavorato, mettendo in scena affollate baraccopoli, bambini costretti a mendicare per vivere, e criminalità organizzata. In fondo Boyle ha sempre dichiarato di voler girare sempre film di generi differenti, così da poter lavorare ogni volta come se fosse la sua prima opera, mantenendo così più freschezza; e ci riesce anche questa volta, forse più che mai, girando un film che per la storia raccontata potrebbe benissimo uscire da Bollywood (e infatti viene omaggiata durante i titoli di coda), ma con tecniche di ripresa e montaggio che richiamano i videoclip più sincopati, anche se il ritmo è sempre funzionale alla narrazione, e mai utilizzato solo come virtuosismo registico. La storia si dipana continuamente tra commedia e dramma, un perfetto equilibrio mantenuto con maestria, anche grazie alla riuscita interpretazione degli attori; in particolare colpisce la recitazione dei bambini, tanto simpatici e divertenti quanto toccanti nei momenti più intensi.
Il film ha trionfato al Toronto Film Festival (ottenendo il Premio del Pubblico) e al British Independent Film Awards (Miglior Film Indipendente, Miglior Regia e Miglior Attore Esordiente) e attualmente è tra i favoriti per il Golden Globe; Rolling Stone l'ha addirittura definito "il miglior film dell'anno". Forse così non sarà, ma di sicuro è un film da vedere.
Sepolto da film usciti in questo periodo e che catalizzano meglio l'attenzione, il film sicuramente non ha la visibilità che si merita, ma chissà che il passaparola non faccia il suo dovere, e che il film non riesca a ritagliarsi il suo posticino durante la cerimonia degli Oscar...

