
“Non voglio essere il prodotto del mio ambiente; voglio che l’ambiente sia un mio prodotto”. Così dichiara Jack Nicholson/Jack Costello, in apertura di The Departed, con la fulminante sentenziosità propria di questo personaggio. Ma la voce proviene da fuori campo, colui che parla è celato all’occhio; diventa allora suggestivo pensare che quella boutade possa essere in realtà un pensiero di Martin Scorsese, infiltrato verbale in un epos dell’infiltrazione e del doppio gioco ribollente di motti parossistici. Il senso di questo ammiccamento sarebbe chiaro: dopo una fase autoriale che si potrebbe dire “manieristica” (pur rimanendo consapevoli, in questo caso, della riduttività del termine), con lavori quali Gangs of New York e The Aviator, tanto fondamentali quanto calpestati dal sistema delle onorificenze hollywoodiane, il regista sceglie di dare una lezione ideale all’industria a cui appartiene e al pubblico di ammiratori in fervida attesa di un nuovo Taxi Driver, Casino, o GoodFellas. The Departed è l’antidoto perfetto a questo ambiente ingrato: un colossale capolavoro d’ironia che sa entusiasmare detrattori e fan delusi, senza tuttavia scendere ad alcuna forma di compromesso artistico.
La prima stoccata di Scorsese è per Hollywood: The Departed, sulla carta, è un remake. Un film basato dunque su un tipo di operazione che attualmente pervade il mainstream del cinema popolare, innervandolo di ruminazioni narrative obbedienti all’inattaccabile logica secondo la quale ciò che è stato già visto ed apprezzato è più sicuro e meno dispendioso di ciò che è nuovo. La memoria di Cape Fear potrebbe a questo punto salvare dal tranello lo spettatore smaliziato; ma Scorsese rincara la dose, e spiazza scegliendo di attingere ad uno dei serbatoi di storie più avidamente saccheggiati e travisati dell’ultimo decennio, quello del cinema orientale. Il titolo prescelto è un action movie di Hong Kong, Infernal Affairs, uscito nel 2002 e già fornito di un sequel ed un prequel: un divertissement di successo, forte di un soggetto al tempo stesso semplice e coinvolgente. Scorsese e lo sceneggiatore William Monahan, tuttavia, hanno lavorato unicamente sullo script cinese di Alan Mak e Felix Chong, dichiarando di aver deliberatamente evitato di guardare il film originale. L’azione viene spostata a Boston, tra i tradizionalismi e le degenerazioni di una sanguigna comunità irlandese soffocata dal potente boss malavitoso Jack Costello. Colin Sullivan (Matt Damon), protetto di Costello sin dall’infanzia, si diploma poliziotto con ottimi risultati, riuscendo a fare una rapida carriera e ad entrare nell’Unità Speciale Anticrimine dedita precisamente al controllo delle mosse del suo “padrino”. Parallelamente, si introduce una seconda figura di doppiogiochista: Billy Costigan (Leonardo DiCaprio), anch’egli poliziotto cadetto, proveniente tuttavia da una realtà di povertà e criminalità dalla quale desidera ardentemente fuggire. Finirà per esservi nuovamente immerso con violenza, quando riceverà dall’ispettore Queenan (Martin Sheen) l’incarico di unirsi a Costello per poterne spiare le mosse. Ben presto le due fazioni diventeranno consce della presenza delle rispettive “talpe”; Sullivan e Costigan inizieranno a darsi reciprocamente la caccia, ciascuno all’oscuro dell’identità dell’altro.
La rete narrativa, intricata ma perfettamente simmetrica, è gestita con una lucidità ed un senso del ritmo di rara efficacia. Ma, soprattutto, questo tessuto di storie sa offrire opportuni spazi all’esplicitazione delle più classiche idiosincrasie di quello che è ritenuto essere lo “stile Scorsese”. Ed è proprio su questo piano che il regista pone in essere il secondo livello della sua sottile polemica cinematografica. In The Departed, infatti, l’elemento stilistico si impone in maniera atipicamente conclamata: si ritrova, ad esempio, il classico rapporto “alla Scorsese” tra figure paterne di “protettori” e giovani rampanti (rapporto qui addirittura duplicato, per quanto Queenan come “anti-Costello” non sia del tutto efficace); a ciò si unisce l’interesse per la descrizione di enclavi malavitose della società statunitense, distinte anche per nazionalità (questa volta irlandesi al posto degli italiani); e si potrebbero citare anche la violenza parossistica (sia fisica che verbale), gli accenni alla religione, e naturalmente la maniera in cui sono orchestrati montaggio e scelte musicali. Per la terza volta, dopo Casino e GoodFellas, in un film di Scorsese risuona “Gimme Shelter” dei Rolling Stones: quasi ad imprimere anche nella colonna sonora il marchio d’autore già profondamente inciso nelle immagini del film. Difficile, di fronte a questa escalation di autocitazioni, non iniziare a nutrire qualche sospetto sull’operazione del regista; la possibilità che l’esasperazione stilistica sia una consapevole provocazione appare allettante. Anche perché, a contrappuntare queste scelte, nella scrittura del film compaiono una serie di altri elementi che sembrano compromettere la rassicurante prevedibilità della “confezione” di The Departed. Il quale, oltre ad essere un remake, è soprattutto un film di genere: un gangster movie che, nominalmente, si porrebbe come quanto di più ben accetto dalle attuali aspettative hollywoodiane. Eppure, Scorsese usa come pretesto la già raccontata storia orientale per tracimare continuamente dagli argini autoimpostisi: laddove ci si aspetterebbe una macchia di sangue, si trova una carneficina; quando si è in attesa di turpiloquio, si viene investiti da raffiche di oscenità verbali di perfido e perfetto virtuosismo retorico; e le più prevedibili situazioni legate al cliché “spia e controspia” vengono complicate all’inverosimile, mantenendo al contempo una straordinaria chiarezza espositiva. La classicità del genere (evocata, tra l’altro, anche dall’elegante e calcolata apparizione in una televisione di The Informer di John Ford) sembra venire continuamente chiamata in causa solo per esser poi esorcizzata all’istante da un martellante gioco di esagerazioni. Come ovvia conseguenza di ciò, l’universo maschilista del thriller tradizionale diventa, in The Departed, ultramaschilista; immersa nel tripudio di esternazioni brutali e sanguinolente vi è un’unica figura di donna, Madolyn (Vera Farmiga), psicologa criminale che in verità non incarna stereotipi cinematografici particolarmente enfatizzati, ma sembra essere utile semplicemente a far soccombere il principio femminile per inferiorità numerica e per debole carisma. Non si invocherebbero, dunque, spunti polemici antifemministi; il maschilismo di The Departed sarebbe solo la stilizzazione delle tematiche di gender di cui è intrisa la storia del gangster movie, così come stilizzati sarebbero gli spunti psicanalitici sparsi lungo la durata dell’intera pellicola (costruzione di figure paterne in Costello e Queenan, possibilità di leggere Sullivan e Costigan come logos e eros). Lo stesso Scorsese sembra svelare il suo gioco beffardo, impossessandosi di nuovo delle parole di uno dei suoi personaggi, quando Madolyn riferisce che “Gli irlandesi, secondo Freud, sono immuni alla psicanalisi”. E quasi tutti i protagonisti di The Departed, naturalmente, sono irlandesi.
A completare questo quadro di disincanto cinematografico radicale contribuisce in maniera determinante la performance di Jack Nicholson, secondo “infiltrato” illustre nel film dopo lo Scorsese “verbale” di cui si è detto: interpretando un personaggio suo omonimo, Nicholson offre in pasto al pubblico la ricostruzione del mito di se stesso, rendendo Costello un catalogo di deviazioni e spropositi assassini che celebrano antologicamente la sua carriera d’attore. Il che, in un film qualsiasi, potrebbe essere profondamente fuori luogo; nel metacinematografico The Departed si tratta della migliore scelta immaginabile.
Eppure, The Departed non si esaurisce in questa dialettica di falsa adesione ad un modello commerciale e ad un’aspettativa ingenua. Sarebbe poco lusinghiero per l’intelligenza di Scorsese non accorgersi del senso più profondo del lungometraggio, che sembra essere contenuto nell’estrema razionalità nella scelta della inquadrature, nella geometria della sceneggiatura, e nella pianificata ruvidezza del montaggio (affidato a Thelma Schoonmaker, collaboratrice storica del regista). Un montaggio tutt’altro che “invisibile”, che ricompone le tracce narrative frammentando la rappresentazione e facendo uso di espedienti espressivi antinaturalistici come repentini e brevissimi fermo immagine o mascherini a iride. The Departed è un film che vive dell’esibizione del meccanismo rappresentativo, sia a livello tecnico che concettuale: una celebrazione implicita delle strategie di significazione della "Settima Arte", che non può che entusiasmare chi, entrato in sala cercando Scorsese, vi ha trovato il Cinema.



