
La sublimazione della vita tramite la morte. Un invito ad assaporare ogni istante, a dare il massimo prima di quel fatale, inevitabile istante. E’ la cosiddetta “Legge per la prosperità nazionale”, istituita nell’autoritario stato pseudonipponico, immaginato da Motorô Mase, che per responsabilizzare i propri cittadini inietta, secondo un criterio del tutto casuale, a un bambino su mille una nanocapsula pronta ad esplodere, tra i 18 e i 24 anni, in un giorno e in un orario prestabilito, causando il collasso cardiaco e la morte del soggetto.
Ma al condannato viene data la consapevolezza della prossima dipartita, tramite la consegna dell’ Avviso di Decesso, l’ikigami, consegnato ventiquattro ore prima del decesso da un apposito funzionario.
E’ appunto tramite le consegne di Kengo Fujimoto che Ikigami indaga nelle vite dei morituri, la cui placida realtà quotidiana si tinge di dramma.
Un tema profondo, già affrontato (con qualche variabile) anche in occidente, in capolavori del calibro di Watchmen. Un tema che coinvolge emotivamente il lettore, cui risulta arduo schierarsi definitivamente anche grazie all’abilità dell’autore, che non opera un netto distinguo da pro e contro.
Nel primo episodio, Il Senso della Vendetta, si respira una certa atmosfera da collaudo e tuttavia risulta apprezzabile il tema della vendetta, condito da piccoli colpi di classe (come la rubrica con zero contatti), che acquisisce un valore inedito e che, pur scoraggiando giustamente la sottomissione ai soprusi, non è esente da una controparte negativa.
Il secondo episodio, La Canzone Dimenticata, è certamente più riuscito. La trama, didascalia esplicative escluse, è più compatta e dalla maggiore espressività; questa volta i valori principali sono l’amicizia, la coerenza e il rispetto per sé stessi. Il realismo delle dinamiche interpersonali è molto accurato e aiuta a dare veridicità alla storia, che culmina in un climax emozionante ed assai intenso.
I disegni sono molto lontani dai classici stilemi da shonen, molto realistici ed accurati sia per personaggi che ambientazioni; massiccio uso dei retini che tuttavia, essendo ben amalgamati nelle varie scale di grigio, non infastidiscono ma valorizzano il tutto.
Complessivamente abbiamo un’opera la cui grandezza sta nell’idea di fondo, certo qui ben sviluppata ma non ancora sfruttata al massimo. L’albo tuttavia merita di essere acquistato ed apprezzato, in quanto esponente di un’esigua categoria di manga freschi, intelligenti e ben congeniati che si farà apprezzare anche da chi, come il sottoscritto, non è molto attratto dall’arte sequenziale orientale.
Le premesse per un prodotto di ottima fattura non mancano e questo fa ben sperare per i volumi futuri.
Ikigami #2

E le aspettative non sono state deluse affatto, anzi. Ancora una volta Mase indaga il valore e il significato della vita senza scadere nell’ovvietà o nel pietismo.
Sempre più interessanti i risvolti della fittizia società di Ikigami, estremamente curata e realistica. Tuttavia, alcuni aspetti vengono, almeno momentaneamente, evitati: come mai i casi di crimini in seguito alla consegna degli ikigami sono così limitati? Di certo la paura è un forte deterrente, ma statisticamente dovrebbe verificarsi un numero maggiore di gesti sconsiderati, magari non solo volti al risentimento personale (come abbiamo visto nel primo episodio) ma a una vendetta nei confronti dello stato che assegna la morte ai propri cittadini.
In secondo luogo, bisogna considerare gli aspetti terapeutici della Legge: lo spauracchio dell’ikigami insegna a valorizzare la vita oppure, una volta superati gli anni di pericolo, si ritorna a vegetare invece di vivere?
Mase glissa su questi argomenti, ma vista la sua accuratezza viene da pensare che non sia per negligenza ma per tenersi in serbo questi temi per il futuro. Almeno per il momento, infatti, decide di dedicarsi ad altri argomenti. Ne La Droga del Vero Amore si esamina la vera valenza del sentimento del titolo, oltre a riaffrontare i temi del rispetto per sé stessi e del sogno nel cassetto già visti ne La Canzone Dimenticata. E qui già si assiste ad un notevole miglioramento a livelli di trama: la sceneggiatura è infatti un gioiellino geometricamente perfetto, che sfruttando un intreccio semplice da adito ad interessanti risvolti sino a giungere al finale tristemente paradossale. Se si fosse curata maggiormente l’empatia con i personaggi, così come era stato fatto ne La Canzone Dimenticata, si sarebbe potuto gridare senza problemi al capolavoro; questa pecca è tuttavia compensata dall’approfondimento del personaggio di Fujimoto. Da semplice pretesto per curiosare nelle vicende dei cittadini sacrificati per il bene comune e da instillatore del dubbio morale nel lettore, acquisisce qui un maggiore spessore e veniamo a conoscenza del suo disagio, ben più profondo dei semplici dubbi etici che finora lo avevano assalito.
Ma se questo terzo episodio è un capolavoro, seppur di poco, mancato, il quarto può essere benissimo considerato tale. Quando la Patria Chiama offre una trama forse meno elaborata della precedente, ma rimane comunque estremamente godibile. E inoltre ha quella comunicatività e quell’impatto emotivo che mancavano al capitolo precedente. Efficacissima la resa del dialetto giapponese, che calza a pennello con lo spirito della storia, inno alla perseveranza dal sapore patriottico che sprona a lasciarsi alle spalle il passato per andare sempre avanti. Commuovente il congedo di Takebe dagli anziani, il discorso che uno di questi fa e, soprattutto, la toccante vicenda della signora Asakura, personaggio riuscitissimo. Una storia che rende il lettore partecipe alla trama e lo carica della melanconia di cui è intrisa, grazie alle emozioni trasmesse. Come se non bastasse viene portato avanti il conflitto interiore di Fujimoto, che sembra trovare una risoluzione salvo poi essere riacceso tramite un inaspettato colpo di scena.
Davvero magnifico, qui sono esplose tutte le potenzialità del manga con un risultato ragguardevole.
Che ci fate ancora qui? Filate in fumetteria, comprate, leggete ed emozionatevi.

